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“FRIDAY I’M IN LOVE” DIBBATTITO SU ARTE E ISLAM

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|il Cairo | Maggio 2006 |Chiarastella Campanelli |

Per noi occidentali l’arte non deve avere limiti, siamo pronti a perdonare tutto se passa sotto il nome di arte. L’arte è il libero sfogo dell’artista che nel momento dell’ispirazione da vita alla sua creazione. Il ritratto di una donna o un uomo nudo non è scandaloso, né volgare e non va contro la morale: è arte. Non esistono blocchi o inibizioni particolari nella libera espressione artistica, e ci riesce difficile immaginare un’artista che fermi il suo impulso creativo per paura di andare contro la morale o la religione. La raffigurazione di vignette sarcastiche è, un modo come un altro, di esprimersi. A volte è un efficace strumento per sdrammatizzare questioni particolarmente problematiche. Lungi da noi il pensare che la pubblicazione delle vignette del profeta Maometto su un giornale danese lo scorso settembre, poteva andare ad intaccare due punti delicatissimi della cultura di un terzo della popolazione mondiale, quello del divieto di qualsiasi rappresentazione di Maometto, e il fatto ancora più terribile di rappresentarlo come un criminale. L’occidente è rimasto esterrefatto di fronte il disdegno e la rabbia che hanno infuocato le manifestazioni di giovani islamici, contro quella che loro ritenevano una gran mancanza di rispetto, l’ennessima offesa del potente occidente. I cittadini del mondo moderno e globalizzato di oggi hanno interpretato la pubblicazione come semplice e spontanea “libera espressione” artistica e sarcastica del profeta Maometto, così come poteva essere del Papa, e non immaginavano neanche lontanamente che ci fosse una tale differenza di sentire tra loro e “l’altro”. La questione è complessa e ha portato più lontano di quanto nessuno si era immaginato.

 Questo è stato il pretesto per riflettere sull’intricato e difficile tema dell’immagine e la creazione artistica nell’Islam, e su come dei giovani musulmani e al tempo stesso artisti vivono l’arte e la loro libertà creativa.

Il punto di partenza di questa ricerca è stato l’incontro con un gruppo di giovani artisti egiziani, al tempo stesso praticanti e devoti musulmani, “The one or united shot”.

LA CREAZIONE ARTISTICA NELL’ISLAM

Fin dagli albori dell’Islam la questione della libertà creativa dell’artista è stata un punto controverso e difficile. Nell’epoca precedente alla nascita della religione islamica nella penisola arabica erano presenti varie forme di idolatria, che ponevano delle minacce alla nascente religione monoteistica, da qui la necessità del profeta Maometto di salvaguardare l’integrità dei neofiti musulmani da ogni forma di feticismo.

Nelle fonti primarie dell’Islam il Corano e Sunna (le tradizioni di ciò che ha detto e fatto il profeta Maometto), si trovano i riferimenti alla nodosa questione della creazione artistica nell’Islam, è però solo nelle tradizioni orali del profeta Maometto (hadith, raccolte e perfezionate nei due secoli successivi alla morte del profeta) che troviamo un vero e proprio divieto.

E’ nelle accreditate raccolte di Hadith di Muslim e Abu Daud che si fa un riferimento esplicito al divieto di creazione artistica, precisamente la 48° sura del libro degli abiti di Abu Daud, versetto 4152 “…Le statue e ogni tipo di rappresentazione figurale presente nelle vostre case impedirà agli angeli di farvi visita, e tutti coloro che si cimenteranno alla rappresentazione figurale di uomini e animali il giorno del giudizio saranno destinati all’inferno…”, e il libro dei morti “non costruite monumenti sulle tombe, né statue, e se ci sono nascondetele o distruggetele”. La catena di Muslim cita invece degli episodi in cui il profeta aveva vietavo alla moglie prediletta Aisha di tenere delle rappresentazioni figurative di uomini o animali in casa.

Il Corano non tratta direttamente l’argomento, troviamo un breve accenno alla proibizione di abbandonarsi all’idolatria nella sura cinque, “sura della Tavola”, verso 90, mentre nella sura 34 “sura di Saba” ai versi 10-13 è elegantemente espressa la bellezza della natura e la necessità per alcuni profeti di riflettere e meditare sulla bellezza della vita e dell’universo.

La stessa architettura delle moschee con pianta in genere quadrangolare e una spaziosa corte interna, le rende un luogo ideale per la meditazione: in diretto contatto con il cielo e l’assoluto.

A cavallo tra il XIX e il XX secolo ai tempi in cui l’Egitto viveva un periodo di importante apertura intellettuale, sotto il reggente turco Mohammad Alì, il grande imam di Al azhar Mahmoud Abdu (la moschea/università di Al Azhar è la massima istituzione sunnita del mondo islamico), in una fatwa dichiarava la libertà creativa dell’artista, eccezion fatta per la diretta rappresentazione di Dio e dei profeti. Con il suo gesto relegava il contenuto degli hadith al periodo storico in cui viveva Maometto, in cui i fedeli di recente formazione erano ancora molto propensi ad abbandonarsi all’idolatria del periodo pre islamico.

Diversi passi indietro sono stati invece fatti dall’attuale grand imam di Al Azhar Alì Gomua, il quale in una fatwa di pochi mesi fa proibiva l’arte scultoria, quest’ultima fatwa si mescola al mosaico di contraddizioni che pervadono il mondo islamico a causa della pregnante invasività dell’islam su tutta la vita del credente, in cui non esiste la possibilità di separare religione da politica, cultura, arte e società, questo da’ vita a considerevoli contraddizioni come quella del credente che è allo stesso tempo artista.

“THE ONE OR UNITED SHOT” – INCONTRO CON UN GRUPPO DI GIOVANI ARTISTI OSSERVANTI ISLAMICI

Il gruppo di studenti del professor Abdel Aziz Gundi rappresenta una formazione atipica nella facoltà di Belle Arti dell’Università di Elwan (Cairo), ragazze e ragazzi musulmani, particolarmente osservanti che hanno deciso di dedicarsi all’arte.

Si ritrovano ogni venerdì in un punto particolare del Cairo per disegnare dal vivo: schizzi, acquarelli, istantanee della dinamica e pacifica vita della megalopoli. Ogni ciclo d’incontri ha il suo tema, e così dal 2000 ad oggi hanno collezionato i soggetti più vari: Il teatro delle marionette (tradizione ben radicata in Egitto), schizzi di darb al laban (letteralmente via lattea, nome di un quartiere popolare nella periferia del Cairo).

Il tema di questa sessione è “l’uomo e la sedia”. Due volte l’anno riuniscono i dipinti più belli in un’esposizione collettiva. Il ciclo d’incontri “l’uomo e la sedia” terminerà con l’esposizione nel mese di maggio 2006 nei terreni dell’opera del Cairo.

Questo venerdì l’appuntamento è alle 8 a Bab Zweila (porta Zweila), quartiere situato nelle strette stradine del vecchio Cairo Islamico, nei pressi della moschea di Al Azhar, nonché quartiere descritto con dovizia di particolari nei romanzi del nobel egiziano Nagib Mahfouz.

Numerose strade, stradine e vicoli si intrecciano nell’armoniosa vita del venerdì mattina, giorno dedicato alla preghiera come la domenica per i cristiani. Un via vai continuo di uomini e donne, carretti, animali, venditori ambulanti.

Ad un osservatore distratto questo mucchio di voci e colori potrebbe apparire come un groviglio di cose senza ordine, accatastate le une sulle altre, ma quest’apparente babilonia orientale nasconde una sottile euritmia che vive incontrastata da anni, una legge non scritta che permette un pacifico equilibrio.

E come per incanto, il vociare dei venditori scompare nel tedio di un caffé, quasi addormentato nel sopore mattutino.

Gli studenti del Professor Gundi sono disseminati per tutto il quartiere, cercando di cogliere l’atmosfera del venerdì Islamico. Tutte le ragazze vestono rigorosamente il velo e alle 12.00 a.m. con instancabile precisione si dirigono in una delle tante moschee dei dintorni per partecipare alla preghiera e predica del venerdì.

Dopo la preghiera, gli studenti si riuniscono intorno al professore per discutere e commentare i frutti della giornata e i prossimi progetti e obiettivi che “The one or united shot” si propone. Colgo il momento di distensione collettiva per fare qualche domanda al professor Abdel Aziz.

 Come vive il rapporto con i divieti contenuti nelle fonti dell’Islam, (Corano e Sunna). Questo pone dei problemi ad approvare e capire le religioni che non pongono ostacoli alla rappresentazione di immagini sacre?

Per quanto riguarda il divieto alla creazione artistica, intesa come scultura ed immagine, penso che vada circoscritto ai tempi del profeta, quando l’idolatria era ancora molto presente e si cercava di salvaguardare la religione monoteistica islamica.

C’è poi un problema relativo all’interpretazione dei testi religiosi (Corano e Sunna), alle origini dell’Islam le lettere non avevano né punti diacritici né vocali, cosicché la parola poteva assumere fino a 20 significati differenti, cambiando interamente il senso della frase. Credo quindi che da parte dei più intransigenti religiosi islamici, ne siano state fatte interpretazioni travisanti il significato originario che secondo me si riferiva solo agli idolatri, quelli che non hanno creduto nella vera fede.

Per quanto riguarda la raffigurazione di Dio, Maometto, Gesù e gli altri profeti venerati dalla religione islamica, anche questo è legato all’idea di idolatria. Era vietata la rappresentazione figurativa per evitare di venerare le immagini come se fossero dei feticci.

E’ da dire poi che nel Corano sono presenti molte citazioni che riguardano l’importanza data alla meditazione e alla bellezza del creato. Uno stimolo all’ispirazione artistica, alla contemplazione, e anche il divieto di rappresentare Dio assume in questa concezione sfumature diverse, è quasi un invito all’uomo a non porre limiti nella propria relazione con la spiritualità, senza confini di linee, lasciare quindi spazio all’immaginazione.

Io rispetto profondamente le altre culture e le altre religioni. Il fatto che la religione cristiana o altre religioni si esprimano attraverso delle immagini sacre non mi crea nessun problema.

In quanto artista e uomo di fede al contempo qual’è il tuo rapporto con l’arte. L’arte ha dei limiti?

No, non mi sento limitato ed ho un libero rapporto con l’espressione artistica, ma in quanto uomo di fede rispetto i valori della mia religione. Per esempio non farei mai ritratti di nudo, o raffigurerei qualcosa che potrebbe andare contro l’islam, come appunto Dio o i profeti. Rispetto la libera interpretazione artistica di chi non segue i miei principi, ma mi limito ad esserne un osservatore esterno, non partecipe.

Nell’arte ci deve essere dignità ed etica e deve trasmettere un significato.

La pubblicazione delle vignette sarcastiche del Profeta Maometto ha creato una reazione estremamente negativa in tutto il mondo arabo, cosa pensi al riguardo? E’ stato giusto rispondere con violenza?

Riguardo alle vignette pubblicate in Danimarca, credo che l’intera faccenda sia stata frutto di un “misunderstanding”, chi ha pubblicato quelle vignette non aveva capito l’importanza che il profeta Maometto riveste per la religione islamica e non si può condannare chi non conosce, come afferma lo stesso Corano.

Certo condanno le violenze come l’incendio dell’ambasciata danese in Siria, ma approvo le manifestazioni pacifiche che ci sono state, come quelle del Cairo.

Il mondo musulmano vive un momento di profondo malessere, accentuato dallo scoppio di ogni bomba etichettata con lo slogan di fondamentalismo islamico e con l’inevitabile e semplicistica equazione dell’occidentale medio: terrorismo uguale islam.

Un mondo che si sente minacciato da un vicino potente e globalizzante.

Per il popolo di questi Paesi, in cui i problemi impediscono spesso una vita normale, la religione è l’unica bandiera per esprimere con violenza un dissenso, e un’identità che sentono di perdere e che vogliono sfoggiare per non sentirsi soffocare dall’uniformità del mondo moderno occidentale, che non gli regala niente e che spesso in occidente non lo aiuta ad integrarsi, si ha un rigetto, come è successo quest’anno nella banlieu parigina.

Il mondo islamico offre mille sfaccettature diverse, in tutti i campi, non ultimo quello dell’arte. “The one or united shot” è una di queste sfaccettature.

La rivoluzione pacifica delle figlie dell’Islam. Storia di Nawal che a cinque anni litigò con Dio

L’UNITÀ – 11 novembre 2007
di Lilli Gruber

il Sirente, in occasione della giornata internazionale della donna, pubblica L’amore ai tempi del petrolio, tributo alla paladina  dei diritti delle donne Nawal Al Sadaawi, con un’introduzione di Luisa Morgantini. Un testo visionario. Un racconto spettacolare, inaspettatamente avvincente, ricco di tensione e curiosità per il destino della misteriosa protagonista.

« Più di ogni altra donna, Nawal Al Saadawi incarna
le sofferenze del femminismo arabo. » San Francisco Chronicle

Nawal El-Saadawi è una veterana della “jihad femminile”. Ha cominciato a protestare nel 1936, all’eta’ di cinque anni, e direttamente con Dio. Scrivendogli una lettera. “Caro Dio, perche’ preferisci mio fratello? Lui e’ pigro e stupido, non fa nulla ne’ a scuola, ne’ a casa, mentre io m’impegno. Come fai a preferire lui?”. Era l’inizio di una carriera letteraria, e di un rapporto con le autorita’ a dir poco tormentato. Nawal proviene da una famiglia colta e benestante, ma questo non e’ bastato a evitarle la mutilazione genitale. A dieci anni e’ scampata a un matrimonio combinato e ha deciso di continuare a studiare nonostante le perplessita’ familiari. “Se non fossi stata la migliore, mio padre avrebbe smesso di pagarmi gli studi, ma lo ero”. Nel 1955 si laurea in medicina, specializzazione in psichiatria, e comincia a lavorare a Kafr Tahla, il piccolo villaggio rurale dove e’ nata. “Ogni giorno combattevo con le difficolta’, i soprusi e le ingiustizie subite dalle donne”. Nawal e’ richiamata al Cairo e nominata direttrice della Sanita’ pubblica. Nel 1972 pubblica Women and Sex, un atto d’accusa contro la disumana pratica dell’infibulazione. Nawal e’ la prima donna araba a portare allo scoperto un tema cosi’ scomodo e scabroso e di li’ a poco cominciano i guai. Perde il lavoro e la rivista che ha fondato, “Health”, viene chiusa. Ma non si abbatte: per tre anni conduce una ricerca sulle nevrosi femminili presso la facolta’ di medicina dell’Ain Shams University, e nel 1979 diventa consigliera presso le Nazioni Unite per il programma a favore delle donne in Africa e Medio Oriente. I suoi studi la portano nei manicomi e nelle carceri, e la sua critica alle religioni, in particolare all’Islam, e al sistema politico egiziano, finisce per inasprire i gia’ tesi rapporti con le istituzioni. Nel 1981 viene incarcerata senza processo con altri 1.600 intellettuali ed esponenti politici. Sara’ liberata lo stesso anno, esattamente un mese dopo l’assassinio del presidente Sadat, che aveva ordinato il suo arresto. Tra i fermati c’e’ anche suo marito, il dottor Sherif Hetata, che invece scontera’ ben quindici anni nel carcere di massima sicurezza del Cairo. “Il pericolo e’ stato parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna”, mi spiega la donna-simbolo del femminismo egiziano. “Non c’e’ niente di piu’ pericoloso della verita’ in un mondo che mente”. Ma proprio quando il governo sperava di averla messa a tacere, scrive in prigione il suo libro piu’ importante, che sara’ tradotto in dodici lingue e pubblicato in tutto il mondo: Memorie dal carcere delle donne. “Mi negavano perfino la carta”, mi racconta. “La prostituta nella cella accanto mi allungava penna e carta igienica. Non ci credera’, ma le altre donne facevano di tutto affinche’ io potessi sempre scrivere. La creativita’ e’ il mezzo piu’ efficace per porre un freno alle mutilazioni dell’intelletto!”. Quando compare nella lista nera di un gruppo fondamentalista, Nawal si trasferisce in North Carolina. Insegna alla Duke e alla Washington University, ma nel 1996 decide di tornare a casa. Cinque anni dopo viene nuovamente accusata di eresia: grazie a un’imponente mobilitazione internazionale riesce a evitare il processo per apostasia, che l’avrebbe costretta al divorzio forzato dal marito. Oggi nel suo Paese Nawal rischia un nuovo procedimento penale in seguito alla pubblicazione, nel gennaio 2007, della commedia teatrale Dio rassegna le dimissioni nel corso del vertice. Ma oggi vede sviluppi positivi all’orizzonte grazie al lavoro delle femministe islamiche, prezioso nella battaglia per i diritti. Anche se il suo approccio alle religioni e’ piu’ scientifico: “Ho speso vent’anni della mia vita a confrontare i tre libri sacri: l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento e il Corano. Sono andata in India e ho studiato anche la Bhagavadgita. Non si puo’ conoscere l’Islam senza uno studio comparativo. Prendiamo per esempio la questione del velo. Se i sedicenti esperti avessero fatto i dovuti confronti, si sarebbero accorti che le donne si coprivano il capo anche nell’Ebraismo e nel Cristianesimo. In forme diverse, sono sempre state considerate inferiori in qualsiasi religione. In piu’ il Corano e’ molto difficile da capire: esistono numerose scuole che lo interpretano in modo diverso, cosi’ come sono diverse le interpretazioni che i vari governi danno dell’Islam”. L’Egitto, negli ultimi anni, e’ molto cambiato, sostiene Nawal: “Quando studiavo medicina, negli anni Cinquanta al Cairo, nessuna portava l’hijab; quando mia figlia era studentessa a sua volta, negli anni Settanta, il 45% delle ragazze lo indossava. E la percentuale e’ aumentata ancora. Sono stati l’imperialismo americano e il neocolonialismo a sfruttare la religione e fomentare ovunque il fondamentalismo. Il velo e l’infibulazione sono le dirette conseguenze. Oggi in Egitto tutti parlano di religione: professoresse universitarie, scrittrici e perfino le femministe indossano il foulard, magari con i jeans e la pancia scoperta! Le donne si trovano tra due fuochi, tra americanizzazione e islamizzazione”. Per loro il clima nel Paese si sta facendo piu’ pesante e anche il sistema giudiziario non e’ certo incline a tutelarle. Come quello legislativo e’ un sistema misto, secolare e religioso. Esistono corti separate: islamica, cristiana e laica, e per quanto riguarda la prima il codice di riferimento e’ ovviamente la Sharia. “Ma viene applicata in modo assolutamente arbitrario: gli uomini continuano a essere poligami e a divorziare dalle mogli quando vogliono. Il figlio deve portare il nome del padre, e se questi e’ ignoto il bambino e’ illegittimo. I fondamentalisti sostengono che lo dice il Corano. Il nome della madre e’ considerato tuttora una vergogna sociale per la legge islamica”. Quando sua figlia ha deciso di portare il suo cognome, hanno dovuto comparire entrambe in tribunale con l’accusa di apostasia. “In Egitto ci sono due milioni di bambini illegittimi. E’ giusto punire i piccoli che non hanno alcuna colpa?”. Mi racconta l’esperienza traumatica della circoncisione, praticata una mattina, nella sua stanza, da quattro donne del villaggio vestite di nero, senza anestesia ne’ disinfettanti. “Mi dissero che era Dio a volerlo. Da allora ho cominciato a ribellarmi contro di Lui. Anche se i miei genitori mi dicevano di pregare, non mi sono mai convinta che Dio fosse giusto, mai. Perche’ io ho un cervello che ha sempre lavorato a pieno regime. Per me il vero piacere e’ quello della conoscenza, e della sfida. Ho settantacinque anni e vivo come se ne avessi trenta. Faccio ginnastica, suono, nuoto: certo mi stanco, mi viene mal di testa, ma non importa. Essere attivi tiene viva la mente”. Quando le chiedo se il velo possa essere considerato anche un simbolo di liberta’ risponde senza esitare: “Da un punto di vista politico, assolutamente no. La schiavitu’ non e’ un simbolo di liberta'”. Quindi, secondo lei il velo equivale sempre a oppressione? “Si’, certo, ma anche la mercificazione e’ oppressione. Sono due facce della stessa medaglia. Ci sono donne che lo portano come altre usano il trucco: per questo definisco il make-up un velo postmoderno. Perche’ secondo te si mettono il rossetto sulla labbra? Perche’ mostrano il reggiseno e indossano minigonne cortissime? Perche’ sono considerate un oggetto sessuale. Essere coperte per dettami religiosi oppure spogliate per leggi di mercato e’ sempre una forma di schiavitu'”. Secondo Nawal chi dice che l’Islam e’ incompatibile con la democrazia ha ragione: “In nessuna religione esiste democrazia perche’ Dio e’ un dittatore. La religione si fonda sull’obbedienza, non si puo’ discutere con il Creatore. E i potenti della Terra non fanno altro che seguire il loro maestro in Cielo. Non esiste separazione tra religione e politica, sono una cosa sola: nella storia Dio era il re”. Come molte altre intellettuali che ho incontrato, ritiene siano le donne l’elemento chiave nascosto, il vero motore del cambiamento: “Per questo la politica e’ contro di noi. Ci hanno rese cosi’ stupide da farci credere in un Dio che ci opprime. Ma come si puo’ credere davvero che Dio sia contro di noi?”. Mi saluta con un invito a dir poco perentorio: “Ricordati che la mutilazione peggiore non e’ quella genitale ma quella intellettuale. Il velo sul cervello e’ molto peggio del velo sui capelli”.