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Jérôme Ruillier il 13 Novembre al Festival Nues – Nuvole dal Fronte

«Se ti chiami Mohamed» di Jérôme Ruillier

Confronti, ottobre 2015, articolo di Michele Lipori

Se ti chiami Mohamed è un fumetto edito dalla casa editrice Il Sirente (collana «Altriarabi») con il patrocinio di Amnesty international Italia. L’opera, nello stile di un reportage, racconta la storia dell’immigrazione maghrebina in Francia dal 1950 fino ai giorni nostri. Una storia fatta di vite che si intrecciano, di racconti di giovani uomini che – da soli, all’inizio degli anni ’50 – hanno lasciato i propri paesi d’origine (perlopiù Algeria, Marocco e Tunisia) per trovare fortuna in Francia. Uomini semianalfabeti, ma abbastanza robusti ed in salute per lavorare alla catena di montaggio della Renault e per far girare gli ingranaggi della fiorente industria automobilistica francese. Nonostante le difficoltà di integrazione, che hanno costretto questa prima generazione di immigrati a vivere in lugubri dormitori e sempre sotto stretta osservanza, è stato possibile fare della Francia una nuova patria, dove costruire una famiglia.

Nel fumetto la realtà viene affrontata nella sua complessità, ed infatti si evince come anche le nuove generazioni non siano affatto esenti dalla discriminazione razziale, e – d’altra parte – si descrivono anche i delicati processi di ripensamento e adattamento della propria identità culturale, specialmente sui temi dei diritti di genere. Nato nel 1966 a Fort-Dauphin in Madagascar, Jérôme Ruillier ha studiato all’Institut d’Arts Décoratifs di Strasburgo e ha scritto perlopiù libri per ragazzi. Si è basato, per la creazione di quest’opera, sulla raccolta di testimonianze del documentario e del libro Mémoires d’immigrés di Yamina Benguigui.

Ruillier, che è padre di una bambina portatrice di trisomia 21 (conosciuta comunemente come «sindrome di Down») ha esplicitato il modo in cui la sua esperienza di padre sia stata fondamentale per guardare la vicenda dell’immigrazione in modo critico: «Mia figlia – ha detto Ruillier – fa la stessa esperienza degli immigrati: ha difficoltà di integrazione e si sente differente. La differenza è il vero tema del mio libro. Quello che mi interessava raccontare era la paura dell’Altro, del diverso da sé». Se ti chiami Mohamed ha vinto il dBD Award 2012 per il miglior fumetto reportage.

Prima si andava in galera, ora in televisione

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, questa mia lettera vuole essere una piccola «bouteille à la mer» lanciata alla memoria collettiva della società civile italiana, partendo da un episodio avvenuto parecchi anni fa, esattamente nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Francia e la cultura francese e sicuramente si ricorderà del caso di Pierre Clèmenti incarcerato per ben due anni nel carcere di Regina Coeli per un po’ di hascisc. A nulla valsero allora le testimonianze di registi come Pasolini, Bertolucci, Fellini. L’ attore che era al massimo della sua espressione artistica uscì dalla reclusione distrutto nel corpo e nell’ anima. Clementi è morto nel 1999 a soli 59 anni. La riflessione che vorrei sollevare partendo da un lontano e drammatico episodio è proprio questa: come è cambiata la società italiana in questi anni. Succede ora che se ammazzi, stupri, vendi prostituzione, spacci droga, non vai in prigione ma sei invitato ai dibattiti televisivi, diventi una vedette, peggio: un modello da seguire per le giovani generazioni in un «cannibalismo mediatico» immondo. Cosa è successo? Cathy Marchand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è successo per passare da un estremo all’ altro? Eravamo un paese dove le guardie andavano a multare chi si baciava in macchina, siamo diventati un paese di oltraggiosa impudicizia. Morale, intendo, prima che fisica. L’ andamento, almeno in parte, è generale. Natasha Kampush, la ragazza austriaca tenuta prigioniera per anni da Wolfgang Priklopil, oggi diciannovenne, si mostra in pose seducenti nel suo sito web. Suo padre prende un compenso per andare in televisione a raccontare i guai suoi e della figlia. E’ la società dello spettacolo che, come sempre, colpisce di più i più fragili. Noi, per esempio. Anche se il fenomeno è stato studiato, forse non si sono ancora valutate tutte le conseguenze della pessima pedagogia che il piccolo schermo impartisce. Scusandomi con chi legge vorrei citare un caso che conosco di persona e che mi pare esemplare. Quando vent’ anni fa Raitre di Angelo Guglielmi decise di mettere in onda “Telefono giallo”, la consegna obbligatoria era che si trattasse di casi chiusi, delitti (privati e pubblici) sì irrisolti, ma archiviati. Nella Rai di allora non si riteneva lecito discutere e sviscerare casi nei quali le indagini erano ancora ai primi passi date le conoscenze di necessità incomplete che il giornalismo ha. Oggi, come sappiamo, questa regola non vale più. Del resto non c’ è più nemmeno la vergogna di non sapere, sostituita dalla sfrontatezza, il ritegno sulle personali miserie che vengono anzi sbandierate perché fanno ridere; gente anche di nome è disposta a farsi inondare di panna o di acqua colorata pur di stare qualche minuto davanti a una telecamera; non vale nemmeno la pena di citare ciò che è emerso con Vallettopoli. Eravamo un paese arretrato e bigotto quando il povero Clèmenti finiva in galera per qualche grammo di fumo; forse non siamo capaci di essere altro. – CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it