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La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro

‘Izzat al-Qamḥāwī, Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhirah 1997; seconda edizione Dār al-‘ayn, al-Qāhirah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Questo libro appartiene ad una scrittura nuova e ad una visione ancora più innovativa, dove originalità si mescola a modernità, cultura celata dei sentimenti a lingua moderna e traboccante; questo romanzo rappresenta una voce forte e ben distinta, che si accompagna ad altre voci nel panorama letterario contemporaneo, fondato su una scrittura nuova e su prospettive capaci di contenere le ansie dell‟uomo e del reale, espresse in modi differenti»(1).

Questo il giudizio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più autorevoli della letteratura araba contemporanea, quando il romanzo è apparso la prima volta nel 1997, pubblicato dalla casa editrice cairota Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giunto ad una seconda ristampa nel 2009 ed è considerato oggi una delle espressioni più particolari della produzione letteraria egiziana.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrittore e giornalista: nella sua vasta produzione letteraria Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere) spicca per originalità tanto nello stile che nelle tematiche affrontate, per ricercatezza linguistica ed espressività letteraria. Il lettore ne rimane ammaliato e avvinto, vittima di quello che, con una forse non troppo casuale assonanza dei temi, il critico letterario francese Roland Barthes aveva teorizzato come “il piacere del testo”(2).

Protagonista di questo romanzo è una città fuori dal tempo e dallo spazio, moderna realizzazione di una sorta di utopia, plasmata in fretta e furia da un abile architetto. Consacrata alla Dea del Piacere che qui aveva costruito la sua roccaforte, questa località può, con le sue sembianze e il suo candore, ingannare i visitatori che si apprestano a lasciarsi condurre nei suoi sentieri. Non vi sono personaggi particolari che restano impressi nella mente del lettore: gli abitanti sono delle ombre, catturate nella loro intima essenza. Vi è una felicità mista a malinconia che alberga nei cuori di questi uomini, dediti alla pratica del piacere, imprigionati in corpi leggeri fatti di luce abbagliante.

L‟autore indulge in descrizioni che sfiorano la poesia per rendere percepibili le sfumature della vita di questo luogo, dove non vi è tempo per la tristezza, poiché gli occhi non potranno piangere, accecati dai colori dell‟arcobaleno che si riflettono nei cristalli delle vetrine.

Ecco dunque al-Qamḥāwī disposto a ricostruire la storia di questa città, tessuta attraverso rimandi ai racconti di anziani, all‟intrecciarsi di miti, leggende e versi d‟ispirazione coranica, che rendono il testo quanto mai suggestivo. Gli anziani assicurano che la città del piacere fu costruita dai ginn, la cui essenza si manifesta nella razionalità delle costruzioni. Nei libri di storia si attesta che la città rimase vuota per settantamila anni, fino a quando la Dea del Piacere non vi scese per infondere la sua bellezza, preannunciando una sua nuova apparizione dopo un identico arco temporale, quando il desiderio sarebbe stato sul punto di dissolversi tra gli abitanti. Sicché questi ultimi, ammaliati dalla bellezza della dea, ne divennero schiavi.

al-Qamḥāwī prova poi a ricercare le cause della graduale rovina di questa remota località piena di simboli: in essa l‟autore recupera la dimensione mitologica del labirinto, sulla cui costruzione si fondono storie diverse. Secondo la tradizione, un indovino predisse al sovrano l‟imminente crollo del suo regno dovuto ad un uomo e una donna, dediti ai piaceri dell‟amore. Fu allora che il re, intimorito, ordinò la realizzazione di un dedalo in cui rinchiudere i due amanti. Ma le leggende riportate dall‟autore sono a tal proposito contrastanti. Alcuni ricordano che fu un ministro, impietosito dalla vicenda dei due amanti, a far erigere il labirinto, di modo che, lì rinchiusi, i due potessero vivere senza problemi; per altri ancora furono proprio i due amanti a realizzare il labirinto, per serbare la loro anima; per altri, infine, fu la Dea del Piacere ad edificarlo, quando si accorse che la propria bellezza scatenava l‟invidia altrui. Questo intricato dedalo di strade sembrerebbe avere le stesse caratteristiche della città: lì gli amanti continuerebbero a vagare ancora oggi nel regno del piacere che in esso alberga. Intorno a questa immagine al-Qamḥāwī intreccia la sua storia, dimenticando la mitologica presenza del labirinto per buona parte della narrazione fino a quando, sul finire del libro, la voce narrante incontra un anziano uomo ormai impazzito a causa delle istituzioni di questo luogo: sarà proprio l‟uomo a svelare l‟ultimo lato nascosto di questa remota località. E così la città, un tempo impenetrabile, è pronta ad essere contaminata dal fascino di due folli invenzioni: le patatine fritte e la pepsi-cola.

Il romanzo di al-Qamḥāwī si pone dunque come una sorta di sperimentazione nella narrativa araba contemporanea: la dimensione sociale del testo è apparentemente celata eppure, con una narrazione che a tratti ha quasi il sapore di una fiaba, l‟autore affronta questioni piuttosto scottanti, lasciando divenire questa città un luogo in cui si condensano i difetti e gli errori dell‟uomo moderno.

Ada Barbaro

NOTE
1 Si veda a tal proposito la presentazione fatta al testo di al-Qamḥāwī dalla casa editrice Dār
al-„Ayn quando l‟opera è stata ristampata nel 2009. Si rimanda al link www.elainpublishing.com

2 Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura. Il piacere del testo, Einaudi, Torino 1999.

Parole chiave: Città del piacere – Letteratura araba

NIHAD SIREES presenta “IL SILENZIO E IL TUMULTO” al PISA BOOK FESTIVAL

SABATO 8 NOVEMBRE LO SCRITTORE SIRIANO NIHAD SIREES PRESENTERA’ IL SUO LIBRO AL PISA BOOK FESTIVAL

Pubblicato per la prima volta in Libano nel 2004, censurato in Siria, tradotto in tedesco, francese e inglese, ha ricevuto il Premio Pen Writing in translation nel 2013. Un atto di coraggio di un brillante scrittore siriano.

Il silenzio e il tumulto è un romanzo sulla vita sotto e durante la dittatura: è l’affresco vivido di un popolo dominato dalla paura. Una storia urgente da raccontare, sensuale, capace di far sorridere anche in un periodo dominato dalla violenza.

La forza della sua allegoria politica porta il romanzo in un lignaggio formidabile di finzioni che illuminano gli angoli bui della dittatura, repressione e accecante burocrazia.”

“il sesso e lo humor sono le uniche armi possibili”   Nihad Serees

Sabato 8 Novembre ore 17 Sala Pacinotti, Palazzo dei Congressi

La stagione della migrazione ad Arkadia

La stagione della migrazione ad Arkadia

Mohamed Aladdin
Muhammad Aladdin

di Muhammad Aladdin

traduzione dall’arabo di Barbara Benini

 

Fu amore a prima vista. Non troveremmo migliore descrizione del momento in cui Mastro Hamza vide la giacca di pelle marrone scuro – che alcuni, talora, definiscono “bruciato” – che fasciava alla perfezione il corpo del cliente entrato per caso, per fortuna o malasorte, all’interno della sua piccola officina meccanica sul Nilo.

Alcune persone intendono “l’amore a prima vista” come “la chimica” tra due esseri viventi o come pura attrazione sessuale. L’idea di una reazione chimica tra un uomo e una giacca può anche passare – specialmente se si pensa, per esempio, all’ossessione che un uomo può avere per il suo accendino e all’importante teoria della proiezione in psicologia – tuttavia, l’idea di un uomo che scopa una giacca è, in un qualche modo, bizzarra.

Contemporaneamente, Luza, l’apprendista di Hamza, stava provando lo stesso genere di spontaneo, burrascoso, “naturale” amore per la compagna del proprietario della giacca: la bellissima donna dai seni prosperosi accoccolati in una maglietta di cotone che, in quanto ad aderenza e costo, poteva competere con la giacca incollata al torace del suo amico, mentre il fondoschiena finemente arrotondato, era avvolto in costosissimi jeans attillati, avversari di tutto rispetto su entrambi i piani. La maggior parte delle persone lo riterrebbero un paragone azzardato, ma per l’incantato Mastro Hamza calzava a pennello: il suo apprendista Luza era profondamente innamorato, come chiunque altro, di quella splendida bellezza dal seno abbondante, arrivata dal lontano – seppur limitrofo – mondo aldilà del ponte, mentre lui era follemente innamorato della giacca.

Ognuno aveva i suoi motivi, che comunque erano sensati per entrambi: se Luza era stato attratto dalla grazia fisica della ragazza, Hamza era stato vittima della pelle morbida, delle tasche a forma di cuore sul petto – che gli ricordavano quelle dei jeans Lee, una marca popolare tra quelli della sua generazione – della cerniera con il tiretto non troppo piccolo né troppo grande, ben fatto e timidamente lucente, del tessuto stretch che avvolgeva i polsi e il girovita del cliente, della robusta fodera, involontariamente orgogliosa, che teneva insieme ogni parte della giacca, per non parlare della cinghia in pelle, con gli automatici, che girava attorno al colletto appuntito.

Ognuno dei due maschi incantati aveva le proprie ragioni di natura fisica per essere profondamente innamorato, ma c’era un altro importante elemento, che chiameremo simbolicamente “grazia”, nel tentativo di accorciare la distanza concreta da un mero “valore” di natura economica. La bella, infatti, emetteva grazia da tutti i pori, con i suoi costosi occhiali da sole, da cui spuntavano due occhi color miele, truccati alla perfezione e la chioma biondo oro, le cui ciocche ondeggianti le cascavano sulle spalle, solo che la giacca, agli occhi incantati di Hamza, emetteva lo stesso valore.

Per essere onesti, Mastro Hamza provò a mettere freno a questa ossessione concentrandosi sulla riparazione della delicata automobile tedesca del cliente, che si era fermata, inerte, vicino alla sua piccola officina, tuttavia in quei momenti, ben noti a tutti gli amanti, Hamza aveva occhi solo per la sua nuova amata. Di nuovo cercò di annientare quell’ ossessione dopo che il cliente se ne fu andato, cliente che, peraltro, si era dimostrato un grande avaro al momento di pagare, malfidente verso chiunque voglia mettere le mani in tasca ai ricchi. In ogni caso, come tutti i clienti di Hamza, non era riuscito a evitare il sovrapprezzo del servizio, ma si era sentito felice e orgoglioso di se stesso, che a quanto pare è ciò che conta di più.

Mastro Hamza cercò di dimenticare il suo amore perduto, ma mentre i vicini parlavano della bella ragazza sexy, domandò in giro con insistenza, dove trovare la giacca del suo amico, tentando di non pensare a quando l’aveva chiesto al cliente e allo sguardo di compassione che gli aveva lanciato senza rispondergli. Hamza se l’era presa con se stesso, per essersi fatto intimidire – come tutti gli appartenenti alla classe operaia, quando si rivolgono a un membro dell’elite – ed essere rimasto in silenzio con il sorriso vago del cliente che gli pesava addosso come un macigno. Le cose non cambiarono finché un amico, solito a sedersi con lui in un piccolo caffè dietro l’angolo, lo vide triste e malinconico. L’amico, un po’ più giovane di lui, non era figlio di un meccanico e non aveva avuto la fortuna di ereditare l’officina di famiglia. Lavorava come guida turistica abusiva e gigolò, con gli stranieri che gironzolavano per il centro città lì vicino, abituato com’era a quella giungla. La giovane guida stava passando per caso di lì quando la bella e il suo amico si erano fermati. Ovviamente la ragazza aveva catturato il suo sguardo, ma dato che la sua professione si basava sulle apparenze, anche la giacca aveva avuto un suo ruolo nell’attirarne l’attenzione. Disse ad Hamza che un tal genere di giacca si poteva trovare in posti come il City Stars, o da Beymen all’hotel Four Seasons, nel Centro Commerciale Arkadia o in negozi più piccoli sulla via El Gezira nell’isola lì vicino. Poi arrivò la questione più importante: il prezzo. La giovane guida turistica rispose alla domanda di Hamza con il tono di un Angelo della Morte: una giacca come quella non sarebbe costata meno di cinquemila sterline egiziane, o anche di più. Mastro Hamza non era in uno stato di reale indigenza – e per questo era solito ringraziare Dio – ma era da sempre ossessionato dall’idea di modernizzare la “bella del vicinato”, la vecchia Vespa avuta in eredità da suo padre, una 200cc, una vera bell’italiana che, però, aveva bisogno di riparazioni e di una revisione, almeno secondo lui. Sua moglie Naìma non era d’accordo, per lei l’intera questione – che poteva costare al budget familiare una cifra ben superiore alle migliaia di cui sopra – era una stronzata: era una “finta bella”, come aveva urlato una volta in presenza di sua madre, non abbastanza saggia da tenere per sé questo giudizio severo, o forse volendo di proposito litigare davanti a lei.

Naìma pensava che il vero oggetto delle loro cure dovesse essere il loro neonato figlio Mahmoud, venuto alla luce tre mesi prima per diventare compagno di giochi di Khadigia – che portava il nome della nonna materna – che da cinque anni giocava da sola. Hamza, però, aveva capito che la solitudine di sua figlia non c’entrava proprio niente e che al contrario si trattava di un altro colpo inferto alla sua indipendenza, un’assicurazione per l’insicura Naìma, consapevole che il loro matrimonio era solo frutto dell’eccitazione delle loro sveltine consumate sulla terrazza del suo palazzo, il tipo di eccitazione destinato a svanire con l’abitudine. Quando saltò fuori un maschio, bastò a placare l’inconfessata ostilità di Hamza verso l’intera questione, leggermente sollevato dall’orribile sensazione di essere stato imprigionato per sempre.

E così fu che Hamza si innamorò perdutamente e, come in tutte le grandi storie d’amore, c’erano ragioni logiche da renderlo difficile, o addirittura proibito. Di nuovo tentò di non lasciarsi sopraffare dalla questione, cercò di concentrarsi sulla routine quotidiana, lasciando a una parte di se stesso la seguente consolazione e cioè, che una volta cresciuto il bambino, quando Naìma si fosse dimenticata della Vespa e quando avrebbe risparmiato una somma così grande da non averne bisogno, si sarebbe comprato la sua cara amata giacca.

Come in ogni grande storia d’amore, vi fu un’altra coincidenza che assomigliava alla prima: il fato guidò Hamza al Centro Commerciale Arkadia, che non era troppo lontano dalla sua piccola officina, per riparare la macchina di un dirigente. Il pasha, come lo chiamavano tutti, si stava stancando dell’“arroganza” del suo solito meccanico, che viveva nel misero quartiere alle spalle del lussuoso centro commerciale e quando questi gli disse che aveva da fare e non si sarebbe liberato prima di due ore, seguì il consiglio di un suo collega e ne cercò un altro per riparare la sua macchina guasta, parcheggiata nel garage dell’Arkadia. Il collega del pasha chiamò un amico che a sua volta gli raccomandò Hamza – bisogna ammettere che Hamza ha la reputazione di essere un bravo meccanico – e si prese la briga di portarlo al centro commerciale.

Quando Hamza prese con sé la sua borsa degli attrezzi e, assieme al suo apprendista, arrivò sulla Corniche, un inspiegabile malessere si impossessò di lui. Si disse che doveva essere una specie di chiaroveggente quando, un’ora più tardi, si trovò in uno strano ascensore, che a lui sembrava una capsula antibiotica trasparente, per andare a prendere soldi dal pasha all’ultimo piano. Pasha che non amava pagare il dovuto a nessuno, ma dobbiamo ammettere, per essere onesti e aldilà delle nostre solite critiche nei confronti delle intenzioni dei personaggi, che il pasha voleva veramente invitare Hamza a bere un caffè o una bevanda ghiacciata, solo che, con suo grande stupore, Hamza si aggrappò al suo rifiuto con un no che significava no, non quello finto che gli uomini usano qualche volta con le donne e i ricchi con i poveri. Mastro Hamza insisteva così tanto nel voler lasciare l’ufficio, aveva così tanta fretta (sebbene questo non gli impedì di contare il denaro con attenzione), da sopprimere anche la leggera obiezione del suo apprendista, il cui no in realtà era un sì: sì a una bevanda ghiacciata o a una delle donne che passavano per l’ufficio – clienti o impiegate che fossero – con le loro gonne relativamente corte che ne svelavano le grazie.

Ancora una volta Mastro Hamza e il suo apprendista furono d’accordo sull’adorare la grazia, solo che l’ammirazione del ragazzo lo spingeva a rimanere, mentre quella di Hamza ad andare via. Tuttavia accadde, mentre si trovava nella capsula antibiotica trasparente, che vide l’amore dei suoi giorni nella vetrina di un negozio di lusso del secondo livello. Dobbiamo ammettere che le coincidenze hanno giocato un ruolo importante in questa storia, come il fatto che se l’ascensore di servizio non fosse stato guasto, Hamza non avrebbe mai avuto alcuna occasione di essere nel centro commerciale con addosso la tuta da lavoro sporca, la stessa che gli fece guadagnare l’occhiata dall’alto in basso del commesso che, dimenticando il proprio ruolo, rispose con fermezza, proprio come fosse il proprietario, alla domanda ansiosa di Hamza: settemila sterline egiziane.

All’interno del negozio, però, accadde che il commesso ebbe la tendenza a riconsiderare il proprio status e così passò da un atteggiamento snob, all’essere geloso del mestiere estremamente remunerativo di Mastro Hamza, come la leggenda metropolitana, di solito a ragione, lo descrive, così rispose alla domanda sulla marca della giacca, pronunciando un nome che Hamza non riuscì proprio a ripetere, ma gli sembrava “Romani”, come il cognome di un suo vecchio amico.

La giovane guida turistica si sbellicò dalle risate quando Hamza gli disse che era una giacca di Romani da settemila sterline. Gli ripeté la corretta pronuncia della marca, ma stranamente Hamza non fece molta attenzione al vero nome della sua amata. Lo pronunciò correttamente una paio di volte e poi tornò a quello che preferiva, il primo: Romani. Potremmo anche aggiungere qui che Hamza non fu per niente soddisfatto della giovane guida turistica, perché il ragazzo gli rideva in faccia anche se Hamza era più vecchio di lui di alcuni anni e guadagnava molti più soldi, ma soprattutto – e questa era la cosa più importante – i suoi guadagni erano frutto del sudore, non dello sfruttamento di vecchie turiste straniere, cui, si diceva, facesse da “accompagnatore”.

Tale risentimento si deve essere mostrato con un gesto di stizza, o un tono severo, oppure questo ragazzo ha un cuore buono – o le tre cose insieme – fatto sta che la giovane guida turistica si offrì di accompagnare Hamza al grande mercato di abiti usati, lì dietro l’angolo, dove avrebbero potuto trovare una giacca simile, anche se vagamente, alla perduta Romani. Conosceva Ashraf, Hamdy e Abdallah, amici e vicini dei commercianti del mercato, forse avrebbero potuto trovargli quello che voleva. Ci sarebbe andato con Ahmed Abdulraùf per aiutarlo a comprare smaglianti abiti di gusto europeo, perché doveva portarlo a una festa a casa di una delle sue “amiche” straniere, nel quartiere di Maadi, il venerdì successivo.

Ovviamente quest’idea frullò nella testa di Hamza per un bel po’, mentre si rigirava nel letto di fianco a sua moglie, che come al solito russava, tuttavia una speranza infantile – lo stesso spirito che lo spingeva ad aspettare le nuove collezioni, per il Piccolo Bairam, al termine del Ramadan – gli dette la forza di resistere: voleva una giacca nuova, nuova esattamente come la giacca del cliente con la bellissima ragazza e la lussuosa macchina tedesca. La voleva così tanto che pensò seriamente di mettersi a dieta, per eliminare quella pancetta che aveva messo su da quando si era sposato. Voleva a tutti i costi assomigliare al cliente, con il suo torace sportivo cui la giacca aderiva alla perfezione, altrimenti avrebbe insaccato la pancia, come faceva suo suocero quando indossava il vestito estivo di taglio maoista. Talora alcuni pensieri lo distraevano da questo suo chiodo fisso: che senso aveva mettersi una giacca così aggraziata nel suo quartiere povero? C’era forse un posto di lusso dove poterla indossare? Poi però si rammentava dell’esempio del Signor Taìma, il dandy del quartiere, che era solito vestirsi veramente elegante anche quando si sedeva al loro misero caffè dietro l’angolo, ma andò anche oltre, decise di comprarsi una maglietta e un paio di jeans costosi come quelli del cliente, e anche degli scarponi con il rinforzo di sicurezza sulla punta, esattamente come i Redwing, che gli piacevano tanto quando era un adolescente. Così il suo lato infantile costruì un’alta barriera davanti all’idea di una giacca di seconda mano.

Quando la giovane guida turistica abusiva glielo propose di nuovo, aggiungendo quanto costava la giacca, il rifiuto infantile di Hamza si sgretolò un poco, per lasciare spazio a una voce, dal tono apparentemente serio, che rifletteva sulla differenza tra una giacca leggermente usata (quasi nuova, come diceva lei) e una nuova, più costosa del dovuto. La voce grave continuò dicendogli che sarebbe stato veramente furbo se fosse riuscito a trovare una giacca di seconda mano che assomigliasse all’amore perduto e per giunta costasse molto meno.

Questo gli girava in testa mentre aspirava profondamente dalla sua shisha, ascoltando la giovane guida turistica abusiva, seduta vicino all’entrata della sua officina.

Rapidamente Mastro Hamza appoggiò il bocchino della shisha sulla sedia, lasciò il negozio a Luza e uscì con la guida, che chiamò Ahmed, per incontrarsi dietro l’angolo e dare un’occhiata ai banchi del mercato. Andarono da tre commercianti diversi e Hamza era esausto a forza di descrivergli cosa voleva, mentre i due giovani cercavano di aiutarlo e contemporaneamente sceglievano una camicia blu di una marca famosa e una paio di jeans scoloriti per Ahmed. Ognuno dei tre commercianti ascoltò e, se pur invano, cercò in tutti i modi di essere d’aiuto. Mentre stavano vicino al negozio di Ashraf, videro due donne straniere, una matura e una che sembrava sulla ventina: due pesci fuor d’acqua, anche se entrambe davano l’idea di sapere perfettamente come si comportano gli uomini egiziani tra la folla. La giovane guida turistica lanciò ad Hamza uno sguardo di vittoria: anche gli stranieri con le loro valute preziose venivano a comprare nei mercati di abiti usati. Ahmed, invece, stava guardando la ragazza straniera: fantasie volteggiavano nella sua mente al pensiero della festa prevista.

Ma Mastro Hamza non trovò ciò che desiderava e mentre con frustrazione esaminava la merce che i venditori gli mostravano, la voce infantile tornò a farsi sentire, assicurandolo che nessuna di quelle giacche era alla stregua della sua amata Romani. Hamza infatti non era di certo rapito come lo era stato davanti alla vetrina del negozio dell’Arkadia quando, inchiodato al pavimento, assieme a Luza, aveva ispezionato ogni centimetro della giacca, ricordando come vestiva il corpo del cliente. Aveva osservato la lucentezza della sua fine e morbida pelle costosa, mentre Luza, che lo tirava per andare via, imbarazzato dagli sguardi della folla, si era sorpreso quando Mastro Hamza, al contrario, lo aveva spinto dentro il negozio, secondo lui con una mossa coraggiosa, per chiedere al commesso informazioni sulla giacca.

Mentre Hamza sprofondava nella delusione, un canto lontano lo raggiunse e così, come altri attorno a lui, lasciò quel che aveva in mano per osservare il gruppo di persone, principalmente giovani che, provenendo dalla lunga strada, urlavano slogan contro il presidente e il regime. Molti uomini gli gironzolavano attorno – e Hamza sapeva bene che alcuni erano poliziotti in borghese – con la scusa di registrare, con i loro cellulari, la marcia e le sue insolite invettive. Hamza insieme ad altri come lui, stava osservando attentamente questo corteo, che aveva ormai attirato tutto il vicinato. Abdallah sorrise guardando i manifestanti, poi si girò verso Hamza. Ahmed e la giovane guida turistica maledirono sia il presidente che la folla che cantava: un abile ladro e una manica di imbecilli. Il giovane disse loro che un gruppo di residenti del centro città e molti altri giovani avevano protestato il giorno prima nell’enorme piazza lì vicino, per poi essere inseguiti dalla polizia fino ai quartieri a sud.

Cercarono di ignorare ciò che stava succedendo, ma il canto aumentava sempre di più, mentre il gruppo si muoveva attraverso il mercato, gridando i propri slogan, finché due veicoli blindati della Sicurezza Centrale spuntarono da non si sa dove e si piazzarono davanti al Ministero degli Affari Esteri. Quello fu il momento in cui i lacrimogeni, una strana novità per Hamza e la maggior parte del vicinato, cominciarono a piovere su di loro, mentre il gruppo di giovani si era chinato sul marciapiede mezzo dissestato per spaccarlo in piccoli pezzi da lanciare contro i soldati. Molti nel quartiere, tra cui loro tre, si ritirarono nei vicoli limitrofi, dato che i lacrimogeni non erano riusciti a scacciare la loro curiosità, ma quando ci fu il blackout e le forze di sicurezza inseguirono i giovani negli stessi vicoletti bui, per Hamza e i suoi amici fu tempo di tornare a casa, di allontanarsi da quelle diavolerie dei poliziotti e dalla stupidità dei manifestanti.

La mattina dopo, mentre era concentrato a riparare la macchina di lusso di un altro cliente, Hamza realizzò che si stava tenendo un’altra protesta vicino all’albergo a cinque stelle non lontano da lì. Sembrava che la gente si stesse dividendo in gruppi riguardo all’invito a partecipare alle imponenti manifestazioni previste dopo la preghiera del venerdì successivo: alcuni erano molto eccitati, altri inveivano contro tutto e altri ancora erano indifferenti, come Hamza. Tutti però concordavano su un fatto: avevano forti dubbi sull’utilità di ciò che stava accadendo e addirittura non erano certi che sarebbe successo. Quando Hamza, quella sera, si sedette al caffè, giravano voci sull’arresto di alcuni ragazzi del quartiere, durante le manifestazioni dei giorni precedenti; si diceva persino che tra loro fosse finito anche chi non aveva nulla a che fare con le proteste, si era solo trovato da quelle parti, al momento degli scontri. Si conosceva il luogo in cui erano stati portati alcuni di loro, ma altri sembravano spariti nel nulla. Hamza stava ascoltando tutto mentre rifletteva su quanto chiedere al nuovo cliente snob, soppesando l’idea di avvicinare la tariffa al prezzo della sua amata Romani. La giovane guida andò da lui a tarda notte con una bottiglia di whiskey irlandese che aveva avuto da una “cliente”, mentre Hamza preparò due canne di hashish – che in quei giorni era difficile da trovare – una ciascuno. Il ragazzo aveva accompagnato Ahmed da un barbiere che conosceva, lì vicino e gli aveva fatto tagliare i capelli in modo che il suo look facesse buona impressione sugli europei con cui avevano appuntamento il giorno dopo.

Il giovane, esitando, disse ad Hamza che la mattina successiva avrebbe partecipato alla manifestazione che si teneva dopo la preghiera di mezzogiorno, mentre la sera, con Ahmed, sarebbe andato alla festa degli stranieri. Dalle narici di Hamza esplose quel tipico grugnito di disapprovazione mista a incredulità seguito a ruota da una domanda: da quando aveva preso a frequentare la moschea? E con che coraggio poteva presentarsi alla preghiera del venerdì, dopo aver passato la notte a bere e fumare? Hamza gli ricordò che per quaranta giorni la sua bocca sarebbe stata impura. La giovane guida turistica abusiva disse che quella regola era un’invenzione e non aveva nulla a che fare con l’islam. Mastro Hamza lo fece tacere con un altro grugnito, seguito da un “vaffanculo!” e da un’altra domanda: com’è che improvvisamente era diventato un manifestante e un uomo pio, contemporaneamente? La combinazione di grugnito, “vaffanculo!” e ulteriore domanda in meno di dieci secondi, bastò a porre fine alla conversazione.

Quando Hamza lasciò il giovane per ritirarsi di sopra, dove montò la moglie per un lasso di tempo che sembrò ore, non stava pensando alla giacca, o alle proteste, o a quando le preghiere possano considerarsi valide. Era eccitato dal viso di una famosa presentatrice di talk show che assomigliava all’attrice sexy Soad Hosny e che lui stava cercando, invano, di fondere con quello di sua moglie. Nel mentre, la sua consorte si stava chiedendo se quel genere di sesso, tra i fumi dell’hashish e dell’alcol, avrebbe mai portato un terzo bambino e se fosse il caso, o meno, di comprare un nuovo passeggino.

Quando Hamza si svegliò, nel tardo pomeriggio del venerdì, tossendo per via dei lacrimogeni che avevano impestato l’aria della sua stanza, sembrava il Giorno del Giudizio. Sua moglie gli stava dicendo che le proteste erano partite da quasi tutte le grandi moschee della città vecchia e che i giovani arrabbiati erano piombati nelle vie laterali, maledicendo il presidente e invocando la caduta del regime e che la stazione di polizia lì vicino era stata attaccata, come era successo a molte altre in città. Stavano tutti soffocando per i gas che piombavano giù da ogni dove, il caos regnava nelle strade da quando i giovani avevano iniziato ad attaccare il ministero. Il personale di polizia e i loro informatori, assieme ai bulli che usavano durante le elezioni, tutti quanti erano improvvisamente svaniti nel nulla. Quando Hamza scese in strada per vedere cosa stesse succedendo, notò due giovani che con indifferenza si stavano rollando una canna d’erba, poi vide il Signor Taìma, che cercava di conservare un aspetto pulito nonostante le circostanze e gli domandò della giovane guida turistica abusiva. Taìma non ne sapeva nulla e lo stesso risposero tutti quelli cui chiese informazioni sul ragazzo. Si domandò se il giovane fosse veramente andato alla manifestazione, o non si fosse invece addormentato come lui, aspettando, assieme ad Ahmed, la festa delle ragazze straniere. Cercò di telefonargli, ma con sua grande sorpresa scoprì che la linea telefonica dei cellulari non era attiva.

L’agghiacciante eco degli spari della piazza non lontana, confuso con il suono sommesso dei lacrimogeni, li raggiunse. Tutto sembrava crollare e fondersi, così, all’improvviso e sempre all’improvviso vide apparire il suo apprendista Luza, trasportato da alcune persone, tra cui riconobbe Abdallah, il proprietario del negozio di abbigliamento nel mercato. Il corpo di Luza era ricoperto di sangue.

Dalla gente che si trovava all’ospedale veterinario lì vicino, dove alcuni medici avevano trasportato i feriti per generosità e senza fare alcun rapporto alle autorità, Hamza seppe che Luza aveva protestato con una folla di giovani davanti alla vicina stazione di polizia e si era preso la sua dose di proiettili. Sua madre Hamìda, che nonostante l’età, era ancora una bella donna e di solito faceva impazzire il padre di Luza, stava urlando a destra e a manca, vicino all’ingresso dell’ospedale, maledicendo suo figlio e i manifestanti, domandandosi se ciò che stavano facendo avrebbe sistemato le cose, o se per caso Luza avesse un padre primo ministro che lo avrebbe salvato dalle conseguenze delle sue azioni.

Anche Hamza stava per imprecare contro Luza ma, quando si avvicinò al corpo, disteso su una lettiga vicino all’entrata, alla vista del volto giallognolo e consumato dal dolore, del sudore che lo ricopriva e delle bende imbevute di sangue su braccia e gambe, si zittì e diede una leggera pacca di conforto al suo apprendista, che lo ricambiò con uno sguardo di gratitudine. Alla fine, però, Hamza lo maledì comunque, a dispetto delle circostanze.

Mastro Hamza sentì molte voci dai ragazzi del vicinato, che giunsero feriti, o in quanto familiari dei feriti, o semplicemente curiosi, ma una sola notizia attirò la sua attenzione anche più dell’esercito che si stava muovendo verso il palazzo della televisione di stato e il ministero lì vicino: gruppi di persone stavano attaccando il Centro Commerciale Arkadia. Alcuni vicini stavano già partendo come missili, sulle loro motociclette cinesi da due soldi o sulle loro costose Vespe, come la sua, diretti all’elegante edificio sul Nilo.

L’immagine della bella, la giacca Romani, tornò di nuovo a occupare la mente di Hamza, quella sottile e fine pelle bruna o “marron bruciato”, le tasche a cuore, la cinghia con gli automatici attorno al colletto appuntito. La bella lo aspettava nell’edificio lì vicino.

Non è difficile immaginare cosa accadde dopo: Hamza corse alla sua Vespa, parcheggiata sul cavalletto, nell’ androne di casa sua, ci salì sopra e guidò fino a raggiungere un branco di motociclisti che scheggiavano verso il Centro Commerciale. Al branco non gliene fregava niente dei giovani ribelli attorno al palazzo della TV di stato e nella piazza lì vicino, o dei militari della Sicurezza Centrale che, spogliatisi delle divise cominciavano a sparpagliarsi nelle strade o a nascondersi negli androni dei palazzi. Ai motociclisti non gliene fregava niente dei blindati della Guardia Presidenziale, che stavano spuntando lungo la Corniche. Non gliene fregava proprio niente, esattamente come a tutti gli altri, del coprifuoco imposto dal vecchio regime corrotto. Il branco era sulla via per la Terra Promessa, non tanto lontana, dove c’erano latte e miele, apparecchi elettronici e molto altro ancora.

Hamza arrivò al centro commerciale trovandone gran parte in fiamme: il fumo pesante saliva nell’aria. Orde di persone uscivano trasportando tutto quello che potevano, pesante o leggero che fosse. Parcheggiò la Vespa all’entrata, assieme a molte altre motociclette e corse dentro l’Arkadia come preso in un incantesimo. Con la punta delle dita sfiorò il coltello nella tasca dei jeans e la sua intuizione risultò essere corretta: tra le orde di formiche che sollevavano i propri trofei, c’erano molte risse, specialmente davanti alla gioielleria, in cui avevano fatto irruzione, come in molti altri negozi del centro commerciale. I corpi dei cercatori di diamanti erano impilati uno sull’altro, mentre i più forti e più violenti avevano preso tutto.

Hamza stava salendo le scale lungo la scia della folla, tra cui riconobbe alcuni visi, mentre altre persone stavano scendendo, trasportando tutto quello che potevano, persino sedie di pelle da ufficio e scrivanie. Raggiunse il negozio desiderato, anch’esso distrutto, estrasse il suo coltello con una leggiadria risalente ai lontani giorni dell’adolescenza e si mise a cercare l’amata. Con lo sguardo prese a rovistare in giro per il locale distrutto, mentre la gente intorno a lui afferrava vestiti con avidità e trovò l’ultima rimasta in un armadio alla sua destra. Ondeggiò il coltello in faccia a un giovane che stava per afferrarla e gli intimò di andarsene con tono rude e minaccioso. Il ragazzo tremando si dileguò, lasciandogli via libera e Hamzà afferrò la giacca. La osservò a lungo: finalmente aveva ottenuto la sua amata, finalmente la mano sinistra ghermiva con fermezza quella sottile pelle lucente, mentre il tiretto della cerniera oscillava libero. Il tintinnio luccicante del metallo colmò d’estasi il cuore di Hamza che non riuscì a trattenersi e nonostante il delirio che gli stava intorno e gli occhi che sicuramente aveva addosso, corse verso i camerini. Si chiuse alle spalle l’elegante porta di legno e attento a non ferire l’imbottitura della giacca, tuffò la mano destra con il coltello all’interno del fine tessuto, facendo scivolare la manica nel minor tempo possibile. Fece lo stesso con l’altra, si sistemò addosso la giacca e chiudendo la cerniera, impettito, si guardò allo specchio alla sua sinistra. Un senso di frustrazione si impossessò di lui: era di una taglia troppo grande e così non aderiva perfettamente al suo torace, ma non si lasciò sconfiggere, alla fine era riuscito ad avere la giacca.

Con la medesima foga con cui era entrato nel negozio, uscì: una folla di persone lo circondava nello stesso stato di eccitazione. Era il paradiso, era fare giustizia su quegli egocentrici bastardi egoisti; su quei ladroni, con il loro denaro, frutto di ruberie, nei loro enormi conti in banca; sulle sventole tutte curve, dalla pelle bianca, che si scopavano; sui loro club esclusivi; sulle scuole internazionali dove mandavano i loro piccoli bastardi. I pasha, gli dei delle stazioni di polizia, che baciano il culo dei potenti, mentre appendono per le caviglie i ladruncoli, o chiunque la malasorte abbia guidato tra le loro mani. Quello era il giorno di coloro che stavano ai loro piedi: i piccoli delinquenti, i diseredati, quelli che sognavano lo stile di vita che gli veniva mostrato nei film che arrivavano dal lontano Nord. Estasi e brutalità scorrevano assieme tra la folla, un rapimento simile a quello che Hamza sentiva mentre si faceva Naìma sulla terrazza, attento che non arrivasse nessun indesiderato visitatore o qualche vicino dalle orecchie lunghe.

Corse fuori e l’adrenalina gli riempiva le vene. Richiamò alla mente l’immagine di un lupo, un lupo feroce che, nonostante i cani che da sempre lo assediavano, aveva ottenuto tutto ciò che voleva nella foresta della vita.

Quando uscì dalla porta del centro commerciale, scattando verso lo spiazzo in cui erano parcheggiate le motociclette, la nuda verità lo colpì brutalmente: la sua Vespa era andata.

 Il Cairo, Egitto, 2 giugno 2013, ore 11:37.

Altriarabi

Dedicata al mondo arabo contemporaneo e con ciò caratterizzata da una forte identità di contenuti è la neonata collana “altriarabi”. La sua “missione” è far conoscere in Italia le realtà del vicino e del medio oriente, le sue sofferenze, i suoi problemi, le sue energie. Realtà non soltanto letterarie, ma anche artistiche, con pubblicazioni dedicate alle correnti artistiche arabe, così poco note in Italia. In ambito letterario intendiamo offrire ai lettori le novità emergenti di queste terre, caratterizzate da un taglio moderno e da uno stile attuale, consapevoli che attraverso gli scrittori, gli artisti e gli intellettuali è possibile creare un ponte di dialogo e di scambio tra culture diverse. E appunto, sarà un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana, Taxi di Khaled Al Khamissi, il primo titolo della collana.

 

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

Al-Akhbar |  Mercoledì 9 ottobre 2013 | ادب وفنون |

جولان حاجي يرتحل إلى رحابة القصيدة

منذ البداية، انحاز إلى اللغة المحكومة بخصوبة معجمية، لكن ذلك لم يمنعه من إنجاز قصيدة واضحة المعاني. ديوانه «الخريف هنا، ساحرٌ وكبير» خطوة جديدة في تجربة الشاعر السوري الذي يحوّل مذاقات اللغة اليومية إلى منجزات شخصية
يزن الحاج

في مجموعته الجديدة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» (الصادرة بالعربيّة والإيطاليّة عن «دار إل سيرنته» – 2013)، يواصل جولان حاجي (1977) مشروعه الشعري الذي بدأ منذ باكورته «نادى في الظّلمات» (2006). جولان صاحب تجربةٍ خاصّة في الشعر السوري، كانت اللغة فيها المكون الأساسي، مبتعداً عن التقييدات التي التصقت بمعظم مجايليه الذين انحازوا إلى «القصيدة اليومية» ورموزها. وبرغم «الاتّهامات» الجاهزة التي حاول فيها البعض تأطير شعر جولان (سليم بركات كمرجعية شعرية كردية من جهة، أو التأثر بالشعر الأوروبي والأميركي بحكم اطّلاع الشاعر عليهما في ترجماته المتفرّقة المنشورة)، إلا أنّ المتتبّع لهذه التجربة يستطيع التقاط خصوصيّتها التي تنأى عن التصنيفات السائدة.
منذ البداية، استندت تجربة جولان الشعرية الى تجسير الهوة بين الشفهي والكتابي. ثمّة ظلالٌ للترجمة في شعره تتبدّى واضحةً في معظم القصائد؛ ليست الترجمة الاعتيادية بحرفيّتها، بل معناها الضمني الذي كان يشير إليه الشاعر في حواراتٍ عديدة (كلّ كتابة هي ترجمة). الترجمة كعملية نقل بدرجات متعدّدة: نقل الكلمات من المخيّلة/ العقل إلى الورق، نقل المفردات وتحويلها من لغةٍ إلى لغة، ونقل القصيدة/ الحياة من عالمٍ واقعيّ إلى عالم مواز آخر يهرب ويلتجئ إليه، تكون فيه «كاف» التشبيه هي الأداة المحوريّة في القصيدة.
عبر هذا النّقل، تتحرّك قصيدة جولان مبتعدةً عن التقييدات وضيق «اليوميّ» والهويّة واللغة، إلى رحابة فضاء القصيدة. ليس ثمة مكان للثبات في قصيدة حاجي؛ الواقع دوماً مؤقّت، ولا بدّ من ارتحال (مادي أو مجازي) لتكتمل القصيدة. الخوف (السّمة الوحيدة الثابتة في قصائد هذه المجموعة) وعدم الاستقرار هما أداتا الشاعر في التعبير عن ضيق المكان، أيّ مكان، وهو ما يجعل شعر جولان، عموماً، ملغّماً دوماً بالدلالات التي تُربك المتلقّي. وهنا تكمن صعوبة ولذّة هذه القصائد: «لا أخاف أن لا أُفهَم بل أخاف أن لا أُحَبّ». هذا الاضطراب الشخصي والشعري يتبدّى بشكل أكثر وضوحاً في الترجمة الإنكليزيّة لشعر جولان حاجي الذي يشارك معظم الأحيان في ترجمة هذه القصائد بصحبة أصدقاء آخرين. نجد القصائد أكثر «استقراراً»، حيث يُعيد الشاعر كتابة القصائد، ورسم عالمها، وضبط اتجاه بوصلتها.
يشترك جولان مع شعراء «القصيدة اليوميّة» في نقطة الانطلاق، أي عالم الظّلال والأصداء والهامش، لكنّه يفترق عنهم في التأكيد على قضيّة «الأَجْنَبَة» (لو استعرنا مصطلح آلان باديو) في القصيدة. المفردات لا تكتفي بدلالاتها المباشرة، بل تكتمل بظلال معناها، ومرورها بهذه المرحلة «الأجنبيّة» المؤقّتة التي تكون حدّاً فاصلاً بين العالم الواقعي والعالم الشعري، وتتمثّل دوماً بالمرآة (أداة شعريّة دائمة الحضور في قصائد هذه المجموعة والمجموعات السابقة). المرآة كحاجزٍ بين دلالتين وحالتين تفضي إحداهما إلى الأخرى بالضرورة في معادلةٍ دائمة، يكون أحد طرفيها الخوف: «كعدوَّيْن قديمين/ ستحدّق عيناك في عينيك».
يتماهى جولان مع شخوص قصائده لا ليحاول كسر رتابة القصيدة فحسب، بل لرسم ملامح مكان دائم ما بعيداً عن الأمكنة المؤقّتة التي تؤرّق الشّاعر وقصيدته. تكتسب هذه الشّخوص صفات شاعرها (خائفة، متردّدة، غير راضية) من دون أن تنسى تكريس حياةٍ مستقلّة لها بعيداً عن عزلة شاعرها وصقيع نهاياته.
ثمّة حضورٌ شفيفٌ للطبيعة في قصائد المجموعة، لكنّه كأي عنصرٍ آخر في القصائد، يرتدي ثوباً شعرياً جديداً بمعانٍ مُبتكرَة وصور جديدة. ولا بدّ من التأكيد على أهميّة هذا العنصر في شعر جولان حاجي؛ أي الابتكاريّة في خلق الصّور والعوالم المتعدّدة في جسد القصائد، مع وجود علاماتٍ ثابتةٍ دوماً: فالدّم صدأ، والشفتان مشقّقتان، والأشياء توّاقةٌ دوماً للعودة إلى أصلها.
تشترك مجموعة «الخريف، هنا، ساحرٌ وكبير» مع مجموعات جولان السابقة في هذه العلامات الشعرية الثابتة، لكنّها تفترق عنها بكونها أكثر كمالاً لناحية الصّورة والأفق، عدا كون قصائدها أكثر استقلاليّة، بمعنى خصوصيّة كلّ قصيدة بحدّ ذاتها، الأمر الذي كان أقلّ وضوحاً في معظم قصائد مجموعتَيْ «نادى في الظّلمات» (2006)، و«ثمّة من يراك وحشاً» (2008). أخيراً، ليست هذه المجموعة التجربة الأولى لحاجي في تجاور القصيدة ذاتها بلغتين مختلفتين، إذ سبقتها مجموعة «اخترتُ أن أسمع» (2011)، عدا قصائد مترجَمة متفرّقة أخرى بعددٍ من اللغات في منابر عديدة مثل «جدليّة»، «وولف»، و«كلمات بلا حدود».

Graphic Novelist Magdy El Shafee Arrested Near Clashes

| Arabic Literature | Sabato 20 aprile 2013 | Mlynxqualey |

According to multiple sources, Magdy El Shafee was one of 39 arrested yesterday at Abdel Moneim Riyadh Square: Youm7 reported that El Shafee — godfather of the Egyptian graphic novel, who faced trials and other hurdles for his ground-breaking Metro – was arrested when he went down to try to stop the clashes yesterday. He was apparently arrested at random.
Dar Merit Publisher Mohammad Hashem said on Facebook that El Shafee was accused of perpetrating violence. Al Mogaz quoted author Mohammad Fathi as saying El Shafee didn’t try to escape from police “because he didn’t do anything.”
Other novelists said on Facebook that El Shafee was being interrogated today at Abdeen Court. It also appeared El Shafee may have been injured in the clashes.

Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

“L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affrica | Venerdì 23 marzo 2012 | Marisa Fois |

C’è un re, di cui si festeggia il compleanno e la notizia sul giornale, in prima pagina, a caratteri cubitali, accompagnata da una fotografia a grandezza naturale di Sua Maestà, ne offusca un’altra: “Donna partita e mai più tornata”.
Lì, in quel Paese non ben definito, ma che ha caratteristiche ben precise – autoritario, ricco, autoreferenziale – “non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo, invece, poteva partire e non tornare per sette anni e, solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di chiedere la separazione”. La donna scomparsa era un’archeologa e “aveva una passione per la ricerca delle mummie, una sorta di passatempo”, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa?
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi è una sorta di giallo introspettivo, che racconta la condizione femminile non solo nei Paesi autoritari, ma, in una prospettiva più ampia, in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice – scrittrice e psichiatra, nonché una tra le più note militanti del femminismo internazionale –  a non utilizzare nomi, ma solo categorie (donne e uomini ) in modo che l’immedesimazione potesse risultare più semplice. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche e più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo che sta al loro fianco e con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate.Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In più, le relazioni sociali sono influenzate anche dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero Paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente.
Il librouscito in Egitto nel 2001, è stato subito censurato condannato dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tempi del petrolio” è, infatti, una critica diretta a Mubarak, allora saldamente al potere, e al suo governo, fortemente condizionato da ingerenze esterne. Ma è anche una critica a chi tenta di cancellare la storia (emblematico è il caso della trasformazione delle statue che rappresentano divinità femminili in divinità maschili),  alla scarsa collaborazione tra donne e alla loro paura di andare contro quello che ritengono un destino già scritto e immodificabile. La narrazione è come un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, quasi per non essere assorbita da questa monarchia del petrolio.

Strisce di rivolta: Egitto, giovani e fumetto, quando la denuncia si fa comic

| Rutin.it | Giovedì 6 ottobre 2011 | Jlenia Currò |

La primavera araba non è sinonimo della caducità delle stagioni. Simbolizza, piuttosto, la nascita di una rivoluzione contro i regimi. Dalle viscere della terra, non dal vertice delle piramidi, si è innalzato lo stelo della rivoluzione. Bandiere di libertà, come petali di fiori, si sono dispiegate sotto un cielo che ha implorato emancipazione dallo stato di oppressione. Il movimento di rivolta, in Egitto, è nato dal basso: la terra da cui sono sorti i metaforici fiori di libertà è il contesto omogeneo del web 2.0, dei social network, dei blog.
Il 18 gennaio 2011 non è stato un politico o una celebrità a denunciare, per mezzo di una pubblica dichiarazione, il regime di Hosni Mubarak. Il merito di avere acceso la miccia che ha infiammato la terra di Cheope è di Asmaa Mahfouz, una giovane donna egiziana che, quel giorno, ha postato su YouTube un video di denuncia contro il regime. Gli aggiornamenti su Facebook e Twitter si sono susseguiti con la rapidità di un anticorpo iniettato nel sangue. La volontà di segnalare e rendere noto lo stato di oppressione si è tradotta nel coraggio di mostrare al mondo quello che si era sempre saputo e che però era restato intrappolato nella diplomazia dei ‘piani alti’.
Anche per le strade del Cairo, la street art si fa portavoce delle novità che hanno interessato il Paese. Mummie riportate in vita sui muri delle vie egiziane non evocano ancestrali paure ma invocano la libertà.
Un medium con una naturale propensione a rappresentare gli impulsi, i desideri, le necessità la cui spinta proviene dal basso, dalla gente, è certamente il fumetto.
Della nona arte, infatti, si sono serviti gli artisti vicini alle idee dei ribelli contro il regime di Mubarak. Primo tra tutti Magdy El Shafee. La sua graphic novel Metro narra le vicende di un software designer, Shahib, nel realistico contesto di un Egitto vessato dai soprusi del regime.
Metro annuncia, profeticamente, quello che sarebbe stato, tre anni dopo, il dissenso manifestato dai ribelli. Le allusioni ad un sistema corrotto, al clientelismo, alla censura sono evidenti a tal punto che è proprio quest’ultima a colpire l’autore della graphic novel. Nel 2008 Magdy El Shafee è comparso davanti al tribunale del Cairo con l’accusa di avere prodotto materiale pornografico e di avere utilizzato un linguaggio eccessivamente volgare. Il fumetto, quindi, è stato ritirato dalle librerie del Cairo.
Risvegliare le coscienze in un sistema di oppressione non è lecito. Anche il solo uso del dialetto che parlano i personaggi di Metro non è ben visto dai sostenitori del regime. La scelta, infatti, non è casuale: il fumetto si serve della varietà dialettale come legittimazione di una società eterogenea, voltando le spalle all’esclusivo utilizzo dell’arabo Fusha, simbolo dell’unità del mondo arabo.
Più mezzi, dunque, volti a realizzare un unico obiettivo: documentare una inarrestabile pulsione di rivolta che, oggi, si è tradotta in azione concreta.
Il fumetto, ancora una volta, si presenta come un medium capace di rivolgersi al pubblico più disparato: oltre la letteratura, oltre la rappresentazione visiva, oggi strizza l’occhio agli ideali di libertà, si fa manifesto dell’esigenza di testimonianza e condivisione.

Cenere sotto il tappeto

| PUB | Lunedì 19 settembre 2011 | Maddalena Sofia |

Metro è una graphic novel. Pubblicata per la prima volta nella primavera 2008 dalla casa editrice araba Melameh, viene censurata dopo pochissimo tempo dal Tribunale di Qasr el Nil de Il Cairo con l’accusa di contenere “immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”.
Un fumetto, una storia semplice, ricca di spunti di riflessione riguardo al mondo musulmano, o meglio, riguardo alla percezione che si ha di esso in quel che comunemente viene definito Occidente. Ma la lettura di Metro rappresenta anche un modo per avvicinarsi alle problematiche sociali, economiche e politiche che attanagliano i paesi islamici, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti riguardanti in particolare l’Egitto e la Libia.
Metro  è ambientato proprio in Egitto, al Cairo e fin dalle prime pagine l’autore racconta e mette in risalto la diffusa corruzione e lo sfruttamento dei più deboli da parte della classe politica.
L’incipit della storia è la rapina a una importante banca della capitale, ad opera di Shihab, il protagonista, e Mustafa, suo amico e collega. Sono entrambi ingegneri, lavorano in un ufficio di programmazione e hanno progettato un software per la sicurezza della metro e delle banche. I due contano di realizzarlo con l’aiuto di un finanziamento per poi venderlo e guadagnare un po’ di soldi. Ma le banche non finanziano il progetto perché sono corrotte e conniventi con personaggi politici di spicco che vorrebbero impossessarsi del software senza pagare e abusando del loro potere. Chiunque si offra di aiutare i due ragazzi viene messo fuori gioco con ricatti, violenze o assassinii: perciò i due protagonisti optano per la decisione estrema di rubare, atto quasi giustificato nel contesto della storia, come se fosse l’unica soluzione possibile per sfuggire a una dilagante povertà.
La chiave di volta nella storia è la figura di Dina, fidanzata di Shihab. È una giornalista cui è stato “ordinato” di coprire i misfatti della classe politica e la corruzione dello Stato. Si evince che in Egitto la stampa è ancora molto controllata e manipolata dalla classe dirigente, ma la voglia di riscatto è più forte e allora lei decide di pubblicare un articolo nel quale racconta la verità su quel che c’è dietro la faccenda del software, senza menzionare la rapina: Shihab inizialmente si oppone a questa scelta per paura di essere scoperto, ma poi si ricrede ed è proprio Dina a fargli capire l’importanza di rendere pubblici i loschi meccanismi sottesi ai giochi di potere. In parte a causa di queste rivelazioni, scoppierà una rivolta a Il Cairo, sintomo del malcontento diffuso del popolo.
Dina è un personaggio centrale nella storia e si carica ancora di maggiore importanza perché si tratta di una donna; a dispetto di qualsiasi stereotipo legato all’Islam, Dina appare emancipata e impegnata politicamente, al contrario di quello che si potrebbe pensare delle donne musulmane, associate molto spesso all’immagine di vittime impotenti degli uomini, obbligate a mortificare il proprio corpo indossando il burqa.
L’autore utilizza un approccio originale e molto realistico nelle scelte editoriali: l’uso delle piante metropolitane, che raffigurano lo spazio de Il Cairo per renderne meglio l’idea, e l’uso del dialetto egiziano, sdoganato da Internet, sono due elementi che fanno presa diretta con i lettori. Danno un’idea di concretezza, ci mettono di fronte a una città e a un popolo come essi sono davvero.
L’intenzione editoriale è quella di allontanare il più possibile concezioni ancora legate all’esotismo: il mondo arabo in generale e quello egiziano in particolare, non è fatto solo di piramidi, cammelli e cose del genere.
Da Metro  si evince, invece, che l’uso delle tecnologie avanzate non è più esclusiva dell’“uomo bianco”: l’Egitto è un Paese raffinato da un punto di vista mediatico e i personaggi sono perfettamente a loro agio nel rapporto con la tecnologia.
Una cosa che sorprende nel fumetto è l’assenza della religione, contrariamente alla comune concezione occidentale, che vorrebbe i musulmani quasi ossessionati dal loro dio fino a spingerli a compiere atti irrazionali.
Lungi dall’essere considerato precursore delle rivolte consumatesi in Egitto e Libia, Metro si pone soltanto come spunto di riflessione per presentare il mondo arabo contemporaneo scevro da qualsiasi preconcetto e per analizzare più da vicino una situazione sociale, economica e politica a lungo covata, di cui i disordini in atto sono solo la punta dell’iceberg. In effetti, anche nel racconto, la rivolta non cambia uno stato di cose, che potrebbe essere modificato soltanto con una consapevolezza reale e aderente alla cultura di quei paesi. Alla fine della storia resta tutto uguale: la rivolta viene prevedibilmente repressa dall’Hagg Khader, il partito egiziano di maggioranza, che, in caso di disordini, paga gente per picchiare chi manifesta contro lo Stato e l’autore inserisce un colpo di scena finale, un ennesimo atto di disonestà, che condannerà Shihab ad essere abbandonato al proprio destino.

Magdy El Shafee nasce in Libia, nel 1961; comincia la sua carriera nel 2001, come illustratore e fumettista in occasione del Comic Workshop Egypt, tenutosi presso l’Università Americana de Il Cairo.
Fin dagli esordi, le sue opere ricalcano temi sociali della vita quotidiana della capitale egiziana, ma toccano anche argomenti spiccatamente legati alla politica, all’economia, alla povertà.
Metro viene pubblicato per la prima volta nel 2008 in Egitto; esso procura all’autore un processo e una condanna alla distruzione di tutte le copie e al pagamento di una salata ammenda. La motivazione ufficiale del sequestro è quella di aver usato un linguaggio troppo spinto, ma i veri motivi sembrano essere la critica radicale al governo e alla corruzione politica.
Il processo a Magdy El Shafee e al suo editore, Mohamed Sharqawi, ha avuto una grande risonanza, fino alla pubblicazione di Metro in Italia nel 2010 all’interno della collana Altriarabi da parte della casa editrice Il Sirente; altre pubblicazioni sono previste all’inizio del 2012 in Francia e in Inghilterra.