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“La cattiva abitudine di spogliarsi” di Hassan Blasim

Tratto dalla raccolta  di racconti “Il matto di piazza della Libertà” di Hassan Blasim, traduzione di Barbara Teresi

“La cattiva abitudine di spogliarsi”

Come sapete, anche la paura ha un odore… Mentre mi raccontava la sua storia, quell’uomo emanava un odore di pesce affumicato. Mi rendevo conto che era sincero, onesto, ma la sua calma mi sembrava affettata. Non capita spesso la fortuna di incontrare una persona con una storia interessante e avvincente come quella di quest’uomo originale. Già, meglio dire “originale” che “folle”. Perché l’originalità consiste nel parlare agli altri dei propri incubi, malgrado la paura e il dolore.

Accadde l’inverno scorso. Rincasavo dopo il mio solito giro in centro, un giro a zonzo, il cui unico scopo è racimolare qualcosa. In genere raccattavo quel che si può trovare nei bar malfamati: quattro chiacchiere, una fica, una birra gratis, uno spinello, delle caotiche discussioni su questioni politi- che, una rissa con un altro ubriaco, oppure semplicemente la possibilità di molestare gli altri, così, per divertimento, con la scusa di essere ubriaco. Lo sai, l’importante è che la giornata trascorra e che in essa ci sia un qualche contatto umano, per quanto piccolo. Il giorno in cui è apparso il lupo ho conosciuto una ragazza strana… un gufo, un uccello del malaugurio. Tu ci credi nelle facce che portano sfiga? A volte si in- contrano facce che non sembrano neppure reali, somigliano piuttosto alle cose che si vedono nei sogni. Tu sei un artista, puoi figurarti facilmente quel che intendo dire, no? Voi artisti coltivate i sogni… Eh, sì! Io credo nei sogni più di quanto non creda in Dio. I sogni ti entrano dentro e poi vanno via, per tornare con nuovi frutti. Dio, invece, è soltanto un deserto sconfinato, nient’altro. Riesci a immaginare che un pittore indiano, a Delhi, in questo momento sta lavorando a un qualche soggetto che è lo stesso di cui si compone il sogno di un uomo che sta dormendo in una città del Texas? ok, fanculo tutto e tutti… Ma di certo sarai d’accordo con me sul fatto che tutte le arti si incontrano in questo modo. E forse anche l’amore e l’infelicità. Se, ad esempio, un poeta finlandese scrive una poesia sulla solitudine, questa poesia sarà il sogno di un’altra persona che dorme in un altro an- golo del mondo. Se ci fosse un motore di ricerca speciale per i sogni, come Google, allora tutti i sognatori potrebbe- ro rintracciare i loro sogni nelle opere d’arte. Al sognatore basterebbe inserire una parola o una breve sequenza di parole tratte dal proprio sogno per veder comparire migliaia di risultati nel motore di ricerca. Perfezionando la ricerca giungerebbe al suo sogno e così verrebbe a sapere cos’è stato in origine: un dipinto, un pezzo musicale o una battuta di un’opera teatrale. Inoltre potrebbe scoprire da quale Paese proviene il suo sogno. Sì… Lo sai… la vita forse… ok, fanculo tutto e tutti!

Quella ragazza aveva una faccia incredibile, era come se l’ago di una macchina per cucire l’avesse trafitta per ore e ore. La sua pelle era puntellata da dozzine di piccoli fori tondi. Prima mi ha detto di essere spagnola e poi, dopo cinque minuti, ha affermato che sua madre è egiziana e suo padre finlandese. Conosceva giusto quattro parole in arabo, e tutte avevano a che fare con gli organi sessuali, oppure era- no bestemmie, sempre contenenti la parola merda. Quella troia! Si è scolata tre boccali di birra a mie spese e poi si è messa ad aspettare in un angolo buio. Cosa aspettava secondo te? Di certo un altro cazzo, disposto a sborsare di più. Io avevo perso 20 euro alla macchinetta del poker. Mi sentivo esausto e affamato. Allora, facendo un cenno alla tipa dal viso malauguroso, con gesto teatrale e ironico, uscii gridando come se mi stessi rivolgendo a un vasto pubblico: “Viva la vita!”

Sulla via di casa, non riuscivo a togliermi dalla testa il volto di quella ragazza. Mi sembrava di averla già vista, tanto tempo fa, in qualche mercato popolare, al mio Paese. Non so perché, ma me la figuravo seduta a vendere peperoni ver- di e rossi, avvolta in un lungo mantello nero.

Sono sicuro che quel giorno tre o quattro cose insieme abbiano contribuito a portarmi sfortuna e cacciarmi in quel pasticcio. Sta’ a sentire… Non crederai alle tue orecchie! Come al solito, quando sono arrivato a casa mi sono spoglia- to e sono rimasto completamente nudo. Stavo andando in bagno, quando l’ho visto sbucare fuori dal soggiorno e correre verso di me. Con un balzo mi sono fiondato in bagno e ho chiuso a chiave la porta. Ero come uno che avesse appena visto l’angelo della morte. Era un lupo, giuro! Un lupo, an- che se tu dirai che forse era un cane…

All’inizio, quando ho guardato dal buco della serratura, non c’era. Tremavo. Per degli interminabili minuti regnò un silenzio terrificante. Dopo aver guardato diverse volte dal buco della serratura, fui certo che era un lupo. Prima lo sentii ansimare, poi lo vidi: stava annusando i miei pantaloni e le mie mutande davanti alla porta di casa. Poi si accoccolò, gli occhi puntati tristemente sulla porta del bagno.

Un lupo in carne e ossa, in città, in un condominio, e proprio nel mio appartamento! Seduto sul water, cominciai a pensare: “Nessuno, a parte me, ha le chiavi di casa; io abito al quarto piano, e anche ipotizzando che… ok… che sia riuscito a volare… e ad arrivare in balcone, ebbene la portafinestra del balcone, in soggiorno, sta sempre chiusa!” Mi scappò la pipì senza che me ne rendessi conto. Ero come paralizzato, nudo sulla tazza del cesso e con un lupo in casa. Che scherzo era quello?

Cominciai a rimproverare me stesso, a insultarmi anche: “Perché ogni volta che entro in casa mi spoglio come una puttana? Se avessi avuto con me il cellulare avrei chiamato la polizia e tutto sarebbe finito! Sono proprio un buono a nulla! Ubriacone, disoccupato, sto tutto il tempo in giro per i bar della città cercando di procurarmi di che vivere, ma da chi, poi? Da altri disgraziati che non fanno meno schifo di me! Da gente cui il mondo nuovo e scintillante ha tirato via il tappeto da sotto i piedi! Prendi per esempio una grassona di quasi quarant’anni in cerca di un rapporto occasionale con un immigrato ormai del tutto arrugginito. Noi non abbiamo il culo sodo e appetitoso, abbiamo soltanto un buco per la merda! Fanculo tutto e tutti! Persino la ragazza che ho incontrato oggi, quella col viso butterato, non si è accontentata del mio invito. Si è spostata in un altro tavolino e si è messa ad aspettare uno stronzo migliore. Se avesse accettato di scopare con me, sarebbe venuta qui nel mio appartamento e sarebbe fuggita a chiamare la polizia o i vicini. o forse il lupo l’avrebbe sbranata. Ma quale lupo? Non è possibile, devo essermi sbagliato, forse è soltanto un’allucinazione…” Così dicevo alla mia immagine riflessa nello specchio.

Tornai a guardare dal buco della serratura. Era sempre accucciato al suo posto. ormai mancavano poche ore all’alba. Pensai che il giorno dopo forse qualcuno si sarebbe preoccupato per la mia assenza. Era senz’altro un’idea ridicola, una consolazione fittizia, dato che da anni vivo da solo e non conosco nessuno, a parte quegli spaventapasseri dei bar. Quelli sono come me: soli, in cerca di qualcosa in giro per i bar. E se non trovano niente, allora se ne tornano nei loro sporchi letti a farsi divorare dalla tristezza e dalla notte. Gli unici che potrebbero bussare alla mia porta sono i testimoni di Geova. Ma anche quelli sono spariti da un pezzo. Forse li ho ridotti alla disperazione a forza di farmi continuamente beffe del loro Dio. Mi sommergevano con le loro rivi- ste, anche se per divertirmi bastava una sola frase di quelle montagne di libri e giornali. La cosa divertente nelle loro riviste erano quei tentativi disperati di collegare le scoperte scientifiche con le storie della Bibbia. Quelle che venivano a farmi visita erano due belle ragazze. La mia fantasia malata mi spingeva ad accoglierle con entusiasmo. Credevo che, se avessi instaurato con loro un vero rapporto d’amicizia, ma- gari poi il tutto sarebbe culminato in un focoso amplesso. Te lo immagini? Due ragazze testimoni di Geova, nude, nel mio letto… Una mi succhia il cazzo e l’altra offre il suo clitoride alla mia lingua mentre recita passi della Bibbia…

Parlavamo di molte cose. L’argomento che mi ha impressionato di più è che i testimoni di Geova rifiutano, come gli ebrei, le trasfusioni di sangue. Io scherzavo con loro, dicevo che il sangue è delizioso, è la bevanda dei vampiri. Parlavo dell’importanza del sangue. “Il direttore del centro di bioetica dell’Università della Pennsylvania afferma con gran freddezza scientifica: “Il sangue sta alla salute come il petrolio sta ai trasporti”. Pensate: mentre ogni anno miliardi di barili di petrolio vengono estratti dal sottosuolo per soddisfare il fabbisogno mondiale di carburante, dal corpo umano vengono prelevate circa novanta milioni di unità di sangue nella speranza di aiutare chi sta male. Questa cifra impressionante rappresenta il volume di sangue di circa otto milioni di persone. Ciononostante, proprio come il petrolio, a quanto pare anche il sangue scarseggia. La comunità me- dica mondiale avverte di questa carenza.” Questo cocktail di informazioni scientifiche o, per essere più precisi, le mie chiacchiere serie, avevano lo scopo di far capire alle due belle testimoni di Geova che io ero una persona davvero impor- tante nel mio Paese. Avevo detto di conoscere perfettamente l’ebraico e di aver tradotto alcuni fascicoli segreti per il Ministero della Difesa e per i servizi di intelligence del mio Paese, aggiungendo qualche dettaglio poliziesco e qualche avventura legata alla mia professione. Con loro blateravo a lungo e, tra il serio e il faceto, nel corso di quelle conversazioni tiravo in ballo tutto ciò che mi passava per la testa. Facevo anche domande, e mi rispondevo da solo, mentre le ragazze se ne stavano sedute, due colombe della pace, sor- ridendo come se fossero appena scese dal cielo. “Ma cosa accadrebbe se un’epidemia letale si diffondesse in tutto il mondo, e tutti quanti avessero bisogno di nuovo sangue?” E, prima ancora che la più grande delle due avesse il tempo di rispondere, io dichiaravo con l’aria di un esperto che parli di genetica: “Di certo scoppierebbe una nuova guerra mondiale.”

Ma non c’è ragione di temere: se si farà una guerra per il sangue, sarà una guerra pulita; sarà proibito l’uso di armi convenzionali o di ultima generazione, non si potrà neppure usare un coltello da cucina. La guerra sarà una sorta di torneo di football americano e i soldati indosseranno abiti sportivi, leggeri. È ovvio che una guerra in cui il sangue scorre inutilmente non servirebbe a nulla in un momento in cui il mondo ne ha un estremo bisogno, perciò, se un soldato facesse uso di armi, non ci sarebbe alcuna pietà nei suoi confronti. Ma che guerra sarebbe? Fanculo tutto e tutti! L’obiettivo degli eserciti sarebbe quello di catturare il maggior nume- ro possibile di soldati nemici. I soldati combatterebbero tra loro e ogni fazione cercherebbe di catturare nemici, per poi trasportarli nei furgoni in attesa nelle retrovie. Sarebbe l’ultima guerra e finirebbe con il prelievo del sangue dell’ul- timo uomo. I furgoni, carichi di soldati prigionieri, chiusi in gabbia, partirebbero alla volta dei laboratori per i prelievi, dopodiché il sangue verrebbe equamente distribuito tra i cittadini. Ma lasciamo perdere questa storia, altrimenti le mie chiacchiere ti faranno venire il mal di testa. Fanculo tutto e tutti!

ok… parlavo tra me e me, tremando: “Un lupo! oh mio Dio! Un lupo!” Quello non si muoveva dal suo posto, non andava neppure in cucina a cercare qualcosa da mangiare. Il suo unico movimento, mentre stava come pietrificato da- vanti alla porta del bagno, consisteva nell’annusare le mie mutande e poi guardare la porta con occhi assassini.

Di certo quella mia idea di lasciare la foresta per torna- re a vivere in città era stata un’idea merdosa… Ma era stata colpa delle zanzare, quei maledetti vampiri! Lo sai che è solo la zanzara femmina a nutrirsi di sangue umano? Il maschio si nutre solamente di linfa vegetale e nettare di fiori. Ho trascorso più di cinque mesi nella foresta. Durante il giorno pescavo nel laghetto vicino, e di sera traducevo un libro molto interessante sulle origini della lingua ebraica. Ero molto felice della mia solitudine e del dono che la foresta mi aveva elargito: dimenticare il mondo degli uomini. Bevevo vino rosso, ma con moderazione. Il guaio però era che tutti gli unguenti con cui mi spalmavo il viso e il corpo non riuscivano a fermare gli attacchi delle zanzare. E come potevo sentirmi in pace mentre un nugolo di zanzare mi aleggia- va intorno alla testa per tutto il giorno, come l’aureola di Cristo nei quadri antichi? Di notte le femmine di zanzara penetravano sotto le lenzuola come una corazzata e mi succhiavano il sangue con ardore e avidità. Il padrone di casa, quando gli parlai delle zanzare, si prese gioco di me, disse che le zanzare mi amavano molto. Alla fine i miei sforzi nel combattere le zanzare furono coronati da violente coliche addominali. Il medico mi disse che si trattava semplicemente di disordini alimentari, e che avrei dovuto mangiare molta verdura. E aggiunse che avrei fatto meglio a tornarmene in città e vivere in mezzo alla gente, perché ovviamente lo stomaco risentiva anche del mio stato di isolamento. Da lui capii anche che parlavo di me stesso in modo strano. In breve, voleva dire che avevo bisogno di uno psichiatra. ok. Io sono quasi sempre un ottimo ascoltatore, e so apprezzare i consigli. Decisi di attenermi soltanto al primo consiglio del dottore, e così tornai in città e mi mescolai con i rifiuti della società, quelli dei bar malfamati. Al di fuori di una bottiglia d’alcol il mondo, per essere affrontato, sembra aver bisogno di un torero; dentro una bottiglia d’alcol, invece, il mondo è una commedia e ha bisogno solo di più pagliacci… e fanculo tutto e tutti!

In bagno c’erano solo un asciugamani e un mucchio di calzini e mutande sporchi. Io ero esausto e infreddolito. Controllai per esser sicuro che il mio ospite fosse ancora al suo posto, poi feci una doccia calda e tornai a riflettere sul- la faccenda. Se avessi avuto dei nemici, sarebbe stato logico pensare che uno di loro avesse portato il lupo in casa mia. Ma come si può portare un lupo in casa di qualcun altro? Il presunto nemico avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di qualcuno che lavora allo zoo, e di una macchina. Forse era un lupo domestico, come un cane… o forse io ero impazzito e mi stavo immaginando tutto. È mai possibile che una per- sona sana di mente creda a quello che ti sto raccontando? No, non dire che tu mi credi, ma… lo giuro su Geova e sui suoi angeli… era un vero lupo! Chissà, forse il dottore aveva ragione…

Mi coprii con l’asciugamani e piombai in un sonno pro- fondo, disteso su calzini e mutande. Mi svegliai in preda a una forte emicrania che mi crivellava la testa, simile a un assordante erpice. Doveva essere mezzogiorno. La cosa assurda, incredibile, è che il lupo era ancora lì! Merda… Ma non aveva fame? Perché stava lì, immobile come la Sfinge? L’idea della fame strisciò nella mia mente come una serpe. Ero in preda al panico e mi misi a gridare. Sarei rimasto chiuso in bagno fino a morire di fame? Ma in questo caso anche il lupo sarebbe morto di fame! Ma no, è risaputo che i lupi sopportano la fame meglio degli uomini. Io però in bagno avevo l’acqua, mentre a lui il rubinetto della cucina non sarebbe servito a niente. Ma allora io sarei morto di fame e lui di sete… No, no… in cucina, sul tavolo, c’era una scodella di zuppa. Chissà se gli sarebbe piaciuta la zuppa della sera pri- ma. Comunque sul tavolo c’era anche del pane, se lo avesse voluto…

Di colpo una tremenda isteria si impadronì di me. Mi misi a colpire con forza la porta e a gridare chiedendo aiuto. Di tanto in tanto spiavo dal buco della serratura le reazioni di quel maledetto lupo. Dov’erano i vicini? Anche da loro erano entrati i lupi? No, no… non potevo morire lì, in bagno. Pensai che sarebbe stato meglio farmi sbranare piuttosto che morire in quel modo orribile. E poi perché avrebbe dovuto mangiarmi? Sempre davanti allo specchio, cercavo di scacciare le mie paure. Magari lo avrei affrontato, lottando contro di lui e riuscendo a scappare. Forse si sarebbe accontentato di ferirmi. E se anche mi avesse amputato un braccio, sarebbe pur sempre stato meglio che marcire lì in bagno. Mi bagnai la faccia e poi rimasi per più d’un quarto d’ora a lavarmi i denti e scrutare con attenzione il mio viso allo specchio. Colpendo le pareti, urlavo e imprecavo. Poi mi venne un’idea: perché non aprire la porta, gettar via l’asciugamani e vedere cosa sarebbe successo? Ma non avevo il coraggio di fare una cosa simile. E se il lupo mi fosse balzato addosso, rapido, impedendomi di fuggire? Allora ricominciai a gridare e dar colpi alle pareti, usando tutti i flaconi di shampoo finché non si rompevano. Sfinito, tornai a sedermi sul water. Bevvi dal lavandino curvando le mani a mo’ di tazza, poi scoppiai in singhiozzi.

Mi distesi sulle fredde mattonelle del bagno, raggomitolandomi su me stesso, come uno che abbia smesso di credere e desideri soltanto sparire da questo mondo.

A notte fonda – la seconda notte – decisi di porre fine a quella pagliacciata. Che mi mangiasse, o che io mangiassi lui! Mi sentivo addosso un’energia formidabile, una sete di vendetta che si agitava dentro di me. Avrei fatto a pezzi quel lupo inutile e vigliacco, e avrei arrostito la sua carne e persino la sua testa! Fanculo tutto e tutti!

Aprii lentamente la porta del bagno. Il lupo si alzò in piedi e io, correndo con tutta la forza che mi era rimasta, gli balzai contro. L’ultima cosa che ricordo è l’istante in cui il lupo mi saltò addosso…

C’era un buio freddo, tetro. Un buio sordo. Ad aiutar- mi in quelle tenebre c’era soltanto il ricordo di quel che era accaduto in quegli ultimi istanti, sebbene il terrore di non esistere più fisicamente mi paralizzasse nei miei tentati- vi di essere paziente e aspettare la misericordia di Dio in quell’oscurità. Quel che so è che, contrariamente a quanto mi stava accadendo, quando muori non rimane più nessun ricordo, né alcuna consapevolezza della vita vissuta, anche se la morte intesa come annichilimento totale è soltanto una supposizione, nulla di più. Avrei voluto gridare per chiedere aiuto, ma non sapevo dove fosse la bocca, né come fare a lanciare un grido. Qual era il meccanismo, il movimento che bisognava compiere per riuscire a gridare? Come potevo farmi da capo un’idea di dove fossero i piedi o di come trovare i capelli per poterli poi toccare?

Ero veramente morto? Il vero dilemma in quell’oscurità non riguardava la mia capacità di muovermi o di fare qualunque altra cosa; il guaio era che gli strumenti erano spariti, persi in un mare di tenebre. Uno sa come guardare senza però conoscere il metodo o gli strumenti per farlo. Ma io sentivo, allo stesso tempo, di esistere ancora, seppure come un minuscolo punto cosciente, da qualche parte nel mondo. Non so quanto tempo sia durato. Il punto minuscolo cominciò ad allargarsi e io percepivo che la mia pelle riacquistava il suo calore e il mio respiro, dapprima molto lento, si faceva gradualmente più veloce.

A quanto pare, avevo sbattuto la testa contro lo spigolo del comodino e avevo perso conoscenza. Mi era anche usci- to un po’ di sangue. In casa non c’era nessun lupo. Era spa- rito, come evaporato. La porta di casa era chiusa, solo quella del bagno era spalancata. Indossai una camicia e presi il telefonino dalla tasca dei pantaloni buttati per terra, nel punto in cui c’era stato quel lupo che si era poi dissolto nel nulla. Mi misi a girare per casa con circospezione, ma non c’era nessuno a parte me. Mi sedetti sul divano e accesi la televisione. C’era la replica della cerimonia degli oscar e l’attore Brad Pitt, cingendo la vita di Angelina Jolie, parlava delle sue chance di vincere l’oscar.

Ho deciso di tornare nella foresta: meglio affrontare le zanzare piuttosto che rischiare che mi appaia, che so, un coccodrillo… Fanculo tutto e tutti! Questo è l’ultimo bicchiere che bevo con te… Sei proprio un uomo strano, e forse mi somigli un po’: hai un’incredibile capacità di ascoltare gli altri… Secondo me tu… ok, forse mi faccio un altro bicchiere con te prima di andarmene. Fanculo tutto e tutti. Non so neanche come ti chiami! Io sono Salmàn…

–Hassan Blasim, piacere.

 

La stagione della migrazione ad Arkadia

La stagione della migrazione ad Arkadia

Mohamed Aladdin
Muhammad Aladdin

di Muhammad Aladdin

traduzione dall’arabo di Barbara Benini

 

Fu amore a prima vista. Non troveremmo migliore descrizione del momento in cui Mastro Hamza vide la giacca di pelle marrone scuro – che alcuni, talora, definiscono “bruciato” – che fasciava alla perfezione il corpo del cliente entrato per caso, per fortuna o malasorte, all’interno della sua piccola officina meccanica sul Nilo.

Alcune persone intendono “l’amore a prima vista” come “la chimica” tra due esseri viventi o come pura attrazione sessuale. L’idea di una reazione chimica tra un uomo e una giacca può anche passare – specialmente se si pensa, per esempio, all’ossessione che un uomo può avere per il suo accendino e all’importante teoria della proiezione in psicologia – tuttavia, l’idea di un uomo che scopa una giacca è, in un qualche modo, bizzarra.

Contemporaneamente, Luza, l’apprendista di Hamza, stava provando lo stesso genere di spontaneo, burrascoso, “naturale” amore per la compagna del proprietario della giacca: la bellissima donna dai seni prosperosi accoccolati in una maglietta di cotone che, in quanto ad aderenza e costo, poteva competere con la giacca incollata al torace del suo amico, mentre il fondoschiena finemente arrotondato, era avvolto in costosissimi jeans attillati, avversari di tutto rispetto su entrambi i piani. La maggior parte delle persone lo riterrebbero un paragone azzardato, ma per l’incantato Mastro Hamza calzava a pennello: il suo apprendista Luza era profondamente innamorato, come chiunque altro, di quella splendida bellezza dal seno abbondante, arrivata dal lontano – seppur limitrofo – mondo aldilà del ponte, mentre lui era follemente innamorato della giacca.

Ognuno aveva i suoi motivi, che comunque erano sensati per entrambi: se Luza era stato attratto dalla grazia fisica della ragazza, Hamza era stato vittima della pelle morbida, delle tasche a forma di cuore sul petto – che gli ricordavano quelle dei jeans Lee, una marca popolare tra quelli della sua generazione – della cerniera con il tiretto non troppo piccolo né troppo grande, ben fatto e timidamente lucente, del tessuto stretch che avvolgeva i polsi e il girovita del cliente, della robusta fodera, involontariamente orgogliosa, che teneva insieme ogni parte della giacca, per non parlare della cinghia in pelle, con gli automatici, che girava attorno al colletto appuntito.

Ognuno dei due maschi incantati aveva le proprie ragioni di natura fisica per essere profondamente innamorato, ma c’era un altro importante elemento, che chiameremo simbolicamente “grazia”, nel tentativo di accorciare la distanza concreta da un mero “valore” di natura economica. La bella, infatti, emetteva grazia da tutti i pori, con i suoi costosi occhiali da sole, da cui spuntavano due occhi color miele, truccati alla perfezione e la chioma biondo oro, le cui ciocche ondeggianti le cascavano sulle spalle, solo che la giacca, agli occhi incantati di Hamza, emetteva lo stesso valore.

Per essere onesti, Mastro Hamza provò a mettere freno a questa ossessione concentrandosi sulla riparazione della delicata automobile tedesca del cliente, che si era fermata, inerte, vicino alla sua piccola officina, tuttavia in quei momenti, ben noti a tutti gli amanti, Hamza aveva occhi solo per la sua nuova amata. Di nuovo cercò di annientare quell’ ossessione dopo che il cliente se ne fu andato, cliente che, peraltro, si era dimostrato un grande avaro al momento di pagare, malfidente verso chiunque voglia mettere le mani in tasca ai ricchi. In ogni caso, come tutti i clienti di Hamza, non era riuscito a evitare il sovrapprezzo del servizio, ma si era sentito felice e orgoglioso di se stesso, che a quanto pare è ciò che conta di più.

Mastro Hamza cercò di dimenticare il suo amore perduto, ma mentre i vicini parlavano della bella ragazza sexy, domandò in giro con insistenza, dove trovare la giacca del suo amico, tentando di non pensare a quando l’aveva chiesto al cliente e allo sguardo di compassione che gli aveva lanciato senza rispondergli. Hamza se l’era presa con se stesso, per essersi fatto intimidire – come tutti gli appartenenti alla classe operaia, quando si rivolgono a un membro dell’elite – ed essere rimasto in silenzio con il sorriso vago del cliente che gli pesava addosso come un macigno. Le cose non cambiarono finché un amico, solito a sedersi con lui in un piccolo caffè dietro l’angolo, lo vide triste e malinconico. L’amico, un po’ più giovane di lui, non era figlio di un meccanico e non aveva avuto la fortuna di ereditare l’officina di famiglia. Lavorava come guida turistica abusiva e gigolò, con gli stranieri che gironzolavano per il centro città lì vicino, abituato com’era a quella giungla. La giovane guida stava passando per caso di lì quando la bella e il suo amico si erano fermati. Ovviamente la ragazza aveva catturato il suo sguardo, ma dato che la sua professione si basava sulle apparenze, anche la giacca aveva avuto un suo ruolo nell’attirarne l’attenzione. Disse ad Hamza che un tal genere di giacca si poteva trovare in posti come il City Stars, o da Beymen all’hotel Four Seasons, nel Centro Commerciale Arkadia o in negozi più piccoli sulla via El Gezira nell’isola lì vicino. Poi arrivò la questione più importante: il prezzo. La giovane guida turistica rispose alla domanda di Hamza con il tono di un Angelo della Morte: una giacca come quella non sarebbe costata meno di cinquemila sterline egiziane, o anche di più. Mastro Hamza non era in uno stato di reale indigenza – e per questo era solito ringraziare Dio – ma era da sempre ossessionato dall’idea di modernizzare la “bella del vicinato”, la vecchia Vespa avuta in eredità da suo padre, una 200cc, una vera bell’italiana che, però, aveva bisogno di riparazioni e di una revisione, almeno secondo lui. Sua moglie Naìma non era d’accordo, per lei l’intera questione – che poteva costare al budget familiare una cifra ben superiore alle migliaia di cui sopra – era una stronzata: era una “finta bella”, come aveva urlato una volta in presenza di sua madre, non abbastanza saggia da tenere per sé questo giudizio severo, o forse volendo di proposito litigare davanti a lei.

Naìma pensava che il vero oggetto delle loro cure dovesse essere il loro neonato figlio Mahmoud, venuto alla luce tre mesi prima per diventare compagno di giochi di Khadigia – che portava il nome della nonna materna – che da cinque anni giocava da sola. Hamza, però, aveva capito che la solitudine di sua figlia non c’entrava proprio niente e che al contrario si trattava di un altro colpo inferto alla sua indipendenza, un’assicurazione per l’insicura Naìma, consapevole che il loro matrimonio era solo frutto dell’eccitazione delle loro sveltine consumate sulla terrazza del suo palazzo, il tipo di eccitazione destinato a svanire con l’abitudine. Quando saltò fuori un maschio, bastò a placare l’inconfessata ostilità di Hamza verso l’intera questione, leggermente sollevato dall’orribile sensazione di essere stato imprigionato per sempre.

E così fu che Hamza si innamorò perdutamente e, come in tutte le grandi storie d’amore, c’erano ragioni logiche da renderlo difficile, o addirittura proibito. Di nuovo tentò di non lasciarsi sopraffare dalla questione, cercò di concentrarsi sulla routine quotidiana, lasciando a una parte di se stesso la seguente consolazione e cioè, che una volta cresciuto il bambino, quando Naìma si fosse dimenticata della Vespa e quando avrebbe risparmiato una somma così grande da non averne bisogno, si sarebbe comprato la sua cara amata giacca.

Come in ogni grande storia d’amore, vi fu un’altra coincidenza che assomigliava alla prima: il fato guidò Hamza al Centro Commerciale Arkadia, che non era troppo lontano dalla sua piccola officina, per riparare la macchina di un dirigente. Il pasha, come lo chiamavano tutti, si stava stancando dell’“arroganza” del suo solito meccanico, che viveva nel misero quartiere alle spalle del lussuoso centro commerciale e quando questi gli disse che aveva da fare e non si sarebbe liberato prima di due ore, seguì il consiglio di un suo collega e ne cercò un altro per riparare la sua macchina guasta, parcheggiata nel garage dell’Arkadia. Il collega del pasha chiamò un amico che a sua volta gli raccomandò Hamza – bisogna ammettere che Hamza ha la reputazione di essere un bravo meccanico – e si prese la briga di portarlo al centro commerciale.

Quando Hamza prese con sé la sua borsa degli attrezzi e, assieme al suo apprendista, arrivò sulla Corniche, un inspiegabile malessere si impossessò di lui. Si disse che doveva essere una specie di chiaroveggente quando, un’ora più tardi, si trovò in uno strano ascensore, che a lui sembrava una capsula antibiotica trasparente, per andare a prendere soldi dal pasha all’ultimo piano. Pasha che non amava pagare il dovuto a nessuno, ma dobbiamo ammettere, per essere onesti e aldilà delle nostre solite critiche nei confronti delle intenzioni dei personaggi, che il pasha voleva veramente invitare Hamza a bere un caffè o una bevanda ghiacciata, solo che, con suo grande stupore, Hamza si aggrappò al suo rifiuto con un no che significava no, non quello finto che gli uomini usano qualche volta con le donne e i ricchi con i poveri. Mastro Hamza insisteva così tanto nel voler lasciare l’ufficio, aveva così tanta fretta (sebbene questo non gli impedì di contare il denaro con attenzione), da sopprimere anche la leggera obiezione del suo apprendista, il cui no in realtà era un sì: sì a una bevanda ghiacciata o a una delle donne che passavano per l’ufficio – clienti o impiegate che fossero – con le loro gonne relativamente corte che ne svelavano le grazie.

Ancora una volta Mastro Hamza e il suo apprendista furono d’accordo sull’adorare la grazia, solo che l’ammirazione del ragazzo lo spingeva a rimanere, mentre quella di Hamza ad andare via. Tuttavia accadde, mentre si trovava nella capsula antibiotica trasparente, che vide l’amore dei suoi giorni nella vetrina di un negozio di lusso del secondo livello. Dobbiamo ammettere che le coincidenze hanno giocato un ruolo importante in questa storia, come il fatto che se l’ascensore di servizio non fosse stato guasto, Hamza non avrebbe mai avuto alcuna occasione di essere nel centro commerciale con addosso la tuta da lavoro sporca, la stessa che gli fece guadagnare l’occhiata dall’alto in basso del commesso che, dimenticando il proprio ruolo, rispose con fermezza, proprio come fosse il proprietario, alla domanda ansiosa di Hamza: settemila sterline egiziane.

All’interno del negozio, però, accadde che il commesso ebbe la tendenza a riconsiderare il proprio status e così passò da un atteggiamento snob, all’essere geloso del mestiere estremamente remunerativo di Mastro Hamza, come la leggenda metropolitana, di solito a ragione, lo descrive, così rispose alla domanda sulla marca della giacca, pronunciando un nome che Hamza non riuscì proprio a ripetere, ma gli sembrava “Romani”, come il cognome di un suo vecchio amico.

La giovane guida turistica si sbellicò dalle risate quando Hamza gli disse che era una giacca di Romani da settemila sterline. Gli ripeté la corretta pronuncia della marca, ma stranamente Hamza non fece molta attenzione al vero nome della sua amata. Lo pronunciò correttamente una paio di volte e poi tornò a quello che preferiva, il primo: Romani. Potremmo anche aggiungere qui che Hamza non fu per niente soddisfatto della giovane guida turistica, perché il ragazzo gli rideva in faccia anche se Hamza era più vecchio di lui di alcuni anni e guadagnava molti più soldi, ma soprattutto – e questa era la cosa più importante – i suoi guadagni erano frutto del sudore, non dello sfruttamento di vecchie turiste straniere, cui, si diceva, facesse da “accompagnatore”.

Tale risentimento si deve essere mostrato con un gesto di stizza, o un tono severo, oppure questo ragazzo ha un cuore buono – o le tre cose insieme – fatto sta che la giovane guida turistica si offrì di accompagnare Hamza al grande mercato di abiti usati, lì dietro l’angolo, dove avrebbero potuto trovare una giacca simile, anche se vagamente, alla perduta Romani. Conosceva Ashraf, Hamdy e Abdallah, amici e vicini dei commercianti del mercato, forse avrebbero potuto trovargli quello che voleva. Ci sarebbe andato con Ahmed Abdulraùf per aiutarlo a comprare smaglianti abiti di gusto europeo, perché doveva portarlo a una festa a casa di una delle sue “amiche” straniere, nel quartiere di Maadi, il venerdì successivo.

Ovviamente quest’idea frullò nella testa di Hamza per un bel po’, mentre si rigirava nel letto di fianco a sua moglie, che come al solito russava, tuttavia una speranza infantile – lo stesso spirito che lo spingeva ad aspettare le nuove collezioni, per il Piccolo Bairam, al termine del Ramadan – gli dette la forza di resistere: voleva una giacca nuova, nuova esattamente come la giacca del cliente con la bellissima ragazza e la lussuosa macchina tedesca. La voleva così tanto che pensò seriamente di mettersi a dieta, per eliminare quella pancetta che aveva messo su da quando si era sposato. Voleva a tutti i costi assomigliare al cliente, con il suo torace sportivo cui la giacca aderiva alla perfezione, altrimenti avrebbe insaccato la pancia, come faceva suo suocero quando indossava il vestito estivo di taglio maoista. Talora alcuni pensieri lo distraevano da questo suo chiodo fisso: che senso aveva mettersi una giacca così aggraziata nel suo quartiere povero? C’era forse un posto di lusso dove poterla indossare? Poi però si rammentava dell’esempio del Signor Taìma, il dandy del quartiere, che era solito vestirsi veramente elegante anche quando si sedeva al loro misero caffè dietro l’angolo, ma andò anche oltre, decise di comprarsi una maglietta e un paio di jeans costosi come quelli del cliente, e anche degli scarponi con il rinforzo di sicurezza sulla punta, esattamente come i Redwing, che gli piacevano tanto quando era un adolescente. Così il suo lato infantile costruì un’alta barriera davanti all’idea di una giacca di seconda mano.

Quando la giovane guida turistica abusiva glielo propose di nuovo, aggiungendo quanto costava la giacca, il rifiuto infantile di Hamza si sgretolò un poco, per lasciare spazio a una voce, dal tono apparentemente serio, che rifletteva sulla differenza tra una giacca leggermente usata (quasi nuova, come diceva lei) e una nuova, più costosa del dovuto. La voce grave continuò dicendogli che sarebbe stato veramente furbo se fosse riuscito a trovare una giacca di seconda mano che assomigliasse all’amore perduto e per giunta costasse molto meno.

Questo gli girava in testa mentre aspirava profondamente dalla sua shisha, ascoltando la giovane guida turistica abusiva, seduta vicino all’entrata della sua officina.

Rapidamente Mastro Hamza appoggiò il bocchino della shisha sulla sedia, lasciò il negozio a Luza e uscì con la guida, che chiamò Ahmed, per incontrarsi dietro l’angolo e dare un’occhiata ai banchi del mercato. Andarono da tre commercianti diversi e Hamza era esausto a forza di descrivergli cosa voleva, mentre i due giovani cercavano di aiutarlo e contemporaneamente sceglievano una camicia blu di una marca famosa e una paio di jeans scoloriti per Ahmed. Ognuno dei tre commercianti ascoltò e, se pur invano, cercò in tutti i modi di essere d’aiuto. Mentre stavano vicino al negozio di Ashraf, videro due donne straniere, una matura e una che sembrava sulla ventina: due pesci fuor d’acqua, anche se entrambe davano l’idea di sapere perfettamente come si comportano gli uomini egiziani tra la folla. La giovane guida turistica lanciò ad Hamza uno sguardo di vittoria: anche gli stranieri con le loro valute preziose venivano a comprare nei mercati di abiti usati. Ahmed, invece, stava guardando la ragazza straniera: fantasie volteggiavano nella sua mente al pensiero della festa prevista.

Ma Mastro Hamza non trovò ciò che desiderava e mentre con frustrazione esaminava la merce che i venditori gli mostravano, la voce infantile tornò a farsi sentire, assicurandolo che nessuna di quelle giacche era alla stregua della sua amata Romani. Hamza infatti non era di certo rapito come lo era stato davanti alla vetrina del negozio dell’Arkadia quando, inchiodato al pavimento, assieme a Luza, aveva ispezionato ogni centimetro della giacca, ricordando come vestiva il corpo del cliente. Aveva osservato la lucentezza della sua fine e morbida pelle costosa, mentre Luza, che lo tirava per andare via, imbarazzato dagli sguardi della folla, si era sorpreso quando Mastro Hamza, al contrario, lo aveva spinto dentro il negozio, secondo lui con una mossa coraggiosa, per chiedere al commesso informazioni sulla giacca.

Mentre Hamza sprofondava nella delusione, un canto lontano lo raggiunse e così, come altri attorno a lui, lasciò quel che aveva in mano per osservare il gruppo di persone, principalmente giovani che, provenendo dalla lunga strada, urlavano slogan contro il presidente e il regime. Molti uomini gli gironzolavano attorno – e Hamza sapeva bene che alcuni erano poliziotti in borghese – con la scusa di registrare, con i loro cellulari, la marcia e le sue insolite invettive. Hamza insieme ad altri come lui, stava osservando attentamente questo corteo, che aveva ormai attirato tutto il vicinato. Abdallah sorrise guardando i manifestanti, poi si girò verso Hamza. Ahmed e la giovane guida turistica maledirono sia il presidente che la folla che cantava: un abile ladro e una manica di imbecilli. Il giovane disse loro che un gruppo di residenti del centro città e molti altri giovani avevano protestato il giorno prima nell’enorme piazza lì vicino, per poi essere inseguiti dalla polizia fino ai quartieri a sud.

Cercarono di ignorare ciò che stava succedendo, ma il canto aumentava sempre di più, mentre il gruppo si muoveva attraverso il mercato, gridando i propri slogan, finché due veicoli blindati della Sicurezza Centrale spuntarono da non si sa dove e si piazzarono davanti al Ministero degli Affari Esteri. Quello fu il momento in cui i lacrimogeni, una strana novità per Hamza e la maggior parte del vicinato, cominciarono a piovere su di loro, mentre il gruppo di giovani si era chinato sul marciapiede mezzo dissestato per spaccarlo in piccoli pezzi da lanciare contro i soldati. Molti nel quartiere, tra cui loro tre, si ritirarono nei vicoli limitrofi, dato che i lacrimogeni non erano riusciti a scacciare la loro curiosità, ma quando ci fu il blackout e le forze di sicurezza inseguirono i giovani negli stessi vicoletti bui, per Hamza e i suoi amici fu tempo di tornare a casa, di allontanarsi da quelle diavolerie dei poliziotti e dalla stupidità dei manifestanti.

La mattina dopo, mentre era concentrato a riparare la macchina di lusso di un altro cliente, Hamza realizzò che si stava tenendo un’altra protesta vicino all’albergo a cinque stelle non lontano da lì. Sembrava che la gente si stesse dividendo in gruppi riguardo all’invito a partecipare alle imponenti manifestazioni previste dopo la preghiera del venerdì successivo: alcuni erano molto eccitati, altri inveivano contro tutto e altri ancora erano indifferenti, come Hamza. Tutti però concordavano su un fatto: avevano forti dubbi sull’utilità di ciò che stava accadendo e addirittura non erano certi che sarebbe successo. Quando Hamza, quella sera, si sedette al caffè, giravano voci sull’arresto di alcuni ragazzi del quartiere, durante le manifestazioni dei giorni precedenti; si diceva persino che tra loro fosse finito anche chi non aveva nulla a che fare con le proteste, si era solo trovato da quelle parti, al momento degli scontri. Si conosceva il luogo in cui erano stati portati alcuni di loro, ma altri sembravano spariti nel nulla. Hamza stava ascoltando tutto mentre rifletteva su quanto chiedere al nuovo cliente snob, soppesando l’idea di avvicinare la tariffa al prezzo della sua amata Romani. La giovane guida andò da lui a tarda notte con una bottiglia di whiskey irlandese che aveva avuto da una “cliente”, mentre Hamza preparò due canne di hashish – che in quei giorni era difficile da trovare – una ciascuno. Il ragazzo aveva accompagnato Ahmed da un barbiere che conosceva, lì vicino e gli aveva fatto tagliare i capelli in modo che il suo look facesse buona impressione sugli europei con cui avevano appuntamento il giorno dopo.

Il giovane, esitando, disse ad Hamza che la mattina successiva avrebbe partecipato alla manifestazione che si teneva dopo la preghiera di mezzogiorno, mentre la sera, con Ahmed, sarebbe andato alla festa degli stranieri. Dalle narici di Hamza esplose quel tipico grugnito di disapprovazione mista a incredulità seguito a ruota da una domanda: da quando aveva preso a frequentare la moschea? E con che coraggio poteva presentarsi alla preghiera del venerdì, dopo aver passato la notte a bere e fumare? Hamza gli ricordò che per quaranta giorni la sua bocca sarebbe stata impura. La giovane guida turistica abusiva disse che quella regola era un’invenzione e non aveva nulla a che fare con l’islam. Mastro Hamza lo fece tacere con un altro grugnito, seguito da un “vaffanculo!” e da un’altra domanda: com’è che improvvisamente era diventato un manifestante e un uomo pio, contemporaneamente? La combinazione di grugnito, “vaffanculo!” e ulteriore domanda in meno di dieci secondi, bastò a porre fine alla conversazione.

Quando Hamza lasciò il giovane per ritirarsi di sopra, dove montò la moglie per un lasso di tempo che sembrò ore, non stava pensando alla giacca, o alle proteste, o a quando le preghiere possano considerarsi valide. Era eccitato dal viso di una famosa presentatrice di talk show che assomigliava all’attrice sexy Soad Hosny e che lui stava cercando, invano, di fondere con quello di sua moglie. Nel mentre, la sua consorte si stava chiedendo se quel genere di sesso, tra i fumi dell’hashish e dell’alcol, avrebbe mai portato un terzo bambino e se fosse il caso, o meno, di comprare un nuovo passeggino.

Quando Hamza si svegliò, nel tardo pomeriggio del venerdì, tossendo per via dei lacrimogeni che avevano impestato l’aria della sua stanza, sembrava il Giorno del Giudizio. Sua moglie gli stava dicendo che le proteste erano partite da quasi tutte le grandi moschee della città vecchia e che i giovani arrabbiati erano piombati nelle vie laterali, maledicendo il presidente e invocando la caduta del regime e che la stazione di polizia lì vicino era stata attaccata, come era successo a molte altre in città. Stavano tutti soffocando per i gas che piombavano giù da ogni dove, il caos regnava nelle strade da quando i giovani avevano iniziato ad attaccare il ministero. Il personale di polizia e i loro informatori, assieme ai bulli che usavano durante le elezioni, tutti quanti erano improvvisamente svaniti nel nulla. Quando Hamza scese in strada per vedere cosa stesse succedendo, notò due giovani che con indifferenza si stavano rollando una canna d’erba, poi vide il Signor Taìma, che cercava di conservare un aspetto pulito nonostante le circostanze e gli domandò della giovane guida turistica abusiva. Taìma non ne sapeva nulla e lo stesso risposero tutti quelli cui chiese informazioni sul ragazzo. Si domandò se il giovane fosse veramente andato alla manifestazione, o non si fosse invece addormentato come lui, aspettando, assieme ad Ahmed, la festa delle ragazze straniere. Cercò di telefonargli, ma con sua grande sorpresa scoprì che la linea telefonica dei cellulari non era attiva.

L’agghiacciante eco degli spari della piazza non lontana, confuso con il suono sommesso dei lacrimogeni, li raggiunse. Tutto sembrava crollare e fondersi, così, all’improvviso e sempre all’improvviso vide apparire il suo apprendista Luza, trasportato da alcune persone, tra cui riconobbe Abdallah, il proprietario del negozio di abbigliamento nel mercato. Il corpo di Luza era ricoperto di sangue.

Dalla gente che si trovava all’ospedale veterinario lì vicino, dove alcuni medici avevano trasportato i feriti per generosità e senza fare alcun rapporto alle autorità, Hamza seppe che Luza aveva protestato con una folla di giovani davanti alla vicina stazione di polizia e si era preso la sua dose di proiettili. Sua madre Hamìda, che nonostante l’età, era ancora una bella donna e di solito faceva impazzire il padre di Luza, stava urlando a destra e a manca, vicino all’ingresso dell’ospedale, maledicendo suo figlio e i manifestanti, domandandosi se ciò che stavano facendo avrebbe sistemato le cose, o se per caso Luza avesse un padre primo ministro che lo avrebbe salvato dalle conseguenze delle sue azioni.

Anche Hamza stava per imprecare contro Luza ma, quando si avvicinò al corpo, disteso su una lettiga vicino all’entrata, alla vista del volto giallognolo e consumato dal dolore, del sudore che lo ricopriva e delle bende imbevute di sangue su braccia e gambe, si zittì e diede una leggera pacca di conforto al suo apprendista, che lo ricambiò con uno sguardo di gratitudine. Alla fine, però, Hamza lo maledì comunque, a dispetto delle circostanze.

Mastro Hamza sentì molte voci dai ragazzi del vicinato, che giunsero feriti, o in quanto familiari dei feriti, o semplicemente curiosi, ma una sola notizia attirò la sua attenzione anche più dell’esercito che si stava muovendo verso il palazzo della televisione di stato e il ministero lì vicino: gruppi di persone stavano attaccando il Centro Commerciale Arkadia. Alcuni vicini stavano già partendo come missili, sulle loro motociclette cinesi da due soldi o sulle loro costose Vespe, come la sua, diretti all’elegante edificio sul Nilo.

L’immagine della bella, la giacca Romani, tornò di nuovo a occupare la mente di Hamza, quella sottile e fine pelle bruna o “marron bruciato”, le tasche a cuore, la cinghia con gli automatici attorno al colletto appuntito. La bella lo aspettava nell’edificio lì vicino.

Non è difficile immaginare cosa accadde dopo: Hamza corse alla sua Vespa, parcheggiata sul cavalletto, nell’ androne di casa sua, ci salì sopra e guidò fino a raggiungere un branco di motociclisti che scheggiavano verso il Centro Commerciale. Al branco non gliene fregava niente dei giovani ribelli attorno al palazzo della TV di stato e nella piazza lì vicino, o dei militari della Sicurezza Centrale che, spogliatisi delle divise cominciavano a sparpagliarsi nelle strade o a nascondersi negli androni dei palazzi. Ai motociclisti non gliene fregava niente dei blindati della Guardia Presidenziale, che stavano spuntando lungo la Corniche. Non gliene fregava proprio niente, esattamente come a tutti gli altri, del coprifuoco imposto dal vecchio regime corrotto. Il branco era sulla via per la Terra Promessa, non tanto lontana, dove c’erano latte e miele, apparecchi elettronici e molto altro ancora.

Hamza arrivò al centro commerciale trovandone gran parte in fiamme: il fumo pesante saliva nell’aria. Orde di persone uscivano trasportando tutto quello che potevano, pesante o leggero che fosse. Parcheggiò la Vespa all’entrata, assieme a molte altre motociclette e corse dentro l’Arkadia come preso in un incantesimo. Con la punta delle dita sfiorò il coltello nella tasca dei jeans e la sua intuizione risultò essere corretta: tra le orde di formiche che sollevavano i propri trofei, c’erano molte risse, specialmente davanti alla gioielleria, in cui avevano fatto irruzione, come in molti altri negozi del centro commerciale. I corpi dei cercatori di diamanti erano impilati uno sull’altro, mentre i più forti e più violenti avevano preso tutto.

Hamza stava salendo le scale lungo la scia della folla, tra cui riconobbe alcuni visi, mentre altre persone stavano scendendo, trasportando tutto quello che potevano, persino sedie di pelle da ufficio e scrivanie. Raggiunse il negozio desiderato, anch’esso distrutto, estrasse il suo coltello con una leggiadria risalente ai lontani giorni dell’adolescenza e si mise a cercare l’amata. Con lo sguardo prese a rovistare in giro per il locale distrutto, mentre la gente intorno a lui afferrava vestiti con avidità e trovò l’ultima rimasta in un armadio alla sua destra. Ondeggiò il coltello in faccia a un giovane che stava per afferrarla e gli intimò di andarsene con tono rude e minaccioso. Il ragazzo tremando si dileguò, lasciandogli via libera e Hamzà afferrò la giacca. La osservò a lungo: finalmente aveva ottenuto la sua amata, finalmente la mano sinistra ghermiva con fermezza quella sottile pelle lucente, mentre il tiretto della cerniera oscillava libero. Il tintinnio luccicante del metallo colmò d’estasi il cuore di Hamza che non riuscì a trattenersi e nonostante il delirio che gli stava intorno e gli occhi che sicuramente aveva addosso, corse verso i camerini. Si chiuse alle spalle l’elegante porta di legno e attento a non ferire l’imbottitura della giacca, tuffò la mano destra con il coltello all’interno del fine tessuto, facendo scivolare la manica nel minor tempo possibile. Fece lo stesso con l’altra, si sistemò addosso la giacca e chiudendo la cerniera, impettito, si guardò allo specchio alla sua sinistra. Un senso di frustrazione si impossessò di lui: era di una taglia troppo grande e così non aderiva perfettamente al suo torace, ma non si lasciò sconfiggere, alla fine era riuscito ad avere la giacca.

Con la medesima foga con cui era entrato nel negozio, uscì: una folla di persone lo circondava nello stesso stato di eccitazione. Era il paradiso, era fare giustizia su quegli egocentrici bastardi egoisti; su quei ladroni, con il loro denaro, frutto di ruberie, nei loro enormi conti in banca; sulle sventole tutte curve, dalla pelle bianca, che si scopavano; sui loro club esclusivi; sulle scuole internazionali dove mandavano i loro piccoli bastardi. I pasha, gli dei delle stazioni di polizia, che baciano il culo dei potenti, mentre appendono per le caviglie i ladruncoli, o chiunque la malasorte abbia guidato tra le loro mani. Quello era il giorno di coloro che stavano ai loro piedi: i piccoli delinquenti, i diseredati, quelli che sognavano lo stile di vita che gli veniva mostrato nei film che arrivavano dal lontano Nord. Estasi e brutalità scorrevano assieme tra la folla, un rapimento simile a quello che Hamza sentiva mentre si faceva Naìma sulla terrazza, attento che non arrivasse nessun indesiderato visitatore o qualche vicino dalle orecchie lunghe.

Corse fuori e l’adrenalina gli riempiva le vene. Richiamò alla mente l’immagine di un lupo, un lupo feroce che, nonostante i cani che da sempre lo assediavano, aveva ottenuto tutto ciò che voleva nella foresta della vita.

Quando uscì dalla porta del centro commerciale, scattando verso lo spiazzo in cui erano parcheggiate le motociclette, la nuda verità lo colpì brutalmente: la sua Vespa era andata.

 Il Cairo, Egitto, 2 giugno 2013, ore 11:37.

La riforma della scuola in Egitto (Italia?)

Estratto da 
“TAXI. LE STRADE DEL CAIRO SI RACCONTANO”
di KHALED AL KHAMISSI

Il tema dell’istruzione e delle lezioni private fa da vertice alla piramide delle preoccupazioni del cittadino egiziano. Nessun altro problema – eccetto la maniera di sbarcare il lunario – ne condivide la vetta.
Le due questioni rappresentano il fulcro dei pensieri della stragrande maggioranza delle persone, perché quella egiziana è la società della famiglia per eccellenza e i bambini riempiono la famiglia con schiamazzi, amore, speranza, preoccupazione e, senza dubbio, col problema dell’istruzione e delle lezioni private.
A completare il quadro astrale, c’è il fatto che ogni egiziano corre dietro al guadagno per poi andarlo a riporre nelle mani dei professori privati; e di lezioni private ce ne sono quante le marche dei vestiti. Lezioni di ogni genere, con una gamma di prezzi adattabili a ogni livello e classe sociale.
Pertanto, una lezione di matematica può costare 10 lire, così come può costarne cento; e se non puoi permetterti di spenderne neanche dieci, ci sono le classi di rafforzamento, le lezioni collettive, i centri doposcuola… insomma, in fin dei conti è un business come un altro.
Ti basterà toccare il tasto dell’istruzione con qualsiasi tassista padre di figli in età scolare per vederlo decollare come un missile inarrestabile, neanche provassero a fermarlo gli ingegneri della NASA in persona.
Quel giorno di settembre del 2005 avevo appena pagato le rette scolastiche dei miei tre figli (le mani mi scottavano ancora per quel salasso) e, al solo sedermi nel taxi, premetti on sul tasto istruzione… ed ecco che il tassista partiva:

TASSISTA  I miei figli mi faranno venire un infarto… l’unico maschio fa la sesta elementare e quanto è vero Iddio manco sa scrivere il suo nome. A fine anno lo aiuteranno a copiare e così passerà all’anno dopo, perché altrimenti la scuola va a finire nei casini e quelli del ministero gli faranno il terzo grado.
Poi c’ho due femmine che vanno alle superiori. Una fa la terza e un’altra la seconda.
Ringraziando Dio le femmine sono sveglie… ma mi stanno lasciando in mutande con le lezioni private. Pago per ognuna 120 lire al mese… te lo immagini? Ognuna prende ripetizioni di tre materie e ogni lezione viene 40 lire al mese. All’inferno con raccomandata espresso devono andare! E quando cresce quell’altro genio di mio figlio Albertino, con le cervella da melone che si ritrova, di ripetizioni cento gliene dovrò pagare.
Lo sai come funziona a casa nostra? Evelina, la più grande, dà le lezioni private ad Albertino e si prende da me i soldi per pagarsi le lezioni sue… e, secondo te, non le devo insegnare a guadagnarsi la pagnotta coi suoi sforzi?
(ridendo) Ma, ovviamente, a insegnargli non ci riesce per niente e da me si prende i soldi, e basta.

IO  E in tutto questo la scuola dove sta?

TASSISTA  La scuola? Vi dico che manco il nome suo sa scrivere e mi venite a dire la scuola? Eccola qua l’istruzione gratuita signore mio: non paghi? Non hai niente… il bello è che pure il niente lo paghiamo. Alle elementari spendiamo 40 lire per i libri e alle medie e superiori ottanta. Se non paghi, niente libri. Questo è il sistema.
Professò, l’istruzione per tutti era uno di quei bei sogni andati, che hanno lasciato solo la forma e l’apparenza. Sulla carta l’istruzione è come l’acqua e l’aria: un diritto per tutti quanti. Ma la verità è che i ricchi imparano, lavorano e guadagnano, mentre i poveri non imparano, non lavorano e non guadagnano niente: buttati per strada come mondezza… te li farò vedere: niente lavoro né bottega.
Naturalmente con l’eccezione dei geni e, sicuramente, il mio Albertino non rientra nella categoria.
Però che ci volete fare, io ci provo lo stesso. Pago le lezioni private pure se sono un disperato. Che posso fare di più?
E poi non si sa mai, va a finire che Nostro Signore fa il miracolo e Albertino mi diventa un altro Zawil… che ne puoi sapere?

L’amore ai tempi del petrolio di Nawal El Saadawi

Quel giorno di Settembre la notizia uscì sui giornali.
Le tipografie avevano stampato metà riga a lettere sfuocate: “Una donna è uscita in vacanza e non è tornata”.
La scomparsa di persone era un fatto normale.
Come ogni giorno spunta il sole, così escono i giornali, nella cui pagina interna si trova l’angolo delle notizie riguardanti le persone.  La parola “persone” può essere rimossa o sostituita con un’altra parola, senza che assolutamente nulla cambi. Le persone. Il popolo. La nazione. Le masse. Parole che significano tutto e niente contemporaneamente.
In prima pagina vi era una foto a colori e a grandezza naturale di Sua Maestà, dal titolo grande: “Il festeggiamento per il compleanno del re”.
La gente sfregò gli occhi, dagli angoli delle palpebre infiammati, e girò pagina dopo pagina, sbadigliando fino a far schioccare le ossa delle mascelle.
La notizia comparve nella pagina interna, si vedeva a mala pena ad occhio nudo.
“Una donna è uscita in vacanza e non è ritornata”.
Le donne non erano solite prender giorni liberi. Se una donna usciva, lo faceva per assolvere ad incombenze urgenti e per poter uscire era assolutamente necessario ottenere il permesso scritto del marito o timbrato dal suo datore di lavoro. (p.5)

Non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo poteva partire e non tornare per sette anni, e solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di separarsi da lui.
Gli uomini della polizia si mobilitarono nella sua ricerca, si stamparono volantini ed annunci sui giornali chiedendo il suo ritrovamento, viva o morta, ed annunciando una generosa ricompensa da parte di Sua Maestà il Re.
“Che legame c’è tra Sua Maestà e la scomparsa di una donna comune?”.
Era risaputo che nulla al mondo poteva accadere senza l’ordine, scritto o non scritto, di sua Maestà.
Sua Maestà, infatti, non sapeva né leggere né scrivere, e questo era un segno di distinzione. Quale era infatti il vantaggio di leggere e scrivere?
I profeti non sapevano né leggere né scrivere, era quindi possibile che il Re fosse migliore di loro?
Vi era anche la macchina da scrivere, che funzionava ad elettricità.
Una nuova macchina da scrivere invece funzionava a petrolio e scriveva in tutte le lingue.
Dietro la macchina per scrivere si trovava una sedia girevole di pelle, su cui sedeva il commissario di polizia, e dietro la sua testa pendeva dalla parete un’immagine ingrandita di sua Maestà, in una cornice d’oro, dai bordi decorati con le lettere del testo sacro.
“Era già successo che sua moglie fosse andata in vacanza?”. (p.6)

Suo marito serrò le labbra in silenzio, i suoi occhi si spalancarono come chi all’improvviso si sveglia dal sonno. Indossava il pigiama, i muscoli del suo viso erano flosci, con la punta delle dita sfregò gli occhi e sbadigliò.
Sedeva su una sedia di legno, fissata al pavimento.
“No”
“Avete litigato?”
“No”
“Ha mai lasciato la casa coniugale?” (Nota: ”sottomissione” e “ubbidienza” hanno lo stesso significato di tetto coniugale e casa del marito)
“No”
L’indagine si svolgeva in una stanza chiusa, una lampada rossa era appesa alla porta. Nulla poteva uscire ai giornali. I rapporti venivano conservati dentro una cartella segreta, dalla copertina nera, su cui era scritto: “Donna che esce in vacanza”
Il commissario di polizia era seduto sulla sedia girevole, su cui girò e si trovò con la schiena verso la parete e l’immagine di Sua Maestà. Di fronte a lui si trovava l’altra sedia, fissata al pavimento, su cui sedeva un altro uomo, non suo marito ma il suo datore di lavoro.
“Era una di quelle donne ribelli e disubbidienti all’ordine?”
Il datore di lavoro aveva accavallato le gambe, tra le sue labbra aveva una pipa nera, che si curvava in avanti come il corno di una mucca. I suoi occhi erano fissi verso l’alto. (p.7)

“No, era una donna assolutamente ubbidiente”
“E’ possibile che sia stata rapita o violentata?”
“No. Era una donna normale che non provocava in nessuno il desiderio di violentarla”
“Che cosa significa?”
“Intendo dire che era una donna sottomessa, che non provocava il desiderio di nessuno”
Il commissario di polizia annuì con il capo in segno di comprensione. Girò sulla sedia e la sua schiena si trovò di fronte al datore di lavoro ed iniziò a battere sulla macchina per scrivere. Si diffuse uno strano odore di gas bruciato. Allungò il braccio ed accese il ventilatore, poi girò di nuovo sulla sedia.
“Crede che sia fuggita?”
“Perché fuggire?”
Nessuno sapeva perché una donna poteva fuggire. Se fosse fuggita, dove sarebbe andata? Sarebbe fuggita da sola?
“Pensa che possa essere fuggita con un altro uomo?”
“Un altro uomo?”
“Sì”
“Non è possibile. Era una donna assolutamente rispettabile, non le interessava altro che il lavoro e la ricerca”
“La ricerca?” (p.8)

“Lavorava nell’unità di Ricerca, presso il Dipartimento di Archeologia”
“Archeologia. Che cosa significa?”
“Sono i monumenti antichi che vengono scoperti scavando la terra”
“Ad esempio?”
“Statue di divinità antiche come Amoun e Akhenaton, o di dee antiche come Nefertiti e Sekhmet”
“Sekhmat? Chi è ?”
“L’antica dea della morte”
“Dio ci protegga!”
Arrivò la notizia dal capo di una delle lontane stazioni di polizia: era stata avvistata una donna che si stava imbarcando su un battello.
La donna portava sulle spalle una borsa di pelle dalla lunga tracolla, sembrava una studentessa o una ricercatrice universitaria, era completamente sola, senza alcun uomo. Dalla borsa spuntava qualcosa dall’estremità di ferro appuntita, sembrava uno scalpello.
Il commissario di polizia s’irrigidì e sulla sua fronte comparvero delle gocce di sudore. Premette sul pulsante nero e la velocità del ventilatore aumentò, la base del ventilatore girava su se stessa e l’aria della stanza era asfissiante.
“Era una donna normale?” (p.9)

Sulla sedia di legno fissata al pavimento sedeva uno psicologo. La sua bocca si piegava a sinistra mentre la pipa dal corno piegato pendeva a destra, mentre gli occhi erano fissi verso l’alto, un po’ più in alto della parete, dove si trovava l’immagine rinchiusa dentro la cornice d’oro.
Soffiò il fumo intensamente sulla faccia di Sua Maestà, poi avvertì l’ansia e girò la testa in direzione del ventilatore ed abbassò le palpebre.
“Non credo che fosse una donna normale”
“Si riferisce al suo interesse per la ricerca?”
“Sì, spesso ciò che porta la donna ad interessi che esulano dalla casa, è una malattia psicologica”
“Che cosa intende?”
“Una giovane donna che si dedica ad un lavoro inutile, come collezionare statue antiche!? Non è forse un segno di malattia, o almeno di deviazione?”
“Deviazione?”
“Questo scalpello rivela ogni cosa”
“Come?”
“La donna per compensare i suoi desideri che non sono stati soddisfatti, prova piacere nell’affondare la testa dello scalpello nella terra, come se fosse il pene dell’uomo”
Il commissario di polizia sussultò sulla sedia e girò diverse volte su se stesso, come il ventilatore. (p10)

Le sue dita s’irrigidirono sulla macchina per scrivere mentre batteva la parola “pene dell’uomo”. Smise di scrivere e si girò con un movimento veloce.
“La questione diventa seria”
“Sì, lo è. Ho alcuni studi su questa malattia. La donna, dalla sua infanzia cerca inutilmente questo “pene”, e per la disperazione trasforma questo desiderio in un altro”
“Un altro desiderio? Quale ad esempio?”
“Ad esempio quello di guardarsi allo specchio, è una sorta di amore folle verso se stessa”
“Dio me ne scampi!”
“La donna è incline all’isolamento e al silenzio, e a volte prova il desiderio di rubare”
“Rubare?”
“Furto di oggetti rari e statue antiche, specialmente statue di dee femminili, è attirata da persone del suo stesso sesso e non quello opposto…”
“Dio ce ne scampi!”
“Viene colta da un urgente desiderio di sparire”
“Sparire!?”
“In un altro senso, una forte attrazione verso il suicidio o la morte”
“Dio ci protegga!” (p.11)

Indispensabile premessa

(dall’introduzione di Taxi)

Da lunghi anni sono un cliente di prim’ordine dei taxi. Con loro ho girato dappertutto per le strade e i vicoli del Cairo, tanto da imparare i discorsi e i vari trucchi del mestiere meglio di qualsiasi tassista (non me ne vogliate se mi vanto un poco!).
Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane.
In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso… davvero pericoloso, amici miei.
La cosa mi ha rattristato molto perché i racconti popolari e le barzellette, privati di una memoria, andranno perduti.
Ho tentato di riportarli qui, così come sono, narrati nella lingua della strada. Una lingua speciale, rude, vitale, schietta. Estremamente diversa dalla lingua cui ci hanno abituato i convegni e i salotti buoni.
Di certo il mio ruolo in questa sede non sta nel rivedere l’accuratezza delle informazioni che ho registrato e trascritto. Perché l’importante sta in quello che un individuo dice nella sua società, in un particolare momento storico, attorno a una determinata questione: nella scala di priorità di questo libro, l’intento sociologico viene prima di quello descrittivo.
La maggior parte dei tassisti appartiene a una classe sociale schiacciata dal punto di vista economico e vessata da un lavoro fisicamente devastante. La perenne posizione seduta in auto sgangherate spezza loro la schiena. Il traffico e il caos permanente delle strade cairote annichilisce il loro sistema nervoso e li conduce all’esaurimento. La corsa – in senso letterale – dietro il guadagno, tende i loro nervi fino al limite estremo… a questo si aggiunga il continuo tira e molla coi clienti, a causa dell’assenza di una tariffa stabilita, e coi poliziotti, che li sottopongono a una quantità di vessazioni che farebbero stare quieto nella tomba anche il defunto Marchese de Sade.
Inoltre, se calcolassimo in termini matematici il ritorno economico del taxi, considerando le spese legate all’usura, le percentuali dovute all’autista, le tasse, le multe, ecc., ci renderemmo conto che si tratta di un’attività a perdere in tutto e per tutto. Al contrario, questi imprenditori, non mettendo in conto la quantità di spese impreviste, immaginano che possa fruttare guadagno. Ne risultano auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi.
Una serie di provvedimenti del governo ha portato l’impresa taxi a un incremento senza precedenti, facendo arrivare il loro numero alla cifra di ottantamila soltanto al Cairo.
Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio.
Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione, a partire dall’analfabeta, fino a giungere al laureato (ma non ho mai incontrato tassisti col dottorato, finora…).
Costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente, sulla strada. Ogni giorno entrano in contatto con una varietà impressionante di uomini. Attraverso le conversazioni si sommano nelle loro coscienze punti di vista che penetrano intensamente la condizione della classe dei miserabili d’Egitto, tant’è vero che, molto spesso, ritrovo nelle analisi politiche dei tassisti una profondità superiore a quella di tanti commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici.
Un popolo grandioso e ammirevole, il vero maestro di chiunque voglia imparare.

Khaled Al Khamissi, 21 Marzo 2006
(traduzione di Ernesto Pagano)