Shawky

La video-arte di Wael Shawky

Wael Shawky
Wael Shawky

| Marzo 2005 |Chiarastella Campanelli |

Incontro Wael Shawky di fronte al Greek Club, un vecchio stabile frequentato da artisti ed intellettuali egiziani, al centro del Cairo. Di passaggio per la capitale egiziana, Wael vive e lavora prevalentemente ad Alessandria. “è lì che ho il mio studio: un grande spazio completamente vuoto, è lo spazio dove di volta in volta costruisco le mie installazioni”.

Wael Shawky si occupa da diversi anni di video arte, ma la sua non è solo video arte, “la mia idea è quella di creare un ambiente, uno spazio territorialmente limitato, una dimensione all’interno della quale colloco le mie installazioni, voglio dare allo spettatore la sensazione di controllare questa dimensione. E’ come se ricreassi una piccola società”.

Il progetto alla base del lavoro di Shawky è quello di studiare la trasformazione dallo stato di nomade, allo stato sedentario, la progressiva modernizzazione che sta attraversando i paesi arabi, che però rimangono pregni di tanti elementi della cultura tradizionale. “Dieci anni fa ero in Arabia Saudita ed era strano ed interessante vedere il contrasto di un nomade, vestito con un abito tradizionale, che guidava una cadillac”. Shawky ha vissuto per un periodo anche alla Mecca, dove la commistione fra tradizione, rituali religiosi ed elementi della vita moderna occidentale sono frequentissimi.

Wael fa parte di quei pochi artisti egiziani, che si sono riusciti ad inserire in un contesto internazionale, rimanendo in ogni modo molto legati alla loro terra d’Egitto. Ha già fatto alcune esposizioni in Italia. Ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia e a maggio esporrà al MACRO di Testaccio, (Roma).

Qual è l’idea centrale alla base del tuo ultimo lavoro “the Green Land Circus”?     

L’idea alla base del mio ultimo lavoro nasce dal “Fric shaw”, particolare tipo di circo caratteristico in USA dove si usavano delle persone con difetti fisici (nani, persone senza braccia ecc). Questo è l’elemento storico, nelle mie opere ha sempre molta importanza l’elemento storico.

Centrale in questo lavoro è lo studio di come le persone si rapportano con il proprio corpo. Ci sono tre video-installazioni.

In uno schermo sono riprodotti una serie di provini televisivi, le persone si devono vendere “vendere il loro corpo”, la loro apparenza fisica, per essere scelti. Il secondo schermo proietta le stesse persone all’interno di un talk shaw.

Nell’ultimo schermo, le persone selezionate dai provini, recitano in una sorta di film, si picchiano, e un osservatore concentrato ad osservare unicamente questo schermo, pensa che alla base della lotta ci sia qualche motivo concreto ma in realtà guardando l’evoluzione dei due schermi precedenti si capisce che è una costruzione, una fiction, si picchiano perché stanno recitando.

L’idea è quella delle guerre che sembrano mosse da motivi religiosi, tribali, e se si vede più attentamente, si capisce che è una costruzione che nasconde dei giochi di potere economici.

Negli ultimi cinque anni in Egitto si è delineata una nuova generazione d’artisti che porta avanti un tipo d’arte indipendente e sperimentale, prima completamente assente, secondo te questa evoluzione a cosa è dovuta?

È esattamente dal 1999, prima di quella data l’artista per lavorare era costretto a collaborare unicamente con istituzioni statali, anche le trasferte degli artisti all’estero erano decise e selezionate da un ente statale, situazione d’estremo controllo e poca libertà. Un esempio, la Biennale d’arte del Cairo: per quest’evento esisteva un’unica persona che sceglieva e stabiliva tutto nei minimi dettagli.

Dopo questa data sono andate nascendo una serie di gallerie private, tra cui spicca la Townhouse, che hanno svincolato quegli artisti, che portavano avanti delle scelte indipendenti e sperimentali, dal loro legame con lo Stato. Dopo due anni le gallerie sono diventate, nel contesto artistico, più forti dello Stato, che adesso lascia lavorare liberamente gli artisti, anche perché ci tiene che sia percepita dall’ambiente nazionale e internazionale, una parvenza di democrazia.

 Come artista egiziano, ti senti portatore di un ruolo sociale?

Il mio ruolo è quello di “trasmettitore d’idee”, io sto osservando il fenomeno della globalizzazione, le trasformazioni del contesto sociale, e voglio trasmettere queste idee in una forma leggibile, attraverso il video, attraverso le mie installazioni, rappresento quello che vedo, non do delle soluzioni, non indico la strada giusta e quella sbagliata, rappresento e ricreo una società in piccolo.

Ha un’importanza straordinaria per me lavorare in Egitto e presentare i miei lavori agli egiziani, vedere come reagiscono. I miei lavori vengono dall’Egitto, che è la fonte di tutte le mie idee ed è importante che ritornino all’Egitto, siano assorbite, vissute e capite da un pubblico egiziano, che va a vedere le mie esposizioni, ed ha per lo più una reazione dolorosa.

Mentre sorseggia piano la sua birra Stella ( la più famosa birra egiziana), mi confida che l’indomani partirà per gli Stati Uniti, anche se non ne ha ancora la certezza, “dipende dalla carta di soggiorno, è sempre un gran problema per un egiziano riuscire ad ottenere una VISA per gli States”. Va in Arizona per lavorare al suo nuovo progetto, un video che racconta il percorso di un nomade che da Darfur risale a Edfu, attraverso una strada che era usata nei tempi antichi e si chiamava la strada dei 40 giorni: 40 giorni di cammello.

Intervista di Chiarastella Campanelli – Il Cairo  Marzo 2005

Biografia di Wael Shawky

Wael Shawky è nato ad Alessandria nel 1971.  Ha completato i suoi studi alla facoltà di Belle Arti nell’Università di Alessandria, frequentando in seguito un Master in arte all’Università di Pennsylvania (USA). Nel 2004 ha vinto un premio all’interno del concorso “Arte del Mondo Islamico”. Nel 2001 ha vinto il premio onorario del simposio internazionale Rita Longa (Cuba). Negli ultimi anni ha esposto i suoi lavori a New York (Spazio Artistico), Venezia (50° biennale), Vienna (Museo Kunst), Londra (Serpentine Galleries),  Los Angeles (Hammer Museum), Berlino (KW Institute for contemporary Art), Liverpool (Walker Art Gallery), Biella (Fondazione Pistoletto), Kassel (dOCUMENTA 13), Instanbul (Biennale). Nel 2011 ha ricevuto il premio Abraai Capital Art Prize e il Schering Foundation Art Award. Nel 2010 ha fondato MASS ad Alessandria (Egitto), un programma di residenza e studio per giovani artisti.

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