cairo sotterranea 3

"Cairo sotterranea", novembre 2005 (Cairo)  Un giorno una parola spezzata, impensierita e confusa, con una mano poggiata sul mento osservava il Nilo scorrere di fronte a lei. Qualcuno l’aveva abbandonata lì, sul prato, aspettando di meditarci sopra. Annoiata e pesante, pensò che era arrivato il momento di vedere se il suo peso era maggiore della sua forza, e d’un tratto si alzò e si lanciò in una corsa disperata.  Uno scatto, un passo dopo l’altro, e la forza della sua fuga diventò insostenibile, le sue gambe sebbene stanche continuavano a volare sul vento. Le immagini le scorrevano di fronte prima chiare, poi sfumate e sempre più confuse, con le lacrime agli occhi, e il vento in faccia, sorrideva della sua prodezza, e dimentica del suo gesto, si ritrovò in un luogo strano...intorno a lei solo immondizia, una sporcizia infame raccolta dovunque, sovrastante, e lì al centro, una bambina che stupita la guardava disorientata, con forza stringeva qualcosa nei suoi piccoli pugni.  La parola spezzata le chiese, “ bambina, ma cosa stringi?”, e op, la bambina molla la presa - aria?! Aria che dentro quel piccolo palmo, così stretta, quasi sentiva scorrere il sangue e tentava di toccare i tendini tesi, quasi a farli suoi.  E poi via, parola spezzata corre per la confusione del Cairo, inciampa, cade si rialza, più veloce della luce sfiora d’un salto la corniche el- nile e giù sotto la metro, un vagone poi un altro, a scalare fino all’ultimo: il vagone delle donne, si riposa un attimo, un respiro pesante e d’un tratto entra una donna, si mette a vociare in mano un libro con scritto “morte”, parla, urla, ma che dice? quasi vorrebbe dirgli, “aspetta un attimo, parla più piano”, ma ...  La parola spezzata è stanca di osservare, e con passo lento esce: Imbaba – kit kat. Gente, colori, non le lasciano spazio, è come sommersa da questa calca, a tratti riesce a svicolare, a destra, a sinistra, ma poi è di nuovo travolta, per terra schiacciata dal tumulto. Uno sguardo la raccoglie. Uno sguardo estremo, sconfinato, insondabile. Uno sguardo che parla con la sua anima, “di dove sei, sconosciuto?”, parola si chiede, ma lo straniero è già lontano.  Con passo lesto Parola s’intrufola in una casa, sale fino in cima e attraverso le grate guarda giù, in fondo ad un vicolo, una donna sotto un manto di luce mattutina, ignara, crede di essere al riparo dagli sguardi indiscreti e si abbandona ai suoi lavori casalinghi.  Parola ritorna su i suoi passi, scende di corsa tutte le scale ed è di nuovo sulla corniche, rallenta, e ad un tratto pensa “ma chi sono?”, impensierita si blocca al centro della strada, per poco un taxi la investe, è bloccata. Il suo sguardo è rapito da uno specchio: al bordo della strada un vecchietto vende vecchi riflessi e quadri sporchi, ed ecco riflessa la mia parola spezzata. Mia misera parola, che quando alzasti lo sguardo, il tuo eco era già tagliato in due dalla velocità di un taxi distratto. Un taglio netto, profondo, uno squarcio intrinseco a te stessa. Taglio vivo nella tua carne.  La parola riversa, abbandonata al centro della strada trafficata, dava scalpore e con entusiasmo gustava la sua interna identità ritrovata.

“Cairo sotterranea”, novembre 2005 (Cairo) Un giorno una parola spezzata, impensierita e confusa, con una mano poggiata sul mento osservava il Nilo scorrere di fronte a lei. Qualcuno l’aveva abbandonata lì, sul prato, aspettando di meditarci sopra. Annoiata e pesante, pensò che era arrivato il momento di vedere se il suo peso era maggiore della sua forza, e d’un tratto si alzò e si lanciò in una corsa disperata. Uno scatto, un passo dopo l’altro, e la forza della sua fuga diventò insostenibile, le sue gambe sebbene stanche continuavano a volare sul vento. Le immagini le scorrevano di fronte prima chiare, poi sfumate e sempre più confuse, con le lacrime agli occhi, e il vento in faccia, sorrideva della sua prodezza, e dimentica del suo gesto, si ritrovò in un luogo strano…intorno a lei solo immondizia, una sporcizia infame raccolta dovunque, sovrastante, e lì al centro, una bambina che stupita la guardava disorientata, con forza stringeva qualcosa nei suoi piccoli pugni. La parola spezzata le chiese, “ bambina, ma cosa stringi?”, e op, la bambina molla la presa – aria?! Aria che dentro quel piccolo palmo, così stretta, quasi sentiva scorrere il sangue e tentava di toccare i tendini tesi, quasi a farli suoi. E poi via, parola spezzata corre per la confusione del Cairo, inciampa, cade si rialza, più veloce della luce sfiora d’un salto la corniche el- nile e giù sotto la metro, un vagone poi un altro, a scalare fino all’ultimo: il vagone delle donne, si riposa un attimo, un respiro pesante e d’un tratto entra una donna, si mette a vociare in mano un libro con scritto “morte”, parla, urla, ma che dice? quasi vorrebbe dirgli, “aspetta un attimo, parla più piano”, ma … La parola spezzata è stanca di osservare, e con passo lento esce: Imbaba – kit kat. Gente, colori, non le lasciano spazio, è come sommersa da questa calca, a tratti riesce a svicolare, a destra, a sinistra, ma poi è di nuovo travolta, per terra schiacciata dal tumulto. Uno sguardo la raccoglie. Uno sguardo estremo, sconfinato, insondabile. Uno sguardo che parla con la sua anima, “di dove sei, sconosciuto?”, parola si chiede, ma lo straniero è già lontano. Con passo lesto Parola s’intrufola in una casa, sale fino in cima e attraverso le grate guarda giù, in fondo ad un vicolo, una donna sotto un manto di luce mattutina, ignara, crede di essere al riparo dagli sguardi indiscreti e si abbandona ai suoi lavori casalinghi. Parola ritorna su i suoi passi, scende di corsa tutte le scale ed è di nuovo sulla corniche, rallenta, e ad un tratto pensa “ma chi sono?”, impensierita si blocca al centro della strada, per poco un taxi la investe, è bloccata. Il suo sguardo è rapito da uno specchio: al bordo della strada un vecchietto vende vecchi riflessi e quadri sporchi, ed ecco riflessa la mia parola spezzata. Mia misera parola, che quando alzasti lo sguardo, il tuo eco era già tagliato in due dalla velocità di un taxi distratto. Un taglio netto, profondo, uno squarcio intrinseco a te stessa. Taglio vivo nella tua carne. La parola riversa, abbandonata al centro della strada trafficata, dava scalpore e con entusiasmo gustava la sua interna identità ritrovata.

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