Digressioni

Cronistoria del padiglione egiziano a Venezia

| Venezia | Agosto 2005 | Chiarastella Campanelli |

Padiglione Egiziano_biennale Venezia 2005

Il padiglione Egiziano alla Biennale di Venezia fu comprato nei lontani anni in cui l’Egitto era ancora una monarchia, a capo della quale c’era re Fouad.

La Biennale di Venezia è basata su un sistema secondo il quale ogni padiglione è affidato ad una Rappresentanza Ufficiale della nazione che porta il suo nome, e questo fa sì che la selezione passi per degli organi governativi. Negli Stati in cui la libertà d’espressione è latente, la scelta dei partecipanti diventa un dilemma politico, basato sull’interesse personale, più che su dei reali criteri artistici qualitativi.

In Egitto, l’organo di selezione è il Consiglio Supremo della Cultura a capo del quale, in questo momento, c’è Hosni Faruk (Ministro della Cultura). Tale consiglio è diviso in vari comitati che si occupano dei diversi settori artistici: teatro, letteratura, arti visive, ecc.

Il Comitato per le arti visive, composto da 15 membri, tutti rappresentanti del mondo dell’arte, si divide in due sezioni: la prima si occupa degli acquisti di opere d’arte, mentre la seconda della selezione degli artisti per mostre e concorsi sia su suolo nazionale che estero.

A seguito della lettera di partecipazione alla Biennale, viene eletto un commissario incaricato della scelta degli artisti che andranno a partecipare all’evento. Per questa edizione è stato scelto Sarauat al Bahr (ex Direttore del Museo d’Arte Moderna), a cui si deve la selezione dell’artista Adel el Siwi.

Quest’ultimo ha coinvolto nel progetto i giovani artisti Sherif el Azma e Ahmed Askalany, con i quali ha lavorato per tre mesi alla realizzazione di un’opera dal titolo “Acqua”.

Il Comitato, senza neanche visionare il loro lavoro, ha scartato i tre artisti. A partecipare alla Biennale è stato “casualmente” un membro del comitato, che si è eletto autonomamente ricevendo pieni voti da parte dell’assemblea. Sono seguite le dimissioni del commissario e la rabbia e lo sdegno del mondo artistico egiziano.

INTERVISTA AD ADEL EL SIWI – giugno 2005

 Rientrando al Cairo dopo un breve soggiorno italiano, mi sono posta come obiettivo quello di riuscire a parlare con gli artisti Adel el Siwi, Sherif el Azma e Ahmed Askalany selezionati per la Biennale di Venezia. Dopo varie ricerche è emerso che questi erano quasi completamente sconosciuti al mondo artistico egiziano e alle critiche internazionali.

Proseguendo nella mia indagine mi trovo a parlare con William Wells, direttore della Townhouse Gallery, il quale mi consiglia di andare ad incontrare i tre artisti scartati dal Comitato.

Riesco ad avere un appuntamento con Adel Siwi. Lo studio di Adel el Siwi è in uno di quegli antichi palazzi decadenti del centro che risentono di un gusto coloniale di inizi Novecento. Arrivo al quarto piano, Adel mi viene ad aprire con dei jeans ancora sporchi di vernice.

Dalla sua stanza arrivano una serie di suoni indistinti, radio, rumore di stoviglie. Distesa a terra una lunga tela che si allunga sul pavimento coprendo l’intera superficie del piccolo interno.

Mi offre un tè verde e con calma inizia a spiegarmi la “questione Venezia”.

Da cosa è dipeso l’improvviso rigetto del comitato?

Adel el Siwi: Dunque, diciamo che il problema ero io. Nel ’97 facevo parte del Consiglio Supremo della Cultura. Dopo qualche tempo mi sono reso conto che le selezioni che il comitato faceva non avvenivano su dei criteri qualitativi, bensì su dei meri calcoli politici e d’interesse.

Per fare un esempio, tutte le persone presenti nel comitato sono o artisti o critici d’arte, e sono loro a stabilire i prezzi delle loro opere che poi il comitato acquista. In poche parole, acquirenti e venditori sono le stesse persone.

Sdegnato da questo sistema malsano ho rassegnato le mie dimissioni con una lettera – che al tempo creò uno scandalo – dove spiegavo dettagliatamente i motivi del mio abbandono. Ho seguitato a criticare il Consiglio e i suoi sistemi attraverso tutti i media pubblici dove sono stato coinvolto e tra le righe del quotidiano dove scrivo, ‘Akbar al-Adab’.

Appena il Consiglio si è accorto che Sarauat al Bahr mi aveva selezionato per Venezia ha scartato senza ambagi la mia candidatura e quella dei due artisti da me proposti.

Direi che sono per loro come il “nemico del popolo” di Ibsen.

Qual era il vostro progetto per la Biennale di Venezia?

A. S.: Il progetto s’intitolava “Acqua” e voleva coinvolgere le doti creative di tre artisti tra loro molto differenti, per età, sensibilità e tecniche usate. Sherif al Azma fa installazioni di video arte; Ahmed Askalany lavora prevalentemente su delle sculture fatte usando dei materiali naturali come canne di bambù; infine io, di un’altra generazione, mi sarei occupato della parte pittorica. L’idea era quella di creare una sinergia di forze e talenti diversi che potessero rappresentare l’Egitto di oggi.

Abbiamo lavorato per tre mesi. Ci vedevamo nel mio studio e in quello di Sherif e la collaborazione procedeva molto bene. Il progetto è rimasto nelle mani di Sarauat senza nessun visto per Venezia.

Cosa pensi invece della Biennale di Venezia?

A. S.: Penso che l’arte oggi dovrebbe svincolarsi dai limiti nazionali, statali, soprattutto per quanto riguarda gli Stati dove c’è una cronica mancanza di libertà d’espressione, per non parlare delle dittature, dove l’artista e le sue idee sono poste al vaglio governativo. L’idea della Biennale di rinchiudere i vari artisti in dei padiglioni nazionali, poteva avere un senso quando è nata, ma oggi mi sembra un’idea sorpassata, che più che altro pone degli ostacoli.

Il centro deve essere l’arte, un’idea, un tema; è un po’ come le nazionali di calcio, all’interno di una squadra ci sono ormai dei giocatori di tutte le nazionalità.

Una rappresentazione che stimo molto in Europa è Documenta in Germania.

Mentre Adel finisce di parlare, guardo delle foto delle sue opere sparse sul tavolo, dei ritratti che cercano di carpire la dignità interiore dell’uomo, quella che si raggiunge arrivando alla completezza della persona, e da questa si diffonde nello spazio, raggiungendo l’osservatore, che ne rimane meravigliato e inspiegabilmente attratto. E’ la dignità profonda, che ritroviamo nei tratti degli antichi egizi e che alcuni egiziani ancora conservano.

PADIGLIONE EGIZIANO – GIARDINI – VENEZIA – agosto 2005

Sono arrivata a Venezia in una giornata piovosa di fine estate, quando la laguna è capace di sprigionare tutta la sua malinconia. Il vaporetto mi ha lasciato di fronte i cancelli dei giardini, da lì con passo sicuro mi sono diretta verso il padiglione Egitto.

Entrati nel padiglione egiziano si ha l’impressione di tornare nell’era faraonica, le due opere di Nagi Farid e Salah Hammad sono pregne del simbolismo e dei messaggi presenti in tutta l’antica civiltà egizia. L’idea della circolarità tempo, la concezione della morte come passaggio in un’altra vita, la vita dell’al di là oltre la sponda occidentale del Nilo, dove c’era il regno dei morti, in ultimo l’austerità e la ricerca di perfezione, che l’arte egizia, con i suoi templi, monumenti, pitture, rilievi dallo stile sempre uniforme, cercava di trasmettere.

I titoli delle opere, “waiting the time” e “going another time”, sono espliciti, ci consegnano un significato univoco e ribadiscono il messaggio che lo spettatore coglie guardando le opere.

“Aspettando il tempo” di Nagi Farid, occupa l’ala sinistra del padiglione, cinque statue senza viso si presentano in fondo alla sala, di fronte al visitatore. Alla destra abbiamo altre cinque statue, più amorfe delle precedenti, che si ergono dirimpetto a tre cubi, richiamando alla mente le tre piramidi, oltre a sottolineare il senso di continuità evocato dalla forma cubica. Le sculture, sono realizzate in marmo grigio, e nelle cavità alcune presentano delle incastonature in metallo, collegamento tra cielo e terra, e idea faraonica di immortalità. Anche al vertice delle tre piramidi di Giza c’erano delle lastre di metallo, che riflettevano a migliaia di chilometri la luce solare. Il sole per gli antichi egizi era la divinità centrale, e il metallo che rifletteva la sua luce rappresentava il desiderio faraonico di unità con l’universo, armonia e connessione con la divinità.

La seconda opera, “andando in un altro tempo” di Salah Hammad, rappresenta una barca di legno corredata da corde e remi. Una musica orientale accompagna l’osservazione.

La barca del sole per gli antichi egizi rappresentava l’ultimo viaggio del faraone verso l’al di là; la barca, veniva utilizzata per trasportare la mummia del faraone dall’altra parte del Nilo (la sponda dei morti). L’imbarcazione era quindi sotterrata accanto alla piramide affinché il faraone potesse disporre di un mezzo di trasporto nel regno dei morti, appunto “andando in un altro tempo”.

I due lavori presentati a Venezia come simbolo dell’arte egiziana contemporanea, incarnano un ritorno completo alla tradizione, che propone gli stessi messaggi e non ne porta nessuno di nuovo, quasi ci fosse stato un “gap” con la nuova maturazione raggiunta da alcuni artisti egiziani nell’ultimo quinquennio.

La situazione della politica egiziana è molto complessa; i risultati delle presidenziali di mercoledì 7 settembre 2005, hanno confermato ancora una volta la presidenza a Hosni Mubarak, che si avvia verso i 30 anni di guida del paese. Questo fa riflettere su quanto, specialmente in un paese come l’Egitto, sia impossibile un legame tra politica e arte.

 

Golan Haji – Every Writing is a Translation

Prairie Schooner | Domenica 16 giugno 2013 |

Photo of Golan Haji; Photo Credit: Mikel KruminsA pathologist and doctor, Golan Haji’s literary career includes several collections of poetry; an Arabic translation of Robert Louis Stevenson’s classic, The Strange Case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde; and numerous appearances at festivals worldwide. His first collection won the al-Maghut prize and his latest, A Cold Faraway Home, will be published soon in Beirut. He lived in Damascus until he had to flee his country in 2011. He settled in France.

It is hard to believe that I met this Syrian/Kurdish poet two years ago in May 2011 as the crisis in Syria was only just beginning. It saddens me that it has continued to be so bloody for so long. When I met Golan we were in Beirut with Reel Festivals and he had no idea if he would be able to go back to his home as the borders were often closed and the road was dangerous. It was a stressful time to be in the region working on translations with these generous and embattled poets. Despite the strife, we managed to create a free e-book of new Syrian and Lebanese poetry in translation. Golan’s poetic grace and thoughtfulness continues to be relevant.

Golan Haji: I think that every writing is a translation. For me as a Kurd, I talk in Kurdish but I write in Arabic. But it’s not as simple as that, and I think that’s what’s going on in the poet’s head. Something is lost, and the writing is always incomplete. When you try to find the right word or the right image, and it’s not always possible, the poem takes its beauty from this process of imperfection. It’s always imperfect, and that’s why the writing never ends. Just as the idea of identity ends in death, when one is dead, that’s his final identity. One is always looking for others in other places and languages.

Translation is a process of changing places while you are in the same place. It’s not reincarnation, or just to imitate the others. It’s the stranger who comes to your house, is welcomed, is invited, and you know that he will change you in a very secret way, even through silence. And this deep, slow change that translation gives is very important. I think that writing, through the history of literature, was always influenced by translations. I cannot see the modern poetry of any place in the world [without] translations;  that’s impossible. Modern Arab poetry is influenced by English, American, French, Japanese, and German poetry, and I think in Germany and England it’s the same. This translation makes poetry more precise to work with.

To translate poetry well, you need to know what’s going on in the world, and that your roots are everywhere, in all continents. Translation is not just moving the words from language to language; it’s also the movement of the shadow of meaning, how you must be precise to capture the sensations, the images. You are unaware when you have changed, and you don’t know how.

RVW: You can translate every word in a poem and still not have a poem. I like the notion that you’re translating yourself. As a Syrian poet in the current climate , you’ve said before that “being alive is a poetic act,” and I’m just wondering how the events in Syria are affecting your work?

GH: I think that poetry in general is a political act, anti-politics. When you write any poem, when you’re talking about anything, it’s a political act. But what’s been going on in Syria in the past two months is very new for the Syrian people. For the first time in four or five decades, people are in the street demonstrating. That is very beautiful and terrifying at the same time. You are in the street and afraid of being killed… I was amazed by such courageous young people in the streets.

And when I see the death of a young man, when I see that beauty pass away, I feel completely helpless. I’m unable to do anything, and that’s why my mind stopped for a whole month, watching television, the Internet, I was unable to write. I tried to arrange my ideas, just to control this big confusion, but sometimes I feel ashamed to be using words when such beautiful people are killed and you cannot do anything for them. Many friends and I who are writers, poets, and painters suffer from the same circumstances. People in the street do not know us; I write for them, but they do not read me. I write for some people who I dream of, and I know them like they are my brothers and friends. And they changed me.

It’s just two months but it feels like two years.  I look at my own country in a different way:  I know that Syria is going to change, and my only hope is not to see any more bloodshed, any more people thrown in jail, people who are afraid to talk, afraid to write. Actually fear is a great chain in the history of man. If you want to describe something that is unusual psychologically, it’s very impressive and at the same moment sad and cheerful; there are mixed feelings. Many people need time to see. Now, the situation in Syria is completely blurred and confused, but something beautiful is coming out, and coming out soon, I hope.


For the complete interview, you can listen to the original podcast at the Scottish Poetry Library.

Watch “Road to Damascus,” a short film by Roxanna Vilk featuring Golan Haji.

Ryan Van Winkle is a poet, performer, and critic living in Edinburgh. These interviews are from his Scottish Poetry Library podcasts produced and edited by Colin Fraser. This team also produces the arts podcast The Multi-Coloured Culture Laser. He was awarded a Robert Louis Stevenson fellowship for writing in 2012.