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L’autunno, qui, è magico e immenso (25 gennaio – 2 febbraio)

L’autunno qui, è magico e immenso

Tour poetico del poeta siriano Golan Haji

«Torneresti affamato, come un’idea che temi possa morire. Se aprissi una porta qualunque, per rassicurarti o andartene, apriresti la strada al dubbio»

Il poeta curdo-siriano Golan Haji è in un tour italiano per la presentazione del suo libro L’autunno, qui, è magico e immenso, edito nella collana Altriarabi (collana di narrativa mediterranea) per le edizioni il Sirente la prima raccolta europea di poesie, finora apparse solo in rivista, risalenti per la maggior parte agli ultimi due anni.

Dal 25 gennaio al 2 febbraio il poeta sarà coinvolto in scambi poetici, artistici, poetici-filosofici, con varie personalità della scena culturale italiana: il musicista Paolo Fresu, i poeti Giacomo Trinci e Alberto Nessi…
Golan Haji è abituato a lavorare con artisti visivi e con musicisti, con un’idea della traduzione molto aperta e, con una, altrettanto aperta appartenenza culturale

Il tour inizia da Trieste, la città sognata. Il 25 gennaio alle ore 19 presso la Libreria-caffè San Marco (via Battisti 18). Interverranno il poeta Golan Haji, la curatrice del volume Costanza Ferrini, reading poetico a cura di Marina Moretti e musica di Fabio Zoratti.

Bologna, 28 Gennaio ore 18, Sala della Cappella Farnese, Piazza Maggiore. Partecipano il poeta Golan Haji, Paolo Fresu, Giacomo Trinci e Costanza Ferrini.

Chiasso, 29 gennaio ore 18, Foyer Cinema Teatro, via Dante Alighieri 3b. Introduce Marco Galli (coordinatore di Chiasso lettararia), intervengono Golan Haji, Alberto Nessi, Luisa Orelli e Costanza Ferrini.

Firenze, 2 febbraio ore 12, caffè letterario Le Murate, piazza delle Murate. Intervengono Golan Haji, Giacomo Trinci, Brunella Antomarini e Costanza Ferrini.

Un’occasione per riflettere sulla banalità del male, la normalità della follia e l’ironia necessaria per sopravvivere.

Golan Haji è nato nel 1977 a Amouda, una piccola città curda nel nord est della Siria. Ha studiato medicina all’Università di Damasco. E’ patologo di formazione, ma ha una presenza letteraria importante che include numerose raccolte di poesia, con la prima Na’ada fi azzolemat (Chiamò nelle tenebre) (2004) si è aggiudicato il premio Mohammed al-Maghut. La seconda raccolta apparsa nel 2008 in occasione di “Damasco città della cultura” s’intitola Thammata man yaraka wahshen (C’è qualcuno che ha visto in te un mostro). La terza raccolta bayti al-bared al-ba’id (La mia casa è fredda e lontana) è pubblicato presso la casa editrice Dar-al Gamal a Beirut 2012, Adulterers, Forlaget. Korridors, Copenhaghen 2011. Traduttore di classici inglesi tra cui Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde in arabo, ma anche frammenti racconti e poesie di italiani attraverso la lingua inglese quali Pavese, Saba, Ginzburg, Levi, Calvino, Montale.

Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

| Osservatorio Iraq | Domenica 22 dicembre 2013 | Chiara Comito |

Quella stessa neve che non ha risparmiato i campi profughi in cui vivono centinaia di migliaia di siriani in fuga da un paese lacerato da due anni di guerra civile e vittima dell’indifferenza del mondo.
È impossibile non pensare ai tanti bambini, uomini e donne intirizziti o morti per il freddo tagliente quando si leggono le poesie del poeta curdo siriano Golan Haji contenute nella raccolta L’autunno, qui, è magico e immenso (Il Sirente, 2013), dove i versi scandiscono i tempi di stagioni terribili, fatte di polvere, lacrime, pioggia, sangue, dolore e desideri irrealizzati.
E di neve. La neve su cui camminano, ad esempio, i soldati della poesia “Scrigno di dolore” in cui il poeta, parlando della condizione degli esiliati che egli stesso vive dal 2011, scrive: “Ora sei una storia raccontata dove manchi./La tua gola,scrigno di dolore,/è piena di ossa e piume./Nel bianco dell’occhio/hai una macchiolina di sangue arrugginita/simile a un sole che tramonta lontano/su un campo di neve/calpestato da lunghe file di soldati affamati”.

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L’autunno siriano secondo Golan Haji

Frontiere News | Mercoledì 11 dicembre 2013 | Monica Ranieri |

Incontro Golan Haji, poeta curdo siriano, a Baridove è stato invitato per presentare la sua raccolta di poesie “L’autunno qui, è magico e immenso”, edita da “Il Sirente”. Ho il libro tra le mani e lo sguardo continua a soffermarsi su alcuni versi che avevo sottolineato leggendolo. “La mia ombra, appena calpestata/ si ripara sotto di me/ e le mie parole/che sono il mio deserto e mi fan male/si accampano intorno a me”. L’espressione degli occhi di Haji mentre mi racconta della Siria, dei diritti del popolo curdo, e del suo muoversi lungo ed oltre i confini delle scritture e delle lingue, e il tono vibrante della sua voce, mi hanno condotto amichevolmente lungo i sentieri che le parole accampate tracciano attraversano il deserto.  Continua la lettura di L’autunno siriano secondo Golan Haji

“Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

| Editoriaraba | Lunedì 2 dicembre 2013 | Silvia Moresi |

Lo scorso venerdì a Bari si è svolto l’evento “Narrazioni libere. Dalla Siria all’Italia il futuro è commons”. Un’occasione per la città pugliese di ascoltare le parole del poeta curdo siriano Golan Haji e riflettere su una Siria “altra”, rispetto a quella proposta dai media mainstream recentemente. Silvia Moresi ha partecipato all’evento e ne ha scritto per il blog (oltre a fotografare alcuni momenti della serata). Buona lettura! Continua la lettura di “Leggere” la Siria da un altro punto di vista. A Bari il reading del poeta curdo siriano Golan Haji

Libri: ‘L’autunno, qui, è magico e immenso’, di Golan Haji

ANSAmed | 25 novembre 2013 | Cristiana Missori |

(ANSAmed) – ROMA, 25 NOV – La guerra, la bellezza, il sangue e l’amore. Sono questi alcuni temi che compongono la raccolta di poemi scritti negli ultimi due anni da Golan Haji, ”L’autunno, qui, è magico e immenso” (il Sirente, collana Altriarabi, pp.128, Euro 10), che il 29 novembre prossimo, verrà presentata a Bari nel corso dell’evento ”Narrazioni libere. Dalla Siria all’Italia il futuro è commons”. Continua la lettura di Libri: ‘L’autunno, qui, è magico e immenso’, di Golan Haji

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

Al-Akhbar |  Mercoledì 9 ottobre 2013 | ادب وفنون |

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

منذ البداية، انحاز إلى اللغة المحكومة بخصوبة معجمية، لكن ذلك لم يمنعه من إنجاز قصيدة واضحة المعاني. ديوانه «الخريف هنا، ساحرٌ وكبير» خطوة جديدة في تجربة الشاعر السوري الذي يحوّل مذاقات اللغة اليومية إلى منجزات شخصية
يزن الحاج

في مجموعته الجديدة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» (الصادرة بالعربيّة والإيطاليّة عن «دار إل سيرنته» – 2013)، يواصل جولان حاجي (1977) مشروعه الشعري الذي بدأ منذ باكورته «نادى في الظّلمات» (2006). جولان صاحب تجربةٍ خاصّة في الشعر السوري، كانت اللغة فيها المكون الأساسي، مبتعداً عن التقييدات التي التصقت بمعظم مجايليه الذين انحازوا إلى «القصيدة اليومية» ورموزها. وبرغم «الاتّهامات» الجاهزة التي حاول فيها البعض تأطير شعر جولان (سليم بركات كمرجعية شعرية كردية من جهة، أو التأثر بالشعر الأوروبي والأميركي بحكم اطّلاع الشاعر عليهما في ترجماته المتفرّقة المنشورة)، إلا أنّ المتتبّع لهذه التجربة يستطيع التقاط خصوصيّتها التي تنأى عن التصنيفات السائدة.
منذ البداية، استندت تجربة جولان الشعرية الى تجسير الهوة بين الشفهي والكتابي. ثمّة ظلالٌ للترجمة في شعره تتبدّى واضحةً في معظم القصائد؛ ليست الترجمة الاعتيادية بحرفيّتها، بل معناها الضمني الذي كان يشير إليه الشاعر في حواراتٍ عديدة (كلّ كتابة هي ترجمة). الترجمة كعملية نقل بدرجات متعدّدة: نقل الكلمات من المخيّلة/ العقل إلى الورق، نقل المفردات وتحويلها من لغةٍ إلى لغة، ونقل القصيدة/ الحياة من عالمٍ واقعيّ إلى عالم مواز آخر يهرب ويلتجئ إليه، تكون فيه «كاف» التشبيه هي الأداة المحوريّة في القصيدة.
عبر هذا النّقل، تتحرّك قصيدة جولان مبتعدةً عن التقييدات وضيق «اليوميّ» والهويّة واللغة، إلى رحابة فضاء القصيدة. ليس ثمة مكان للثبات في قصيدة حاجي؛ الواقع دوماً مؤقّت، ولا بدّ من ارتحال (مادي أو مجازي) لتكتمل القصيدة. الخوف (السّمة الوحيدة الثابتة في قصائد هذه المجموعة) وعدم الاستقرار هما أداتا الشاعر في التعبير عن ضيق المكان، أيّ مكان، وهو ما يجعل شعر جولان، عموماً، ملغّماً دوماً بالدلالات التي تُربك المتلقّي. وهنا تكمن صعوبة ولذّة هذه القصائد: «لا أخاف أن لا أُفهَم بل أخاف أن لا أُحَبّ». هذا الاضطراب الشخصي والشعري يتبدّى بشكل أكثر وضوحاً في الترجمة الإنكليزيّة لشعر جولان حاجي الذي يشارك معظم الأحيان في ترجمة هذه القصائد بصحبة أصدقاء آخرين. نجد القصائد أكثر «استقراراً»، حيث يُعيد الشاعر كتابة القصائد، ورسم عالمها، وضبط اتجاه بوصلتها.
يشترك جولان مع شعراء «القصيدة اليوميّة» في نقطة الانطلاق، أي عالم الظّلال والأصداء والهامش، لكنّه يفترق عنهم في التأكيد على قضيّة «الأَجْنَبَة» (لو استعرنا مصطلح آلان باديو) في القصيدة. المفردات لا تكتفي بدلالاتها المباشرة، بل تكتمل بظلال معناها، ومرورها بهذه المرحلة «الأجنبيّة» المؤقّتة التي تكون حدّاً فاصلاً بين العالم الواقعي والعالم الشعري، وتتمثّل دوماً بالمرآة (أداة شعريّة دائمة الحضور في قصائد هذه المجموعة والمجموعات السابقة). المرآة كحاجزٍ بين دلالتين وحالتين تفضي إحداهما إلى الأخرى بالضرورة في معادلةٍ دائمة، يكون أحد طرفيها الخوف: «كعدوَّيْن قديمين/ ستحدّق عيناك في عينيك».
يتماهى جولان مع شخوص قصائده لا ليحاول كسر رتابة القصيدة فحسب، بل لرسم ملامح مكان دائم ما بعيداً عن الأمكنة المؤقّتة التي تؤرّق الشّاعر وقصيدته. تكتسب هذه الشّخوص صفات شاعرها (خائفة، متردّدة، غير راضية) من دون أن تنسى تكريس حياةٍ مستقلّة لها بعيداً عن عزلة شاعرها وصقيع نهاياته.
ثمّة حضورٌ شفيفٌ للطبيعة في قصائد المجموعة، لكنّه كأي عنصرٍ آخر في القصائد، يرتدي ثوباً شعرياً جديداً بمعانٍ مُبتكرَة وصور جديدة. ولا بدّ من التأكيد على أهميّة هذا العنصر في شعر جولان حاجي؛ أي الابتكاريّة في خلق الصّور والعوالم المتعدّدة في جسد القصائد، مع وجود علاماتٍ ثابتةٍ دوماً: فالدّم صدأ، والشفتان مشقّقتان، والأشياء توّاقةٌ دوماً للعودة إلى أصلها.
تشترك مجموعة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» مع مجموعات جولان السابقة في هذه العلامات الشعرية الثابتة، لكنّها تفترق عنها بكونها أكثر كمالاً لناحية الصّورة والأفق، عدا كون قصائدها أكثر استقلاليّة، بمعنى خصوصيّة كلّ قصيدة بحدّ ذاتها، الأمر الذي كان أقلّ وضوحاً في معظم قصائد مجموعتَيْ «نادى في الظّلمات» (2006)، و«ثمّة من يراك وحشاً» (2008). أخيراً، ليست هذه المجموعة التجربة الأولى لحاجي في تجاور القصيدة ذاتها بلغتين مختلفتين، إذ سبقتها مجموعة «اخترتُ أن أسمع» (2011)، عدا قصائد مترجَمة متفرّقة أخرى بعددٍ من اللغات في منابر عديدة مثل «جدليّة»، «وولف»، و«كلمات بلا حدود».

Golan Haji – Every Writing is a Translation

Prairie Schooner | Domenica 16 giugno 2013 |

Photo of Golan Haji; Photo Credit: Mikel KruminsA pathologist and doctor, Golan Haji’s literary career includes several collections of poetry; an Arabic translation of Robert Louis Stevenson’s classic, The Strange Case of Dr. Jekyll & Mr. Hyde; and numerous appearances at festivals worldwide. His first collection won the al-Maghut prize and his latest, A Cold Faraway Home, will be published soon in Beirut. He lived in Damascus until he had to flee his country in 2011. He settled in France.

It is hard to believe that I met this Syrian/Kurdish poet two years ago in May 2011 as the crisis in Syria was only just beginning. It saddens me that it has continued to be so bloody for so long. When I met Golan we were in Beirut with Reel Festivals and he had no idea if he would be able to go back to his home as the borders were often closed and the road was dangerous. It was a stressful time to be in the region working on translations with these generous and embattled poets. Despite the strife, we managed to create a free e-book of new Syrian and Lebanese poetry in translation. Golan’s poetic grace and thoughtfulness continues to be relevant.

Golan Haji: I think that every writing is a translation. For me as a Kurd, I talk in Kurdish but I write in Arabic. But it’s not as simple as that, and I think that’s what’s going on in the poet’s head. Something is lost, and the writing is always incomplete. When you try to find the right word or the right image, and it’s not always possible, the poem takes its beauty from this process of imperfection. It’s always imperfect, and that’s why the writing never ends. Just as the idea of identity ends in death, when one is dead, that’s his final identity. One is always looking for others in other places and languages.

Translation is a process of changing places while you are in the same place. It’s not reincarnation, or just to imitate the others. It’s the stranger who comes to your house, is welcomed, is invited, and you know that he will change you in a very secret way, even through silence. And this deep, slow change that translation gives is very important. I think that writing, through the history of literature, was always influenced by translations. I cannot see the modern poetry of any place in the world [without] translations;  that’s impossible. Modern Arab poetry is influenced by English, American, French, Japanese, and German poetry, and I think in Germany and England it’s the same. This translation makes poetry more precise to work with.

To translate poetry well, you need to know what’s going on in the world, and that your roots are everywhere, in all continents. Translation is not just moving the words from language to language; it’s also the movement of the shadow of meaning, how you must be precise to capture the sensations, the images. You are unaware when you have changed, and you don’t know how.

RVW: You can translate every word in a poem and still not have a poem. I like the notion that you’re translating yourself. As a Syrian poet in the current climate , you’ve said before that “being alive is a poetic act,” and I’m just wondering how the events in Syria are affecting your work?

GH: I think that poetry in general is a political act, anti-politics. When you write any poem, when you’re talking about anything, it’s a political act. But what’s been going on in Syria in the past two months is very new for the Syrian people. For the first time in four or five decades, people are in the street demonstrating. That is very beautiful and terrifying at the same time. You are in the street and afraid of being killed… I was amazed by such courageous young people in the streets.

And when I see the death of a young man, when I see that beauty pass away, I feel completely helpless. I’m unable to do anything, and that’s why my mind stopped for a whole month, watching television, the Internet, I was unable to write. I tried to arrange my ideas, just to control this big confusion, but sometimes I feel ashamed to be using words when such beautiful people are killed and you cannot do anything for them. Many friends and I who are writers, poets, and painters suffer from the same circumstances. People in the street do not know us; I write for them, but they do not read me. I write for some people who I dream of, and I know them like they are my brothers and friends. And they changed me.

It’s just two months but it feels like two years.  I look at my own country in a different way:  I know that Syria is going to change, and my only hope is not to see any more bloodshed, any more people thrown in jail, people who are afraid to talk, afraid to write. Actually fear is a great chain in the history of man. If you want to describe something that is unusual psychologically, it’s very impressive and at the same moment sad and cheerful; there are mixed feelings. Many people need time to see. Now, the situation in Syria is completely blurred and confused, but something beautiful is coming out, and coming out soon, I hope.


For the complete interview, you can listen to the original podcast at the Scottish Poetry Library.

Watch “Road to Damascus,” a short film by Roxanna Vilk featuring Golan Haji.

Ryan Van Winkle is a poet, performer, and critic living in Edinburgh. These interviews are from his Scottish Poetry Library podcasts produced and edited by Colin Fraser. This team also produces the arts podcast The Multi-Coloured Culture Laser. He was awarded a Robert Louis Stevenson fellowship for writing in 2012.

Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Arabic Literature | Sabato 20 aprile 2013 | Mlynxqualey |

According to multiple sources, Magdy El Shafee was one of 39 arrested yesterday at Abdel Moneim Riyadh Square: Youm7 reported that El Shafee — godfather of the Egyptian graphic novel, who faced trials and other hurdles for his ground-breaking Metro – was arrested when he went down to try to stop the clashes yesterday. He was apparently arrested at random.
Dar Merit Publisher Mohammad Hashem said on Facebook that El Shafee was accused of perpetrating violence. Al Mogaz quoted author Mohammad Fathi as saying El Shafee didn’t try to escape from police “because he didn’t do anything.”
Other novelists said on Facebook that El Shafee was being interrogated today at Abdeen Court. It also appeared El Shafee may have been injured in the clashes.

Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repubblica | Sabato 16 giugno 2012 | Donatella Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sempre un prezzo ma, avverte Khaled al Khamissi, scrittore e regista cairota che con il suo bestseller Taxi (tradotto in Italia da “il Sirente“) ha dato voce a proteste, sentimenti, desideri del popolo egiziano negli ultimi anni del regime di Hosni Mubarak, «ormai è iniziato un processo irreversibile, in Egitto come negli altri Paesi arabi. Possono anche venire i militari, può governare Shafiq, ma quella che è già una forte trasformazione sociale diventerà, nell’ arco di due o tre anni, anche politica. È una rivoluzione senza partiti, programmi, leader, ma è un percorso di libertà. La strada è lunga, aspettateci: tra dieci anni ci vedrete». Khaled al Khamissi, si può parlare di un golpe in Egitto? «La stampa occidentale adora i termini forti, ma io non la penso così. Se devo dire la verità, non me ne importa nulla di quello che accade sulla cima della piramide, perché io guardo alla base della piramide. Non interessa a me e non interessa alla gente. Che torni Shafiq, che i militari prendano il potere… sarà solo un problema di vertice. I cambiamenti sociali ormai sono irreversibili». Ritorno dei vecchi governanti, vittoria dell’ Islam radicale un po’ dappertutto: la primavera arabaè finita? «Lo ripeto dal gennaio del 2011: non c’ è nessuna primavera araba, ma un cambiamento sociale che continua e porterà a una vera trasformazione di tutti i nostri Paesi entro una decina d’ anni. La gente sa che ci vuole tempo, ma ha fiducia nel lungo periodo. Non teme né Shafiq, né i Fratelli musulmani perché crede nella libertà, che gli islamisti invece combattono. Shafiq vuole venire? Bene, che venga. Non cambierà quanto sta accadendo alla base della società». Da quanto lei dice sembra che i militari siano quasi dei garanti della trasformazione: non teme invece una guerra civile come ci fu in Algeria? «No, è passato molto tempo, la storia è diversa, c’ è Internet, c’ è la possibilità di esprimersi e il coraggio di farlo. Inoltre, non c’ è un nuovo potere islamico, i movimenti radicali, negli anni, sono stati sostenuti e finanziati sia da Sadat che, soprattutto, da Mubarak. E, per quanto riguarda il Consiglio supremo delle Forze armate, non vedo la possibilità di una sfida tra il ritorno al potere dell’ Ancien régime e un nuovo potere islamico. Ci sono interessi politici e finanziari da difendere, serve una stabilità». Pensa a un ruolo degli intellettuali in questo percorso di crescita democratica? «No, gli intellettuali non hanno un peso sufficiente. È la classe media, e soprattutto sono i giovani, perché il 60 per cento degli egiziani ha meno di 25 anni, che non intendono accettare né la formalità del sistema di Mubarak né di quello dei Fratelli musulmani. Si andrà progressivamente verso una concretizzazione politica di quanto si sta già facendo sotto il profilo sociale». Lei, quindi, che futuro vede per il suo Paese? «Io sono ottimista. Il cambiamento e la libertà saranno al potere tra una decina d’ anni. Aspettateci».

“L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affrica | Venerdì 23 marzo 2012 | Marisa Fois |

C’è un re, di cui si festeggia il compleanno e la notizia sul giornale, in prima pagina, a caratteri cubitali, accompagnata da una fotografia a grandezza naturale di Sua Maestà, ne offusca un’altra: “Donna partita e mai più tornata”.
Lì, in quel Paese non ben definito, ma che ha caratteristiche ben precise – autoritario, ricco, autoreferenziale – “non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo, invece, poteva partire e non tornare per sette anni e, solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di chiedere la separazione”. La donna scomparsa era un’archeologa e “aveva una passione per la ricerca delle mummie, una sorta di passatempo”, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa?
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi è una sorta di giallo introspettivo, che racconta la condizione femminile non solo nei Paesi autoritari, ma, in una prospettiva più ampia, in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice – scrittrice e psichiatra, nonché una tra le più note militanti del femminismo internazionale –  a non utilizzare nomi, ma solo categorie (donne e uomini ) in modo che l’immedesimazione potesse risultare più semplice. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche e più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo che sta al loro fianco e con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate.Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In più, le relazioni sociali sono influenzate anche dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero Paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente.
Il librouscito in Egitto nel 2001, è stato subito censurato condannato dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tempi del petrolio” è, infatti, una critica diretta a Mubarak, allora saldamente al potere, e al suo governo, fortemente condizionato da ingerenze esterne. Ma è anche una critica a chi tenta di cancellare la storia (emblematico è il caso della trasformazione delle statue che rappresentano divinità femminili in divinità maschili),  alla scarsa collaborazione tra donne e alla loro paura di andare contro quello che ritengono un destino già scritto e immodificabile. La narrazione è come un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, quasi per non essere assorbita da questa monarchia del petrolio.