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Cronistoria del padiglione egiziano a Venezia

| Venezia | Agosto 2005 | Chiarastella Campanelli |

Padiglione Egiziano_biennale Venezia 2005

Il padiglione Egiziano alla Biennale di Venezia fu comprato nei lontani anni in cui l’Egitto era ancora una monarchia, a capo della quale c’era re Fouad.

La Biennale di Venezia è basata su un sistema secondo il quale ogni padiglione è affidato ad una Rappresentanza Ufficiale della nazione che porta il suo nome, e questo fa sì che la selezione passi per degli organi governativi. Negli Stati in cui la libertà d’espressione è latente, la scelta dei partecipanti diventa un dilemma politico, basato sull’interesse personale, più che su dei reali criteri artistici qualitativi.

In Egitto, l’organo di selezione è il Consiglio Supremo della Cultura a capo del quale, in questo momento, c’è Hosni Faruk (Ministro della Cultura). Tale consiglio è diviso in vari comitati che si occupano dei diversi settori artistici: teatro, letteratura, arti visive, ecc.

Il Comitato per le arti visive, composto da 15 membri, tutti rappresentanti del mondo dell’arte, si divide in due sezioni: la prima si occupa degli acquisti di opere d’arte, mentre la seconda della selezione degli artisti per mostre e concorsi sia su suolo nazionale che estero.

A seguito della lettera di partecipazione alla Biennale, viene eletto un commissario incaricato della scelta degli artisti che andranno a partecipare all’evento. Per questa edizione è stato scelto Sarauat al Bahr (ex Direttore del Museo d’Arte Moderna), a cui si deve la selezione dell’artista Adel el Siwi.

Quest’ultimo ha coinvolto nel progetto i giovani artisti Sherif el Azma e Ahmed Askalany, con i quali ha lavorato per tre mesi alla realizzazione di un’opera dal titolo “Acqua”.

Il Comitato, senza neanche visionare il loro lavoro, ha scartato i tre artisti. A partecipare alla Biennale è stato “casualmente” un membro del comitato, che si è eletto autonomamente ricevendo pieni voti da parte dell’assemblea. Sono seguite le dimissioni del commissario e la rabbia e lo sdegno del mondo artistico egiziano.

INTERVISTA AD ADEL EL SIWI – giugno 2005

 Rientrando al Cairo dopo un breve soggiorno italiano, mi sono posta come obiettivo quello di riuscire a parlare con gli artisti Adel el Siwi, Sherif el Azma e Ahmed Askalany selezionati per la Biennale di Venezia. Dopo varie ricerche è emerso che questi erano quasi completamente sconosciuti al mondo artistico egiziano e alle critiche internazionali.

Proseguendo nella mia indagine mi trovo a parlare con William Wells, direttore della Townhouse Gallery, il quale mi consiglia di andare ad incontrare i tre artisti scartati dal Comitato.

Riesco ad avere un appuntamento con Adel Siwi. Lo studio di Adel el Siwi è in uno di quegli antichi palazzi decadenti del centro che risentono di un gusto coloniale di inizi Novecento. Arrivo al quarto piano, Adel mi viene ad aprire con dei jeans ancora sporchi di vernice.

Dalla sua stanza arrivano una serie di suoni indistinti, radio, rumore di stoviglie. Distesa a terra una lunga tela che si allunga sul pavimento coprendo l’intera superficie del piccolo interno.

Mi offre un tè verde e con calma inizia a spiegarmi la “questione Venezia”.

Da cosa è dipeso l’improvviso rigetto del comitato?

Adel el Siwi: Dunque, diciamo che il problema ero io. Nel ’97 facevo parte del Consiglio Supremo della Cultura. Dopo qualche tempo mi sono reso conto che le selezioni che il comitato faceva non avvenivano su dei criteri qualitativi, bensì su dei meri calcoli politici e d’interesse.

Per fare un esempio, tutte le persone presenti nel comitato sono o artisti o critici d’arte, e sono loro a stabilire i prezzi delle loro opere che poi il comitato acquista. In poche parole, acquirenti e venditori sono le stesse persone.

Sdegnato da questo sistema malsano ho rassegnato le mie dimissioni con una lettera – che al tempo creò uno scandalo – dove spiegavo dettagliatamente i motivi del mio abbandono. Ho seguitato a criticare il Consiglio e i suoi sistemi attraverso tutti i media pubblici dove sono stato coinvolto e tra le righe del quotidiano dove scrivo, ‘Akbar al-Adab’.

Appena il Consiglio si è accorto che Sarauat al Bahr mi aveva selezionato per Venezia ha scartato senza ambagi la mia candidatura e quella dei due artisti da me proposti.

Direi che sono per loro come il “nemico del popolo” di Ibsen.

Qual era il vostro progetto per la Biennale di Venezia?

A. S.: Il progetto s’intitolava “Acqua” e voleva coinvolgere le doti creative di tre artisti tra loro molto differenti, per età, sensibilità e tecniche usate. Sherif al Azma fa installazioni di video arte; Ahmed Askalany lavora prevalentemente su delle sculture fatte usando dei materiali naturali come canne di bambù; infine io, di un’altra generazione, mi sarei occupato della parte pittorica. L’idea era quella di creare una sinergia di forze e talenti diversi che potessero rappresentare l’Egitto di oggi.

Abbiamo lavorato per tre mesi. Ci vedevamo nel mio studio e in quello di Sherif e la collaborazione procedeva molto bene. Il progetto è rimasto nelle mani di Sarauat senza nessun visto per Venezia.

Cosa pensi invece della Biennale di Venezia?

A. S.: Penso che l’arte oggi dovrebbe svincolarsi dai limiti nazionali, statali, soprattutto per quanto riguarda gli Stati dove c’è una cronica mancanza di libertà d’espressione, per non parlare delle dittature, dove l’artista e le sue idee sono poste al vaglio governativo. L’idea della Biennale di rinchiudere i vari artisti in dei padiglioni nazionali, poteva avere un senso quando è nata, ma oggi mi sembra un’idea sorpassata, che più che altro pone degli ostacoli.

Il centro deve essere l’arte, un’idea, un tema; è un po’ come le nazionali di calcio, all’interno di una squadra ci sono ormai dei giocatori di tutte le nazionalità.

Una rappresentazione che stimo molto in Europa è Documenta in Germania.

Mentre Adel finisce di parlare, guardo delle foto delle sue opere sparse sul tavolo, dei ritratti che cercano di carpire la dignità interiore dell’uomo, quella che si raggiunge arrivando alla completezza della persona, e da questa si diffonde nello spazio, raggiungendo l’osservatore, che ne rimane meravigliato e inspiegabilmente attratto. E’ la dignità profonda, che ritroviamo nei tratti degli antichi egizi e che alcuni egiziani ancora conservano.

PADIGLIONE EGIZIANO – GIARDINI – VENEZIA – agosto 2005

Sono arrivata a Venezia in una giornata piovosa di fine estate, quando la laguna è capace di sprigionare tutta la sua malinconia. Il vaporetto mi ha lasciato di fronte i cancelli dei giardini, da lì con passo sicuro mi sono diretta verso il padiglione Egitto.

Entrati nel padiglione egiziano si ha l’impressione di tornare nell’era faraonica, le due opere di Nagi Farid e Salah Hammad sono pregne del simbolismo e dei messaggi presenti in tutta l’antica civiltà egizia. L’idea della circolarità tempo, la concezione della morte come passaggio in un’altra vita, la vita dell’al di là oltre la sponda occidentale del Nilo, dove c’era il regno dei morti, in ultimo l’austerità e la ricerca di perfezione, che l’arte egizia, con i suoi templi, monumenti, pitture, rilievi dallo stile sempre uniforme, cercava di trasmettere.

I titoli delle opere, “waiting the time” e “going another time”, sono espliciti, ci consegnano un significato univoco e ribadiscono il messaggio che lo spettatore coglie guardando le opere.

“Aspettando il tempo” di Nagi Farid, occupa l’ala sinistra del padiglione, cinque statue senza viso si presentano in fondo alla sala, di fronte al visitatore. Alla destra abbiamo altre cinque statue, più amorfe delle precedenti, che si ergono dirimpetto a tre cubi, richiamando alla mente le tre piramidi, oltre a sottolineare il senso di continuità evocato dalla forma cubica. Le sculture, sono realizzate in marmo grigio, e nelle cavità alcune presentano delle incastonature in metallo, collegamento tra cielo e terra, e idea faraonica di immortalità. Anche al vertice delle tre piramidi di Giza c’erano delle lastre di metallo, che riflettevano a migliaia di chilometri la luce solare. Il sole per gli antichi egizi era la divinità centrale, e il metallo che rifletteva la sua luce rappresentava il desiderio faraonico di unità con l’universo, armonia e connessione con la divinità.

La seconda opera, “andando in un altro tempo” di Salah Hammad, rappresenta una barca di legno corredata da corde e remi. Una musica orientale accompagna l’osservazione.

La barca del sole per gli antichi egizi rappresentava l’ultimo viaggio del faraone verso l’al di là; la barca, veniva utilizzata per trasportare la mummia del faraone dall’altra parte del Nilo (la sponda dei morti). L’imbarcazione era quindi sotterrata accanto alla piramide affinché il faraone potesse disporre di un mezzo di trasporto nel regno dei morti, appunto “andando in un altro tempo”.

I due lavori presentati a Venezia come simbolo dell’arte egiziana contemporanea, incarnano un ritorno completo alla tradizione, che propone gli stessi messaggi e non ne porta nessuno di nuovo, quasi ci fosse stato un “gap” con la nuova maturazione raggiunta da alcuni artisti egiziani nell’ultimo quinquennio.

La situazione della politica egiziana è molto complessa; i risultati delle presidenziali di mercoledì 7 settembre 2005, hanno confermato ancora una volta la presidenza a Hosni Mubarak, che si avvia verso i 30 anni di guida del paese. Questo fa riflettere su quanto, specialmente in un paese come l’Egitto, sia impossibile un legame tra politica e arte.

 

“FRIDAY I’M IN LOVE” DIBBATTITO SU ARTE E ISLAM

Theatre-Dolls-works-062-Abdel Aziz El Gendy

|il Cairo | Maggio 2006 |Chiarastella Campanelli |

Per noi occidentali l’arte non deve avere limiti, siamo pronti a perdonare tutto se passa sotto il nome di arte. L’arte è il libero sfogo dell’artista che nel momento dell’ispirazione da vita alla sua creazione. Il ritratto di una donna o un uomo nudo non è scandaloso, né volgare e non va contro la morale: è arte. Non esistono blocchi o inibizioni particolari nella libera espressione artistica, e ci riesce difficile immaginare un’artista che fermi il suo impulso creativo per paura di andare contro la morale o la religione. La raffigurazione di vignette sarcastiche è, un modo come un altro, di esprimersi. A volte è un efficace strumento per sdrammatizzare questioni particolarmente problematiche. Lungi da noi il pensare che la pubblicazione delle vignette del profeta Maometto su un giornale danese lo scorso settembre, poteva andare ad intaccare due punti delicatissimi della cultura di un terzo della popolazione mondiale, quello del divieto di qualsiasi rappresentazione di Maometto, e il fatto ancora più terribile di rappresentarlo come un criminale. L’occidente è rimasto esterrefatto di fronte il disdegno e la rabbia che hanno infuocato le manifestazioni di giovani islamici, contro quella che loro ritenevano una gran mancanza di rispetto, l’ennessima offesa del potente occidente. I cittadini del mondo moderno e globalizzato di oggi hanno interpretato la pubblicazione come semplice e spontanea “libera espressione” artistica e sarcastica del profeta Maometto, così come poteva essere del Papa, e non immaginavano neanche lontanamente che ci fosse una tale differenza di sentire tra loro e “l’altro”. La questione è complessa e ha portato più lontano di quanto nessuno si era immaginato.

 Questo è stato il pretesto per riflettere sull’intricato e difficile tema dell’immagine e la creazione artistica nell’Islam, e su come dei giovani musulmani e al tempo stesso artisti vivono l’arte e la loro libertà creativa.

Il punto di partenza di questa ricerca è stato l’incontro con un gruppo di giovani artisti egiziani, al tempo stesso praticanti e devoti musulmani, “The one or united shot”.

LA CREAZIONE ARTISTICA NELL’ISLAM

Fin dagli albori dell’Islam la questione della libertà creativa dell’artista è stata un punto controverso e difficile. Nell’epoca precedente alla nascita della religione islamica nella penisola arabica erano presenti varie forme di idolatria, che ponevano delle minacce alla nascente religione monoteistica, da qui la necessità del profeta Maometto di salvaguardare l’integrità dei neofiti musulmani da ogni forma di feticismo.

Nelle fonti primarie dell’Islam il Corano e Sunna (le tradizioni di ciò che ha detto e fatto il profeta Maometto), si trovano i riferimenti alla nodosa questione della creazione artistica nell’Islam, è però solo nelle tradizioni orali del profeta Maometto (hadith, raccolte e perfezionate nei due secoli successivi alla morte del profeta) che troviamo un vero e proprio divieto.

E’ nelle accreditate raccolte di Hadith di Muslim e Abu Daud che si fa un riferimento esplicito al divieto di creazione artistica, precisamente la 48° sura del libro degli abiti di Abu Daud, versetto 4152 “…Le statue e ogni tipo di rappresentazione figurale presente nelle vostre case impedirà agli angeli di farvi visita, e tutti coloro che si cimenteranno alla rappresentazione figurale di uomini e animali il giorno del giudizio saranno destinati all’inferno…”, e il libro dei morti “non costruite monumenti sulle tombe, né statue, e se ci sono nascondetele o distruggetele”. La catena di Muslim cita invece degli episodi in cui il profeta aveva vietavo alla moglie prediletta Aisha di tenere delle rappresentazioni figurative di uomini o animali in casa.

Il Corano non tratta direttamente l’argomento, troviamo un breve accenno alla proibizione di abbandonarsi all’idolatria nella sura cinque, “sura della Tavola”, verso 90, mentre nella sura 34 “sura di Saba” ai versi 10-13 è elegantemente espressa la bellezza della natura e la necessità per alcuni profeti di riflettere e meditare sulla bellezza della vita e dell’universo.

La stessa architettura delle moschee con pianta in genere quadrangolare e una spaziosa corte interna, le rende un luogo ideale per la meditazione: in diretto contatto con il cielo e l’assoluto.

A cavallo tra il XIX e il XX secolo ai tempi in cui l’Egitto viveva un periodo di importante apertura intellettuale, sotto il reggente turco Mohammad Alì, il grande imam di Al azhar Mahmoud Abdu (la moschea/università di Al Azhar è la massima istituzione sunnita del mondo islamico), in una fatwa dichiarava la libertà creativa dell’artista, eccezion fatta per la diretta rappresentazione di Dio e dei profeti. Con il suo gesto relegava il contenuto degli hadith al periodo storico in cui viveva Maometto, in cui i fedeli di recente formazione erano ancora molto propensi ad abbandonarsi all’idolatria del periodo pre islamico.

Diversi passi indietro sono stati invece fatti dall’attuale grand imam di Al Azhar Alì Gomua, il quale in una fatwa di pochi mesi fa proibiva l’arte scultoria, quest’ultima fatwa si mescola al mosaico di contraddizioni che pervadono il mondo islamico a causa della pregnante invasività dell’islam su tutta la vita del credente, in cui non esiste la possibilità di separare religione da politica, cultura, arte e società, questo da’ vita a considerevoli contraddizioni come quella del credente che è allo stesso tempo artista.

“THE ONE OR UNITED SHOT” – INCONTRO CON UN GRUPPO DI GIOVANI ARTISTI OSSERVANTI ISLAMICI

Il gruppo di studenti del professor Abdel Aziz Gundi rappresenta una formazione atipica nella facoltà di Belle Arti dell’Università di Elwan (Cairo), ragazze e ragazzi musulmani, particolarmente osservanti che hanno deciso di dedicarsi all’arte.

Si ritrovano ogni venerdì in un punto particolare del Cairo per disegnare dal vivo: schizzi, acquarelli, istantanee della dinamica e pacifica vita della megalopoli. Ogni ciclo d’incontri ha il suo tema, e così dal 2000 ad oggi hanno collezionato i soggetti più vari: Il teatro delle marionette (tradizione ben radicata in Egitto), schizzi di darb al laban (letteralmente via lattea, nome di un quartiere popolare nella periferia del Cairo).

Il tema di questa sessione è “l’uomo e la sedia”. Due volte l’anno riuniscono i dipinti più belli in un’esposizione collettiva. Il ciclo d’incontri “l’uomo e la sedia” terminerà con l’esposizione nel mese di maggio 2006 nei terreni dell’opera del Cairo.

Questo venerdì l’appuntamento è alle 8 a Bab Zweila (porta Zweila), quartiere situato nelle strette stradine del vecchio Cairo Islamico, nei pressi della moschea di Al Azhar, nonché quartiere descritto con dovizia di particolari nei romanzi del nobel egiziano Nagib Mahfouz.

Numerose strade, stradine e vicoli si intrecciano nell’armoniosa vita del venerdì mattina, giorno dedicato alla preghiera come la domenica per i cristiani. Un via vai continuo di uomini e donne, carretti, animali, venditori ambulanti.

Ad un osservatore distratto questo mucchio di voci e colori potrebbe apparire come un groviglio di cose senza ordine, accatastate le une sulle altre, ma quest’apparente babilonia orientale nasconde una sottile euritmia che vive incontrastata da anni, una legge non scritta che permette un pacifico equilibrio.

E come per incanto, il vociare dei venditori scompare nel tedio di un caffé, quasi addormentato nel sopore mattutino.

Gli studenti del Professor Gundi sono disseminati per tutto il quartiere, cercando di cogliere l’atmosfera del venerdì Islamico. Tutte le ragazze vestono rigorosamente il velo e alle 12.00 a.m. con instancabile precisione si dirigono in una delle tante moschee dei dintorni per partecipare alla preghiera e predica del venerdì.

Dopo la preghiera, gli studenti si riuniscono intorno al professore per discutere e commentare i frutti della giornata e i prossimi progetti e obiettivi che “The one or united shot” si propone. Colgo il momento di distensione collettiva per fare qualche domanda al professor Abdel Aziz.

 Come vive il rapporto con i divieti contenuti nelle fonti dell’Islam, (Corano e Sunna). Questo pone dei problemi ad approvare e capire le religioni che non pongono ostacoli alla rappresentazione di immagini sacre?

Per quanto riguarda il divieto alla creazione artistica, intesa come scultura ed immagine, penso che vada circoscritto ai tempi del profeta, quando l’idolatria era ancora molto presente e si cercava di salvaguardare la religione monoteistica islamica.

C’è poi un problema relativo all’interpretazione dei testi religiosi (Corano e Sunna), alle origini dell’Islam le lettere non avevano né punti diacritici né vocali, cosicché la parola poteva assumere fino a 20 significati differenti, cambiando interamente il senso della frase. Credo quindi che da parte dei più intransigenti religiosi islamici, ne siano state fatte interpretazioni travisanti il significato originario che secondo me si riferiva solo agli idolatri, quelli che non hanno creduto nella vera fede.

Per quanto riguarda la raffigurazione di Dio, Maometto, Gesù e gli altri profeti venerati dalla religione islamica, anche questo è legato all’idea di idolatria. Era vietata la rappresentazione figurativa per evitare di venerare le immagini come se fossero dei feticci.

E’ da dire poi che nel Corano sono presenti molte citazioni che riguardano l’importanza data alla meditazione e alla bellezza del creato. Uno stimolo all’ispirazione artistica, alla contemplazione, e anche il divieto di rappresentare Dio assume in questa concezione sfumature diverse, è quasi un invito all’uomo a non porre limiti nella propria relazione con la spiritualità, senza confini di linee, lasciare quindi spazio all’immaginazione.

Io rispetto profondamente le altre culture e le altre religioni. Il fatto che la religione cristiana o altre religioni si esprimano attraverso delle immagini sacre non mi crea nessun problema.

In quanto artista e uomo di fede al contempo qual’è il tuo rapporto con l’arte. L’arte ha dei limiti?

No, non mi sento limitato ed ho un libero rapporto con l’espressione artistica, ma in quanto uomo di fede rispetto i valori della mia religione. Per esempio non farei mai ritratti di nudo, o raffigurerei qualcosa che potrebbe andare contro l’islam, come appunto Dio o i profeti. Rispetto la libera interpretazione artistica di chi non segue i miei principi, ma mi limito ad esserne un osservatore esterno, non partecipe.

Nell’arte ci deve essere dignità ed etica e deve trasmettere un significato.

La pubblicazione delle vignette sarcastiche del Profeta Maometto ha creato una reazione estremamente negativa in tutto il mondo arabo, cosa pensi al riguardo? E’ stato giusto rispondere con violenza?

Riguardo alle vignette pubblicate in Danimarca, credo che l’intera faccenda sia stata frutto di un “misunderstanding”, chi ha pubblicato quelle vignette non aveva capito l’importanza che il profeta Maometto riveste per la religione islamica e non si può condannare chi non conosce, come afferma lo stesso Corano.

Certo condanno le violenze come l’incendio dell’ambasciata danese in Siria, ma approvo le manifestazioni pacifiche che ci sono state, come quelle del Cairo.

Il mondo musulmano vive un momento di profondo malessere, accentuato dallo scoppio di ogni bomba etichettata con lo slogan di fondamentalismo islamico e con l’inevitabile e semplicistica equazione dell’occidentale medio: terrorismo uguale islam.

Un mondo che si sente minacciato da un vicino potente e globalizzante.

Per il popolo di questi Paesi, in cui i problemi impediscono spesso una vita normale, la religione è l’unica bandiera per esprimere con violenza un dissenso, e un’identità che sentono di perdere e che vogliono sfoggiare per non sentirsi soffocare dall’uniformità del mondo moderno occidentale, che non gli regala niente e che spesso in occidente non lo aiuta ad integrarsi, si ha un rigetto, come è successo quest’anno nella banlieu parigina.

Il mondo islamico offre mille sfaccettature diverse, in tutti i campi, non ultimo quello dell’arte. “The one or united shot” è una di queste sfaccettature.

La video-arte di Wael Shawky

Wael Shawky
Wael Shawky

| Marzo 2005 |Chiarastella Campanelli |

Incontro Wael Shawky di fronte al Greek Club, un vecchio stabile frequentato da artisti ed intellettuali egiziani, al centro del Cairo. Di passaggio per la capitale egiziana, Wael vive e lavora prevalentemente ad Alessandria. “è lì che ho il mio studio: un grande spazio completamente vuoto, è lo spazio dove di volta in volta costruisco le mie installazioni”.

Wael Shawky si occupa da diversi anni di video arte, ma la sua non è solo video arte, “la mia idea è quella di creare un ambiente, uno spazio territorialmente limitato, una dimensione all’interno della quale colloco le mie installazioni, voglio dare allo spettatore la sensazione di controllare questa dimensione. E’ come se ricreassi una piccola società”.

Il progetto alla base del lavoro di Shawky è quello di studiare la trasformazione dallo stato di nomade, allo stato sedentario, la progressiva modernizzazione che sta attraversando i paesi arabi, che però rimangono pregni di tanti elementi della cultura tradizionale. “Dieci anni fa ero in Arabia Saudita ed era strano ed interessante vedere il contrasto di un nomade, vestito con un abito tradizionale, che guidava una cadillac”. Shawky ha vissuto per un periodo anche alla Mecca, dove la commistione fra tradizione, rituali religiosi ed elementi della vita moderna occidentale sono frequentissimi.

Wael fa parte di quei pochi artisti egiziani, che si sono riusciti ad inserire in un contesto internazionale, rimanendo in ogni modo molto legati alla loro terra d’Egitto. Ha già fatto alcune esposizioni in Italia. Ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia e a maggio esporrà al MACRO di Testaccio, (Roma).

Qual è l’idea centrale alla base del tuo ultimo lavoro “the Green Land Circus”?     

L’idea alla base del mio ultimo lavoro nasce dal “Fric shaw”, particolare tipo di circo caratteristico in USA dove si usavano delle persone con difetti fisici (nani, persone senza braccia ecc). Questo è l’elemento storico, nelle mie opere ha sempre molta importanza l’elemento storico.

Centrale in questo lavoro è lo studio di come le persone si rapportano con il proprio corpo. Ci sono tre video-installazioni.

In uno schermo sono riprodotti una serie di provini televisivi, le persone si devono vendere “vendere il loro corpo”, la loro apparenza fisica, per essere scelti. Il secondo schermo proietta le stesse persone all’interno di un talk shaw.

Nell’ultimo schermo, le persone selezionate dai provini, recitano in una sorta di film, si picchiano, e un osservatore concentrato ad osservare unicamente questo schermo, pensa che alla base della lotta ci sia qualche motivo concreto ma in realtà guardando l’evoluzione dei due schermi precedenti si capisce che è una costruzione, una fiction, si picchiano perché stanno recitando.

L’idea è quella delle guerre che sembrano mosse da motivi religiosi, tribali, e se si vede più attentamente, si capisce che è una costruzione che nasconde dei giochi di potere economici.

Negli ultimi cinque anni in Egitto si è delineata una nuova generazione d’artisti che porta avanti un tipo d’arte indipendente e sperimentale, prima completamente assente, secondo te questa evoluzione a cosa è dovuta?

È esattamente dal 1999, prima di quella data l’artista per lavorare era costretto a collaborare unicamente con istituzioni statali, anche le trasferte degli artisti all’estero erano decise e selezionate da un ente statale, situazione d’estremo controllo e poca libertà. Un esempio, la Biennale d’arte del Cairo: per quest’evento esisteva un’unica persona che sceglieva e stabiliva tutto nei minimi dettagli.

Dopo questa data sono andate nascendo una serie di gallerie private, tra cui spicca la Townhouse, che hanno svincolato quegli artisti, che portavano avanti delle scelte indipendenti e sperimentali, dal loro legame con lo Stato. Dopo due anni le gallerie sono diventate, nel contesto artistico, più forti dello Stato, che adesso lascia lavorare liberamente gli artisti, anche perché ci tiene che sia percepita dall’ambiente nazionale e internazionale, una parvenza di democrazia.

 Come artista egiziano, ti senti portatore di un ruolo sociale?

Il mio ruolo è quello di “trasmettitore d’idee”, io sto osservando il fenomeno della globalizzazione, le trasformazioni del contesto sociale, e voglio trasmettere queste idee in una forma leggibile, attraverso il video, attraverso le mie installazioni, rappresento quello che vedo, non do delle soluzioni, non indico la strada giusta e quella sbagliata, rappresento e ricreo una società in piccolo.

Ha un’importanza straordinaria per me lavorare in Egitto e presentare i miei lavori agli egiziani, vedere come reagiscono. I miei lavori vengono dall’Egitto, che è la fonte di tutte le mie idee ed è importante che ritornino all’Egitto, siano assorbite, vissute e capite da un pubblico egiziano, che va a vedere le mie esposizioni, ed ha per lo più una reazione dolorosa.

Mentre sorseggia piano la sua birra Stella ( la più famosa birra egiziana), mi confida che l’indomani partirà per gli Stati Uniti, anche se non ne ha ancora la certezza, “dipende dalla carta di soggiorno, è sempre un gran problema per un egiziano riuscire ad ottenere una VISA per gli States”. Va in Arizona per lavorare al suo nuovo progetto, un video che racconta il percorso di un nomade che da Darfur risale a Edfu, attraverso una strada che era usata nei tempi antichi e si chiamava la strada dei 40 giorni: 40 giorni di cammello.

Intervista di Chiarastella Campanelli – Il Cairo  Marzo 2005

Biografia di Wael Shawky

Wael Shawky è nato ad Alessandria nel 1971.  Ha completato i suoi studi alla facoltà di Belle Arti nell’Università di Alessandria, frequentando in seguito un Master in arte all’Università di Pennsylvania (USA). Nel 2004 ha vinto un premio all’interno del concorso “Arte del Mondo Islamico”. Nel 2001 ha vinto il premio onorario del simposio internazionale Rita Longa (Cuba). Negli ultimi anni ha esposto i suoi lavori a New York (Spazio Artistico), Venezia (50° biennale), Vienna (Museo Kunst), Londra (Serpentine Galleries),  Los Angeles (Hammer Museum), Berlino (KW Institute for contemporary Art), Liverpool (Walker Art Gallery), Biella (Fondazione Pistoletto), Kassel (dOCUMENTA 13), Instanbul (Biennale). Nel 2011 ha ricevuto il premio Abraai Capital Art Prize e il Schering Foundation Art Award. Nel 2010 ha fondato MASS ad Alessandria (Egitto), un programma di residenza e studio per giovani artisti.