Tutti gli articoli di altriarabi

Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

(da Baheyya: Art Commentary Media)

“Lo leggerai in un giorno e poi tornerai a comprare copie per tutti i tuoi amici”, ha detto il libraio a proposito di Taxi di Khaled al-Khamisy. Ha ragione su una cosa: è impossibile lasciarlo un attimo (ma i miei amici dovranno acquistare le loro copie da soli). Si tratta di una semplice, ma profonda idea graziosamente composta artificiosamente messa in atto. In un primo momento, non mi convinceva il potenziale di cliché, che la raccolta di storie di tassisti del Cairo avrebbe condensato. L’idea è geniale, il prodotto potrebbe essere disastroso. Mi aspettavo pagine paternalistiche, un trito e ritrito di “analisi”, o prediche di morale, o una superficiale esposizione il cui unico scopo è quello di mostrare la brillantezza dell‘autore. Ma dalle prime pagine, lo sceneggiatore, scrittore e scienziato politico Khaled al-Khamisy rende perfettamente chiaro che è un ottimo ascoltatore e un fedele trascrittore, con un fine orecchio per la comicità, e un orecchio acuto per le storie tragiche dei taxi Driver. In altre parole, l’autore fortunatamente ci fa il favore di trattenere la sua sentenza e si astiene da conferenze, ci trasmette le conversazioni senza giudizi, ricche di humour, pathos, e sorprendente intuizione.

Il libro include le conversazioni con gli autisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, anno in cui l’autore si basava quasi esclusivamente sui taxi per muoversi in giro per la città. Questo lo ha esposto allo scenario umano incredibilmente variegato che costituisce i tassisti della capitale. Chiunque usi i taxi e presta la minima attenzione sa che non esiste più un prototipo di taxi driver (se mai c’è stato). L’elevato tasso di disoccupazione e sottoccupazione, l’aumento del costo della vita, e la legge del 1990 che consente ad un veicolo di qualsiasi anno di essere trasformato in un taxi hanno cospirato facendo aumentare drammaticamente il numero e la diversità dei taxi e dei loro autisti (80000 taxi considerando solo il Cairo, senza la sua periferia, dice al-Khamisy). I tassisti ora sono i colletti bianchi dei dipendenti statali, i professionisti dai colletti blu-nero, e gli  studenti universitari. Sono di varie fasce di età, da un conducente che ha appena ottenuto la patente a uno che guida dal 1940. Una buona porzione di tassisti  hanno svolto studi universitari, e tutti hanno storie da raccontare.

Dopo una breve e agile introduzione, al-Khamisy procede a raccontare 58 incontri con i tassisti di tutti i ceti sociali (compresa una disputa fin troppo credibile tra un taxi driver e la figlia dell’autore di 14 anni che prendeva il taxi da sola per la prima volta). Le storie sono testuali, atmosferiche, e molto diverse, vanno dalle descrizioni delle aspre lotte per ottenere un qualche soldo guidando un taxi in condizioni estremamente negative, fino ai suggestivi ricordi e alle storie personali dei tassisti (particolarmente toccante è il film “buff” che per 20 anni non era riuscito ad entrare in una sala cinematografica), alla critica sociale e alle analisi (specialmente interessanti  sono i tassisti che criticano la funzione degli spot televisivi, e il conducente che fa una penetrante analisi della diminuzione delle proteste in Egitto dal 1977) , Alle speranze e alle aspirazioni dei tassisti (il tassista che sogna ad occhi aperti un viaggio intorno al continente africano).

Una delle più notevoli, divertenti e penetranti serie di storie sono quelle dedicate alla politica, in particolare quelle conversazioni che si occupano di Hosni Mubarak, e delle sue elezioni presidenziali. E qui va il grande credito a ‘al-Khamisy che trascrive fedelmente sia quelle opinioni a favore sia quelle contro il perenne presidente, e così facendo indica un punto sottile: è sbagliato generalizzare l’opinione pubblica egiziana rifacendosi a poche decine di esempi, o trattando i tassisti come “autentiche” voci di “strada”. Per fortuna, questo tipo di esistenzialismo e finto-populismo è completamente assente dal libro. Per qualiasi corrispondente e “analista” estero  che ritiene che il “polso della strada egiziana” si percepisca attraverso il semplice scambio di poche parole con un tassista, Il libro di al-Khamisy è un potente rimprovero. Infatti, una delle sue grandi virtù è di salvare i pareri dei taxi-driver da analisi profonde e salvare gli stessi taxi-driver dall’onere di rappresentare alcune scontante, confortanti, ma inesistenti definizioni di “uomo qualunque”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

Le peripezie di un passeggero in un taxi cairota

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Soheir Fahmi (da Al-Ahram Hebdo)

Attraverso una serie di conversazioni con i tassisti del Cairo, Khaled el Khamisi ci immerge in un mondo nel quale è possibile toccare con mano le preoccupazioni della gente semplice, la loro saggezza, il loro humor e il loro sguardo sul mondo della politica. Un testo che la dice lunga sullo stato della società egiziana e del mondo che la circonda.

I taxi del mondo sono tutti diversi. I tassisti del mondo sono tutti diversi. Essi rappresentano indubbiamente il luogo dove si svolgono i loro via vai continui. Essere un tassista in una metropoli come il Cairo è una professione unica. Irritante ed entusiasmante allo stesso tempo. All’interno di queste vetture, spesso in cattive condizioni a causa degli infiniti ingorghi e delle interminabili attese, inizia la conversazione tra il tassista e il suo cliente. Conversazione, che può toccare tutti gli aspetti della vita, ma che spesso ruota attorno alla politica e alle questioni sociali che vive l’Egitto. Khaled el Khamisi, con sobrietà e moderazione, ma anche con umorismo, va a caccia del mondo interiore e del pensiero di questi uomini, che sono i portavoce di un significativo strato di egiziani. A piccoli tocchi costruisce un quadro sfumato di questi uomini che subiscono l’inquinamento e il caos della strada egiziana. Parlare di ciò che li preoccupa gli da modo di trascendere un quotidiano che li violenta. Il diluvio di parole che emettono è spontaneo e disordinato. Tuttavia, suggerisce una sapienza di vita e uno sguardo originale sulla realtà. Khaled el Khamisi si mette all’ascolto di questi emarginati dalla vita politica, che in modo semplice e in poche frasi svelano le preoccupazioni di tutti i giorni. Si pongono domande, ma per la maggior parte dichiarano avere delle posizioni ferme. Contro o per Mubarak contro gli Stati Uniti e dalla parte dei palestinesi e degli iracheni, contro la corruzione e a favore dei non abbienti di cui fanno parte, contro il potere e la polizia, contro i proprietari di auto e dalla parte degli altri taxi Driver e delle partite di calcio. Sotto la penna di Khamisi, finiscono per realizzare un affresco in cui, come in un puzzle, i vari pezzi sono stati messi al loro posto. Ciononostante, il cliente, in questo caso, Khaled Khamisi, non è un semplice passeggero impersonale e imperturbabile. Attraverso vari quartieri del Cairo, come tutti i passeggeri in un taxi Cairota, tesse un certo legame con l’autista. Legame, che forse ha l’obiettivo di superare un soffocante “qui e ora”, contro il quale sono indifesi. Una saggezza che gli egiziani, attraverso le loro lunghe peripezie con le autorità hanno imparato a conoscere.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

Taxi: A pieni fari sull’Egitto di oggi

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Dora Abdelrazik (da L’équipe d’Alif, 25/02/2007)

Taxi, l’ultimo libro di Khaled Al Khamissi, vi accompagna nell’Egitto di oggi. Attaccate le cinture.

Lasciatevi trasportare a bordo del taxi di Khaled el Khamissi. 58 viaggi attraverso i quali il narratore, e il conducente del taxi (un tassista diverso per ogni viaggio), vi racconteranno l’Egitto di oggi.
All’orogine di questo lavoro sulle conversazioni tra l’autore e i tassisti dall’aprile 2005 al marzo 2006, ci sono degli aneddoti che testimoniano e riflettono la società egiziana. Appena un mese dopo la sua pubblicazione, è diventato un Best Seller e il libro è già alla sua terza edizione. L’autore si augura che Taxi sia presto tradotto in inglese e magari più avanti in francese.

Dedicato alla “vita” come le pagine, i viaggi si susseguono e sono tutti diversi. Essi sono pieni di dolcezza, di dolore, di sogni e delle paure del popolo egiziano. Man mano che questo mezzo di locomozione, così intimo e così pubblico, avanza si svelano i segreti. Questo libro dedicato “Alla vita che abita nelle parole della povera gente” è innanzitutto un’opera letteraria che vuole essere umana.
L’essere umano è la base di questo libro, con parole semplici, chiare, “l’uomo della strada” esprime i suoi timori, dubbi, pareri e critiche sul piano politico, economico e sociale, dell’Egitto, ma anche del mondo arabo.
L’autore Khaled Al Khamissi, un uomo dai diversi talenti, giornalista, regista, produttore e scrittore, dall’infanzia appassionato del mondo delle parole.

Figlio del famoso scrittore Abdel Rahman Al Khamissi, ha voluto esprimere attraverso il ‘popolo’ le cose più semplici. Naturalmente e spontaneamente, attraverso queste persone che, come voi e me, pensano, riflettono, ma che in fondo al loro cuore  chiedono solo un orecchio attento che li ascolti.

Per l’amante di una prostituta questo orecchio è quello di Khaled al quale il tassista si confida e si confessa facilmente perché, alla fine, non rivedrà mai più il suo  cliente, e può quindi lasciarsi andare liberamente. Da un autista amante di una prostituta, a quello che critica le elezioni presidenziali, come dice l’autore, “le loro parole sono luminose” portano con sé la bontà dell’uomo egiziano.
Scritti con facilità, questi racconti ci portano alla confessione di una società che sta vivendo una vera e propria crisi di identità e si sente violentata.
Di fronte a questo successo, ci si chiede perché ha impiegato così tanto tempo a donarci queste storie? A questa domanda risponde con onestà e semplicità  “per il timore di non essere all’altezza dei miei pari”.
Oggi, senza tabù o censura si  riscopre il vero volto della terra dei faraoni attraverso un viaggio semplicemente “umano”.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

 

Taxi su Al-Ahram Hebdo, Service Courrier, rue Galaa, Le Caire

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Amina Hassan (da Al-Ahram Hebdo)

Il libro, composto per la maggior parte da estratti di conversazioni che l’autore ha intavolato con i taxi driver del Cairo durante i suoi numerosi viaggi in giro per la città, esprime con forza le loro testimonianze sulla quotidianità, l’attualità politica ed economica le loro diatribe contro il potere e la loro sfiducia nei confronti di tutte le autorità. Talvolta narratori che partono dall’esaltazione verbale per poi passare alla malinconia, le loro storie sono una grande sfilata di idiomi e di “parlate” di tutti i tipi, impregnate dalle difficoltà quotidiane. La loro voce nomade vagabonda, si presta alternativamente ad ogni monologo interiore. E’una voce discorsiva, che cerca di smascherare la realtà per capirne il senso. Dalla confessione di uno degli autisti: “Per tanto tempo ci siamo lasciati trascinare dalla ricerca del pane quotidiano che abbiamo così abbandonato ogni tentativo di reclamo o contestazione”.

Armati di una punta d’ironia, portati dalla loro presenza temporanea alle confidenze, il loro punto di vista è frontale, di coloro che non si imbarazzano, i Taxi driver autorizzano l’autore a descrivere con passione il più piccolo fatto fino adesso taciuto. Egli riparte un po’ più “iniziato” ad un Egitto dove sa intavolare argomenti politici, filosofici e sociali, di una rara e precisa eleganza, con un piglio riflessivo, invocato per scuotere qualsiasi conformismo.

L’autore disegna in positivo quello che questa casta di conducenti, ha di più attraente. Scritto in dialetto egiziano, questa letteratura dall’accento divertente,  ci trasporta in una categoria di immaginario contemporaneo di combattimento, dibattiti, preoccupazioni battagliere che prefigurano un Egitto verso un futuro di cambiamento e resistenza. L’opera completa resta aperta su una breccia dove si profila già più di un libro, più di una confessione.

(traduzione di Chiarastella Campanelli)

Indispensabile premessa

(dall’introduzione di Taxi)

Da lunghi anni sono un cliente di prim’ordine dei taxi. Con loro ho girato dappertutto per le strade e i vicoli del Cairo, tanto da imparare i discorsi e i vari trucchi del mestiere meglio di qualsiasi tassista (non me ne vogliate se mi vanto un poco!).
Amo le storie dei tassisti perché rappresentano a pieno diritto un termometro dell’umore delle indomabili strade egiziane.
In questo libro vi sono alcune storie che ho vissuto e ascoltato, tra l’aprile del 2005 e il marzo del 2006.
Parlo di alcune storie, e non di tutte, perché diversi amici avvocati mi hanno detto che la loro pubblicazione sarebbe bastata a farmi sbattere in galera con l’accusa di calunnia e diffamazione; e che la pubblicazione di certi nomi contenuti in determinate storie e barzellette, di cui sono pieni gli occhi e le orecchie delle strade egiziane, è un affare pericoloso… davvero pericoloso, amici miei.
La cosa mi ha rattristato molto perché i racconti popolari e le barzellette, privati di una memoria, andranno perduti.
Ho tentato di riportarli qui, così come sono, narrati nella lingua della strada. Una lingua speciale, rude, vitale, schietta. Estremamente diversa dalla lingua cui ci hanno abituato i convegni e i salotti buoni.
Di certo il mio ruolo in questa sede non sta nel rivedere l’accuratezza delle informazioni che ho registrato e trascritto. Perché l’importante sta in quello che un individuo dice nella sua società, in un particolare momento storico, attorno a una determinata questione: nella scala di priorità di questo libro, l’intento sociologico viene prima di quello descrittivo.
La maggior parte dei tassisti appartiene a una classe sociale schiacciata dal punto di vista economico e vessata da un lavoro fisicamente devastante. La perenne posizione seduta in auto sgangherate spezza loro la schiena. Il traffico e il caos permanente delle strade cairote annichilisce il loro sistema nervoso e li conduce all’esaurimento. La corsa – in senso letterale – dietro il guadagno, tende i loro nervi fino al limite estremo… a questo si aggiunga il continuo tira e molla coi clienti, a causa dell’assenza di una tariffa stabilita, e coi poliziotti, che li sottopongono a una quantità di vessazioni che farebbero stare quieto nella tomba anche il defunto Marchese de Sade.
Inoltre, se calcolassimo in termini matematici il ritorno economico del taxi, considerando le spese legate all’usura, le percentuali dovute all’autista, le tasse, le multe, ecc., ci renderemmo conto che si tratta di un’attività a perdere in tutto e per tutto. Al contrario, questi imprenditori, non mettendo in conto la quantità di spese impreviste, immaginano che possa fruttare guadagno. Ne risultano auto logore, sfasciate e sudice, con a bordo autisti che lavorano come schiavi.
Una serie di provvedimenti del governo ha portato l’impresa taxi a un incremento senza precedenti, facendo arrivare il loro numero alla cifra di ottantamila soltanto al Cairo.
Con una legge emanata nella seconda metà degli anni ’90, il governo ha consentito la conversione di tutte le vecchie auto in taxi, insieme all’ingresso delle banche nel mercato dei finanziamenti di auto pubbliche e private. In questo modo, folle di disoccupati si sono riversate nella classe dei tassisti, entrando in una spirale di sofferenza mossa dalla corsa al pagamento delle rate bancarie; dove lo sforzo atroce di quei dannati si trasforma in ulteriore guadagno per banche, aziende automobilistiche e importatori di pezzi di ricambio.
Di conseguenza diventa possibile trovare tassisti con ogni tipo di competenza e livello d’istruzione, a partire dall’analfabeta, fino a giungere al laureato (ma non ho mai incontrato tassisti col dottorato, finora…).
Costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente, sulla strada. Ogni giorno entrano in contatto con una varietà impressionante di uomini. Attraverso le conversazioni si sommano nelle loro coscienze punti di vista che penetrano intensamente la condizione della classe dei miserabili d’Egitto, tant’è vero che, molto spesso, ritrovo nelle analisi politiche dei tassisti una profondità superiore a quella di tanti commentatori politici che riempiono di chiacchiere il mondo. Perché la cultura di questo popolo si rivela nelle sue anime più semplici.
Un popolo grandioso e ammirevole, il vero maestro di chiunque voglia imparare.

Khaled Al Khamissi, 21 Marzo 2006
(traduzione di Ernesto Pagano)

Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore

Pierre Clémenti : ISBN 9788887847123 © il Sirente 

di Franco Capacchione (da Rolling Stone, marzo 2008)

Nel 1971 Pierre Clémenti, icona perfetta del cinema mitico, firmato Roche, Pasolini, Garrel, Bertolucci, Buñuel, è arrestato a Roma per droga. Viene rilasciato per insufficienza di prove, ma riceve anche un folgio di via. Tornato in Francia scrive questo diario. Magnifici flashback svelano i suoi inizi in teatro a Parigi, ancora goffo nel porgersi allo sguardo dello spettatore. Poi, gli incontri italiani: Visconti che gli dà una piccola parte in Il Gattopardo e quando lo vede per la prima volta gli dice: «Per un giubbotto nero, hai mani da principe…»; Buñuel, con un «volto favoloso, lavorato dalla vita, pesante e scavato»: per lui, Pierre è davanti alla macchina da presa in Bella di giorno e La via lattea. Infine, Fellini: lo vuole nel Satyricon, ma lui rifiuta: «Era come la Fiat, centinaia di attori, migliaia di operai, di figuranti, di artigiani all’opera per mesi, una città intera da costruire e da abitare…». Clémenti, che fu anche regista, è morto nel 1999. Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore.

Dibattito su Pierre Clémenti

Venerdì 7 marzo ore 18, 30
presso la libreria Librido via San Sebastiano 39, Napoli 
parliamo del libro ‘Pensieri dal carcere’ di Pierre Clémenti
Editrice il Sirente

Pierre ClémentiPierre Clémenti

Pierre Clémenti (Parigi 1942-1999), attore e regista, ribelle e anticonformista. Ha lavorato da attore principale in numerosi film con registi come Bertolucci (Partner, Il Conformista), Pasolini (Porcile), Cavani (I Cannibali), Bunuel ( Bella di giorno, La via lattea). Nel ’71 viene arrestato per detenzione di droga e incarcerato per più di un anno nelle prigioni di Roma. Rilasciato per insufficienza di prove, non potrà più far ritorno in Italia. In seguito a questa esperienza scriverà questo libro.

“Sogno lei, signor ministro della Giustizia. (…) Dice a se stesso: però rappresento la giustizia di questo paese. Ma è all’altezza? Rendere giustizia è una cosa sacra. Lei può guarire o distruggere. Lei ha la scelta, lei è il ministro. Ed è forse questo a turbare il suo sogno. (…) I deboli sono senza difesa tra le sue mani. Lei potrebbe così diffondere la luce nelle menti. Ma non lo fa, e questo finisce per tormentarla. (…) Credo che sarebbe bene che in una notte di insonnia lei prendesse la macchina e andasse verso mezzanotte, l’una, a vedere un po’ quello che succede alla Santé. Penso che le apriranno. (…) Entri, faccia accendere le luci, veda più da vicino ciò che disturba le sue notti. Guardi un mondo dove tutto va cambiato, tutto va inventato. Non si tagli le vene. Respiri e crei. La saluto.                       
Pierre Clémenti”

PER MAGGIORI INFORMAZIONI:
http://www.sirente.it/9788887847123/pensieri-dal-carcere-pierre-clementi.html

EVENTO SEGNALATO SU:
http://www.manifestazioni.com/manifestazioni/manifestazione/c822680b01
http://napoli.bakeca.it/eventi-feste/parliamo-del-libro-pensieri-th7e2218803
http://www.belpaese.it/napoli/na_evento_9327.html
http://www.inagenda.info/index.php?id=48993&PHPSESSID=2b7839fcbddbc1a844375616213f5f90
http://www.planetnews.it/2008/dibattito-su-pierre-clementi/
http://technorati.com/posts/shqm3BQc2Ifk%2BPjP2bX2Q7NO78m6LLA%2FbTnnd7AC6Js%3D
http://www.plim.it/bg/dibattito-su-pierre-clementi/20080227
http://www.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20080307&ediz=NAZIONALE&npag=42&file=DEF.xml&type=STANDARD

SCATOLE SONORE

rassegna di musica, arti visive e performative –

rialtosantambrogio
via s.ambrogio, 4 – Roma
06 68133640

giovedì 6 marzo ’08 

h. 20:30 esposizione foto:
ALESSIA CERVINI

h. 20:30 reading:
SCRITTORI SOMMERSI http://www.myspace.com/scrittorisommersi

h. 22:00 performance:
FRANCESCA BONCI
         
h. 22:30 concerti:
OBSOLESCENZA
PROGRAMMATA
http://www.myspace.com/obsolescenzaprogrammata

http://www.myspace.com/cuboaa  __________________________________________________________
ALESSIA CERVINI, nasce a Roma nel 1973. Comincia molto presto a sviluppare un interesse per la fotografia che porterà avanti costantemente in maniera amatoriale fino al 2001, anno in cui consegue il diploma di laurea in scienze dell’educazione ed inizia a lavorare come educatrice in ambito psichiatrico e dell’handicap. Parallelamente comincia a dedicarsi alla fotografia in maniera più approfondita, iniziando una ricerca personale sulle immagini. In particolare si occupa di stampa tradizionale in bianco e nero, di insegnamento, dello studio della storia e della critica fotografica.
  –
2007 – collettiva, festival internazionale di fotografia di Roma “FotoGrafia”
2006 – visiting artist, Syracuse University, Syracuse
2006 – collettiva, “Per la musica 2″ a Castelluccio della Foce, Siena, a cura di Peter Noser
2004 – slide show, Nuova Galleria Campo dei Fiori, Roma
2004 – slide show, Rashomon, Roma
2003 – visiting artist, Syracuse University, Firenze
  –
Le opere presentate sono frutto di una ricerca lunga e faticosa. In questi anni ho cercato di trovare una strada personale nel fare immagini.Ho sempre pensato che la fotografia potesse uscire fuori dallo stereotipo di documento o di copia della realtà. Ho voluto raggiungere un certo livello di qualità ed ho capito che la conoscenza approfondita della tecnica mi avrebbe aiutata a lavorare meglio. Non avrei potuto dare alle mie immagini il senso che hanno se non avessi studiato e poi fatto mie le regole dell’esposizione e del sistema zonale, soprattutto perché l’elemento primo del mio lavoro è la luce. La maggior parte del mio lavoro è fatto di paesaggi, ma li chiamerei spazi. Quando scatto, non mi colpisce solamente il luogo: si aggiunge l’atmosfera, la sensazione che provo e soprattutto il tipo di luce che trovo. Molto tempo fa mi trovai in un luogo dove avrei scattato volentieri, ma non avevo con me la fotocamera. Tornai in quel luogo molte altre volte con l’attrezzatura, ma non scattai mai. Capii allora che non era quel particolare paesaggio che mia aveva colpita, ma la luce che c’era in quel giorno; aveva reso un semplice paesaggio qualcosa di straordinario e diverso. E’ anche per questo che vedo tutto il mio lavoro lontano dal clamore che circonda tanta fotografia attuale, quella reportagistica, quella modaiola, quella autoreferenziale…Chi si avvicina alle mie immagini dovrà trovare un proprio modo di entrarvi perchè non voglio costringere lo spettatore a vedervi qualcosa che scelgo io; sarà lui a scoprirlo, lentamente. Si troverà di fronte ad una scena e non al mio sguardo.Tutto quello che vedrete è scattato e stampato con metodi tradizionali analogici. Mi piace pensare di poter mantenere in vita il mistero e l’attesa, che la comparsa dell’immagine latente sul foglio di carta in camera oscura ci costringe a vivere.
 
______________________________________________________________
SCRITTORI SOMMERSI, nasce dall’intento di creare una rete estesa sul territorio che sappia raccogliere tutte quelle talentuose penne a cui l’editoria italiana non dedica la propria attenzione, perché troppo ligia alle leggi di mercato.
La nostra antologia vuole essere un biglietto da visita, frutto di un’eterogeneità di stili e di omogeneità di intenti.

Scrittori Sommersi mira dunque a diventare un punto di riferimento per tutti quegli emergenti costretti a pagare per vedere pubblicate le proprie opere, perché demotivati da un’editoria che troppo spesso antepone la vendibilità alla qualità.

La strada da noi scelta è quella di mettere sullo stesso piano la lettura delle opere altrui e la nostra scrittura, in modo da avviare un reale processo di confronto da cui trarre reciproco supporto.

Crediamo che il mercato editoriale sia una realtà da condividere e non da spartire tra i soliti noti, e che una letteratura nuova e di qualità possa risvegliare l’attenzione e l’interesse dei lettori.

______________________________________________________________

FRANCESCA BONCI, nata a Roma il 27/08/1967 inizia a studiare danza a Roma nel 1987 al Centro Mimma Testa (allora CID – Centro Internazionale di danza), segue laboratori e seminari a Roma e all’estero con diversi maestri di danza contemporanea tra cui Solene Fiumani, Cloude Coldy, Roberto Sylva Itza, Lucia La Toure, Giorgio Rossi etc…
Nel 1996 entra nella compagnia Altro Teatro diretta da Lucia La Toure dove rimane fino al 2001 danzando in tutte le produzioni della compagni nell’arco della sua permanenza.
Parallelamente alla danza contemporanea dal 1990 al  1995 lavora con due compagnie di teatro di strada: il Filoforete, con cui viaggia anche in Spagna e in Francia, e la compagnia AriaAcqua-SoleTerra-MareFuoco.
Dal 1995 conduce laboratori di danza contemporanea con adulti (con cui crea numerosi spettacoli) e adolescenti (dal 1999 al 2005 conduce un laboratorio nel I Liceo Artistico di Roma).
Dal 2002 segue in Italia e all’estero, dietro selezione, workshops con Akran Kham; Antony Rizzi (danzatore Forsythe); Mia Lowerence; Anna Theresa de Kesmaker; David Zambrano, Yasmeen Godder, etc…
Dal 2003 inizia lo studio di un “modello di sistema complesso”, entra nella scuola di formazione biotransazionale dove approfondisce la conoscenza appunto della teoria dei SCAC acronimo per Sistema Complesso Articolare Chiuso, avviando così una fase di ricerca, attraverso anche la sua attività di formatrice, per strutturare dei livelli di connessione tra l’approccio biotransazionale e la danza contemporanea. E’ durante questa fase di ricerca che incontra il lavoro di Silvia Rampelli e della sua compagnia Habillé d’Eau con cui intesse un discorso articolato, tutt’ora vivo.
“Studio in rosso” nasce all’interno di questa ultima fase in cui il livello più propriamente teorico dello studio del modello dei SCAC, ha sostenuto  il lavoro concreto corporeo di danza, nella costante ricerca di una grammatica e sintassi comunicativa adeguate alla necessità di manifestare  ciò che nel corpo circolava

Ultime produzioni
•    2000 Intriniblà
•    2001 5×4 senz’angolo: labilizzazione dinamica di un presupposto statico
•    2003 dell’acqua indossando tutte le sue nature
•    2004 Meone, mesone, peone
•    2006 CapoVolto
•    2007 Studio in rosso
  –
“un guscio cesellato da un uomo sarebbe ottenuto dall’esterno, in una sorta di atti enumerabili che portano il segno di una  bellezza ritoccata, mentre il mollusco emana il proprio guscio, lascia trapelare la materia da costruire, distilla a misura la sua meravigliosa copertura. Mistero della vita formatrice, mistero della formazione lenta e continua
(Gaston Bachlard)

Nonostante immagine iniziale, fors’anche obsoleta,  appartenente all’indistruttibile bazar dell’antichità dell’immaginazione umana, ancora risuona il fascino di quel “farsi” e “dis-farsi” del biologico per cui l’interno sé-cerne se stesso e si autoconfina in un atto inenumerabile e incessante, designando lo spazio del fuori e del dentro come spazio unico dell’intimità
_______________________________________________________________

OBSOLESCENZA PROGRAMMATA, nome comune, neutro, singolare, in ogni caso orfano di articolo determinativo.
 
OP non ha padri e non avrà figli, ma i compagni di viaggio sono molti: Tempia, Scatole Sonore, Primoregistrazioni, il Sirente, Altroverso, Ratio Bild Macher, Ettore Frani, Mirco Tarsi, Norman Nawrocki.

PRODUZIONI

Musica per esposizione, CDr, Primoregistrazioni, febbraio 2007.
Musiche composte e assemblate in collaborazione con l’artista Ettore Frani, scelte come colonna sonora ideale della mostra pittorica Frammenti d’Amor, tenutasi nel novembre 2004 a Roma.

Detrito, CDr, Primoregistrazioni, febbraio 2007.
L’apocalisse invisibile del contemporaneo racchiusa in cinque tracce abrasive e mantriche.

Mu – o dell’inabissamento, CDr, Primoregistrazioni, ottobre 2007.
Breve suite sul concept dell’inabissamento. Vibrazioni basse dal fondo dell’oceano. Tre casi di evanescenza consapevole.

Risulta, CDr, Primoregistrazioni, novembre 2007.
Rumori e melodie acidificate dalla memoria e dall’oblio. Una preziosa collezione di scarti.

IN PROGETTO

Partecipazione alla compilation collettiva La Sonora Commedia per www.kipple.it con rielaborazione sonora dei Canti VIII dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Pubblicazione prevista per giugno 2008.

Partecipazione alla Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo (www.bjcem.org) che si terrà a maggio 2008 in Puglia.

IPSE DIXIT

“OP non si presenta bene… ma quel che fa l’entità sannita è di funebre bellezza.”
Dionisio Capuano su Blow Up 97, giugno 2006

“Intriga ed affascina… ingloba con visione obliqua derive statico/isolazioniste e perentori scatti rabbiosi, un meccanismo inceppato in ripetizione infinita… a galleggiare un pelo sotto la superficie plumbea.”
Marco Carcasi su www.sands-zine.com, maggio 2007

“Paesaggi (ultra) urbani&cibernetici pulsano all’unisono con (magnifici) rimandi ad un crudo primitivismo tantrico.”
Sergio Eletto su www.kathodik.it, gennaio 2008

“Una musica che è mus(a naut)ica del cambiamento. Una palinodia del mondo… Una musica che abbatte definitivamente le barriere di genere e di linguaggio e si propone come il dropout dell’arte. Il suono del monoscopio dell’Essere.”
Denis Brandani in Le corrispondenze invisibili – foglio di critica totale e parziale, gennaio 2008

“Due palle.”
Anonimo, gennaio 2008

______________________________________________________________

Å è il nome di un trio di musicisti e polistrumentisti trentini e veneti.
Stefano Roveda, Andrea Faccioli e Paolo Marocchio sono riusciti a creare un inusuale mondo sonoro partendo da strumenti tradizionali come violino, batteria, chitarra e cello con l’aggiunta di strumenti e percussioni esotiche, synth e strumenti autocostruiti.
Sebbene l’ascoltatore più attento possa rintracciare nella loro proposta influenze di krautrock e primo minimalismo (Tony Conrad e Faust in primis), oppure tracce di sperimentalismi più o meno recenti, la musica degli Å rimane profondamente italiana in termini di suono, spazio e tempo.
Intensamente personale, piena di immaginazione, a tratti bizzarra,
nostalgica e coraggiosa allo stesso tempo, la musica di Å è costruita a partire da composizioni spontanee ed improvvisazioni, in un secondo tempo arrangiate da Xabier Iriondo (Afterhours, Uncode Duello, Polvere…).
Così come le performance live, caratterizzate da una alternanza di lunghe suite e brevi cluster sonori, drone percussivi e preludi orchestrali.

Il disco, uscito per Die Schachtel nell’autunno 2006, è stato accolto dalla critica italiana ed estera con grande entusiasmo, finendo nelle playlists di molti siti e blog, considerato uno dei migliori album del 2006 (www.ondarock.it).

Il 18 maggio 2007 gli Å accompagnati da Andrea Belfi hanno suonato in free session con Tony Conrad, nella sua unica data in Italia, presso l’O’Artoteca di Milano.

Il gruppo si è poi esibito in diversi locali in Europa, e ha registrato un live con intervista presso la VPRO radio di Amsterdam.

http://www.die-schachtel.com
http://www.myspace.com/cuboaa

The Wire (Mike Barnes)

Getting information on Å isn’t easy. Even Die Schachrel’s website enthuses about an “unknown (and we mean literally unknown trio of young Italian musicians. They are Stefano Roveda, Andrea Faccioli and Paolo Marocchio, and these pieces are apparently edited together from various improvisations. Some ot the drum patterns – brilliantIy recorded with both clarity and live-room clatter – recall Faust’s Zappi Diermaier, while the string drones trailing over hypnctic guitar are reminiscent of This Heat’s “horizontal Hold”.These can be heard on the 13 minute Closing track”It’s happening in my head” (the titles, some very long, are taken from Mark Haddon’s book The curious incident of the dog in the night-time) which then trails through piano interludes and a section of lyrical violin over repetitive guitar strummmig, this episodic collection has its own distinctive style, though and cuts from big raw guitar chords to pithy piano sonatas, to electronics with distant wailing vocals to kalimba loops – all to great effect. Being deluged with information on a daily basis, l’m happy to let the mystery of Å remain. But it would be fascinating to hear longer extracts from their source improvised material.

_______________________________________________________________
SCARICA IL CONCERTO DEL 4 OTTOBRE DEGLI UNCODE DUELLO
http://www.blowupradiozine.com/monitor/index.php?xrl=http://www.blowupstorage.com/pubblici/uncode_duello.mp3.zip

SCARICA IL CONCERTO DEL 4 OTTOBRE DELLA FUZZ ORCHESTRA
http://www.blowupradiozine.com/monitor/index.php?xrl=http://www.blowupstorage.com/pubblici/fuzz_orchestra.mp3.zip

SCARICA IL CONCERTO DEL 1 NOVEMBRE DEI LENDORMIN
http://www.blowupradiozine.com/monitor/index.php?xrl=http:/
/www.blowupstorage.com/pubblici/lendormin.mp3.zip

SCARICA LE PUNTATE WEB_RADIO DI SCATOLE SONORE ECCO IL LINK DELL’ARCHIVIO PODCAST
http://radio.informagiovaniroma.it/index_all.php?program= Scatole+Sonore

Nawrocki sei un uragano

L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret : Norman Nawrocki : ISBN 9788887847116 © il Sirente 

di Allan Antliff (da Vue Weekly,  novembre 2002)

Il musicista attivista di Montréal presenta i suoi spettacoli in Europa e arriva a Edmonton

Nel suo divertente libro, l’artista di cabaret Norman Nawrocki mescola eventi reali, racconti incredibili e un po’ di storie inventate che sono vere quel giusto perché il racconto funzioni. E’ una pratica condotta con abilità e aplomb. L’anarchico e il diavolo fanno cabaret si apre con una coraggiosa descrizione della band di Narwocki di stanza a Montrèal, Rhythm Activism, che si prepara per un altro tour fai da te attraverso la scena musicale europea alternativa e underground. E di come si arrivi in uno squat olandese occupato da amici conosciuti in un tour precedente, per poi sistemarsi, mentre ai lettori viene fornito un quadro di come gli squat funzionino in Europa.
Sostanzialmente, gli edifici vengono occupati, sistemati, difesi e infine legittimati come “cooperative non profit abitative come modello alternativo alla relazioni feudali padrone-vassallo e al costoso mercato privato delle case”. Questi squat, così come centri comunitari gestiti in cooperazione, bar e caffetterie, sono il meglio dell’anarchismo europeo. Nawrocki alterna i particolari sul lavoro con descrizioni di festoni alcolici e di avventure passate con il potere.
Completati i preparativi, la band si imbarca nel tour su un furgone molto stipato. Il viaggio li porta dall’Olanda al Belgio, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Ungheria, Repubblica Ceca, e poi indietro in Germania, Olanda e Francia, con un ritorno finale nella Repubblica Ceca. Tutto in 45 giorni.
Bene, con un ritmo come questo anarchico che si rispetti è obbligato ad avere allucinazioni. O almeno così sembra mentre la narrativa di viaggio di Nawrocki costantemente viene erosa in racconti aneddotici che affrontano i temi rappresentati dalle persone che vivono nei paesi in cui passa attraverso. Politica umanizzata è distribuita in storie che coprono l’intera gamma da oltraggiosamente divertente a profondamente commovente. Il risultato finale è un libro che trasgredisce l’effetto realtà della fiction, provando che non devi credere a ciò che è descritto per capire che anche le favole parlano della realtà.
Nel corso del tour Nawrocki è in cerca del suo zio polacco Harry Malewczek. Harry è un indigente veterano della seconda guerra mondiale che negli anni si è sporadicamente tenuto in contatto per posta con i suoi parenti canadesi. Attraverso una serie di lettere veniamo a conoscenza delle sue attività nella resistenza polacca e del suo successivo vagabondaggio in Europa. Rhythm Activism si fa strada da paese a paese e le storie su Harry irrompono periodicamente come bottiglie di birra che colpiscono un tavolo durante una conversazione di ubriachi. Harry combatte i tedeschi in Polonia e sopravvive ma impazzisce; è scambiato per un Rom (zingaro) nei paesi che attraversa; compra un diavolo marionetta e lo tiene in uno zaino. Ogni mattina siede in una piazza cittadina bevendo e parlando con il diavolo, a cui racconta le voci della popolazione locale. “Sei proprio una furba canaglia! Mi piaci! Fatti un altro sorso”.
Nel proseguimento della storia veniamo a sapere che l’anarchismo occidentale è sotto assedio, mentre dell’Est destabilizzato un rinnovato radicalismo deve ancora nascere. In Ungheria, Nawrocky si trattiene con prostitute in un night club bordello adiacente al locale dove la band deve suonare. Discutono del commercio del sesso post-comunista in mezzo a sedie dell’amore in pelle, mura a specchio, felci e fiori di plastica. Più tardi quella sera Rhythm Activism suona nel locale dall’altro lato della strada, che si rivela essere il luogo d’incontro per i mafiosi capitalisti della città. La notte successiva fanno il loro spettacolo per un muro di ubriachi da strada e, in un altro locale, cantano una canzone anti-nazista a una folla di studenti. In Ungheria e altrove, il razzismo contro i Rom, alimentato da stipendi in calo e disoccupazione di massa, è in crescita. Anche nella Repubblica Ceca, Nawrocki è veloce a esporre il degrado insito nella fragile prosperità: una conversazione tra disoccupati in un caffè alla fermata dell’autobus mette le cose a posto. Nel frattempo un senzatetto entra per un pasto, servito da una cameriera ucraina il cui amore per l’umanità illumina l’altrimenti tetro interno. Non si aspetta soldi ed è sopresa quando il senzatetto tira fuori molto di più di quanto sia dovuto per il pasto. Divide il guadagno con gli altri lavoratori e tutti sono felici.
Come a dire che in questo libro tutto è contingente. Non ci sono soluzioni scontate ai nostri problemi e la felicità è qualcosa per cui bisogna combattere. La buona notizia è che vale la pena di combattere e che, col diavolo al tuo fianco, chiunque può vincere.

(Traduzione di Enrico Monier)

“IL FARO” Bozza di progetto per una nuova edizione del giornale dell’Istituto Penitenziario di “Regina Coeli”.

Alcuni estratti di “Pensieri dal carcere” saranno pubblicati sul Faro, progetto per una nuova edizione del giornale dell’Istituto Penitenziario di “Regina Coeli”. Il nome non è casuale si riferisce al Faro che svetta sulla balconata del Gianicolo e dista pochi metri dalle celle d’angolo del carcere, da quel punto del monte, fino a tempi recentissimi, era consuetudine che i familiari dei detenuti vi si riunissero per comunicare con loro gridando. Anche Pierre Clémenti è stato rinchiuso in questo carcere e da qui ha scritto “qualche messaggio personale” come veicolo di comunicazione per oltrepassare quelle mura. Il “Faro” è il simbolo di comunicazione tra il dentro e il fuori.

Il progetto Faro vuole costruire un’occasione per dare voce all’emarginazione ed alla sofferenza e non solo per suscitare emozioni ed interesse, ma soprattutto per determinare fatti ispirati alla dignità umana, al cambiamento, alla solidarietà. Il giornale vuole offrire ai detenuti del carcere di Regina Coeli ed alle persone coinvolte nel progetto una possibilità di confronto che stimoli la fantasia, induca alla riflessione e, perché no, provochi la gioia di una risata tutti insieme nel lavoro di stesura del giornale.

Insieme al Faro il Sirente vuole creare un incontro dibattito occasione per parlare di Clementi e della situazione nelle carceri italiane di oggi e degli anni ’70. Nella presentazione – dibattito interverranno alcuni portavoce del Faro e Balthazar Clementi, che da bambino aveva vissuto l’arresto di suo padre, accusato di detenzione di droga.

La proposta di una nuova edizione del vecchio giornale “Il Faro” che si faceva, molto tempo fa a Regina Coeli, è venuta dagli stessi detenuti durante gli incontri di “Leggere e conversare in carcere” organizzati dall’Associazione di Volontariato “A Roma, Insieme” e svolti con cadenza settimanale per un intiero anno qualche anno fa.
Sentiamo, oggi, la necessità di riprendere quella proposta perché i motivi e gli obiettivi che la sostenevano non solo non sono venuti meno, ma si sono rafforzati ed estesi sia per la mutata realtà del carcere, delle persone che lo abitano, sia perché molti dei problemi già evidenziati allora o si sono aggravati o, comunque, non sono stati risolti: salute, stranieri, immigrazione, disagio mentale, tossicodipendenze, affettività.
Il monotono scorrere della vita quotidiana in carcere con le sue attese, le sue sofferenze, le sue solitudini, le sue speranze, le sue distanze dal mondo esterno poneva allora e, forse ancora di più oggi, l’urgenza di tessere, in tutti i modi, un filo di solidarietà e di comunicazione tra “dentro e fuori” e di offrire uno “spiraglio sul mondo” a chi ne è escluso fosse pure soltanto per brevi periodi.
Scrivere, esternare le proprie emozioni e sentimenti, i propri ricordi, esige riflessione, conoscenza degli altri, di ciò che ci circonda e di conseguenza di noi stessi. È un modo ameno per uscire dal proprio io e confondersi con l’altro, con gli altri, uscire dal luogo dove si vive e lasciare respirare la mente.
Vogliamo costruire insieme un’occasione in più per dare voce all’emarginazione ed alla sofferenza e non solo per suscitare emozioni ed interesse, ma soprattutto per determinare fatti ispirati alla dignità umana, al cambiamento, alla solidarietà.
Molti hanno difficoltà, per diversi motivi, ad accostarsi alla scrittura, ma la maggior parte delle persone è desiderosa di parlare e raccontare. Proprio questa volontà permetterà loro di acquisire le necessarie conoscenze, anche con l’aiuto di esperti di comunicazione e dei “redattori” esterni, per scrivere direttamente le loro emozioni, proposte e speranze.
Il giornale vuole offrire ai detenuti del carcere di Regina Coeli ed alle persone coinvolte nel progetto una possibilità di confronto che stimoli la fantasia, induca alla riflessione e, perché no, provochi la gioia di una risata tutti insieme nel lavoro di stesura del giornale.

Associazione “A Roma, Insieme”
Via Sant’Angelo in Pescheria 35 – 00186  Roma – Italia
Tel/Fax  +39 06 68136052 – email: aromainsieme@libero.itwww.aromainsieme.org
C.F.  96219460589

Presentazione del libro di Norman Nawrocki

L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret : Norman Nawrocki : ISBN 9788887847116 © il Sirente 

di Monja Ianni (da La Cronaca d’Abruzzo, 01/12/2007)

Ha scelto L’Aquila il poliedrico scrittore canadese Norman Nawrocki per presentare il suo libro “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret”. Figlio di immigrati polacco-ucraini, l’autore è nato a Vancouver e si autodefinisce ‘sex educator, cabaret artist, musician, author, actor, producer and composer’. Scrive il suo primo libro a soli 14 anni, successivamen fonda il gruppo musicale dei Rhythm Activism, dove suona come violino e voce; inoltre è titolare della casa editrice e discografica indipendente Les Pages Noires. “L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret” è stato pubblicato per la prima volta in Canada e negli Stati Uniti nel 2003. L’opera è stata scritta “tra un soundcheck e l’altro” del rocambolesco tour europeo dei Rhythm Activism: il racconto delle quotidiane disavventure, alle prese con un pubblico eterogeneo ora in locali occupati, ora in centri artistici e culturali ben organizzati, ma anche in turbolente taverne di pirati, o storie di rom, lavoratori immigrati, rifugiati, artisti di strada, poveri che lavorano, emarginati giovani e anziani. Il tour al tempo stesso è la cornice in cui si svolge l’azione ma anche solo un pretesto per descrivere la realtà dei precari, che come veri e propri protagonisti di queste “fiabe urbane sulla sottoclasse multietnica europea” sono gli esclusi dal “benessere” del neocapitalismo e della globalizzazione, vittime dell’intolleranza e del razzismo. Accompagnato dal suo violino, che utilizza ora come accompagnamento ora come base per loop ed elaborazioni ma anche come strumento a percussione, Nawrocki ha accompagnato il numeroso pubblico accorso a Palazzo Carli ad ascoltarlo in un viaggio attraverso l’Europa dell’Est alla ricerca, come promesso al padre, dello zio Harry, seguendo il filo della sua e di altre infinite vicende umane che si intrecciano in Europa durante la Resistenza per mezzo delle lettere che lo stesso Harry scriveva al fratello. Realtà ed immaginazione si confondono in un’opera al tempo stesso poetica ed impegnata, che decostruisce e mescola, come d’altronde fa sulla scena il gruppo musicale, avanguardia e danze popolari dell’Europa orientale, satira, farsa e rock squinternato; folk, punk e jazz, poesie, monologhi, leggende, citazioni di film e dalla cultura pop.

L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret

L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret : Norman Nawrocki : ISBN 9788887847116 © il Sirente 

di Costanza Alvaro (da Panorama.it, 10/02/2008)

Norman Nawrocki non poteva scrivere un libro di facile etichettatura. Non è nel suo dna di canadese figlio di immigrati polacco-ucraini, che a 14 anni scrive un libro intitolato Perché sono un anarchico e oggi è musicista e poeta, attore e cabarettista, autore ed educatore sessuale.
Negli anni Novanta, con la band Rhythm activism viaggia per l’Europa in un rockambolesco tour che attraversa nove paesi in sette settimane. Dunque, L’anarchico e il diavolo fanno cabaret, uscito nel 2003 in Canada e proposto ora in versione italiana (editrice il Sirente, 12,50 euro), è, tra l’altro, un diario di viaggio rock.

Norman e gli altri, anarchici ma eclettici, si plasmano ogni volta sulla platea che hanno davanti, a seconda del club, o garage, o angolo di strada in cui si trovano a suonare. Non è una spersonalizzazione ma un modo per dialogare, per accogliere, quasi che l’anima collettiva della massa spettatrice possa salire gli scalini e arrivare sul palco, per essere ritrasmessa. E forse è proprio così che avviene. Grazie alla magia della fusione non solo gli spiriti si scatenano, ma si torna tutti a casa con la sensazione di aver preso parte a qualcosa, a uno scambio.
Questi pirati non passano a volo d’angelo sulle città dove suonano, non si arroccano nelle suite degli hotel (anche perché non potrebbero permettersele) ma vivono i marciapiedi, i pullman, le case occupate. Scrive Nawrocki: “la musica, il teatro, lo slancio ad esibirsi sono solo una parte di questa storia a volte triste, a volte esilarante, di uno speciale tour europeo visto attraverso i miei occhi iniettati di sangue”.

L’altra parte della storia sono piccoli ritratti di minoranze invisibili, artisti di strada, emigranti, vecchi senza soldi che sognano di rovesciare la realtà e intanto si accontentano di raccontare qui la propria, aprendo nell’animo di chi legge uno spiraglio di luce, fastidiosa ad occhi non abituati.

E poi c’è lo zio Harry e le sue lettere, che sono un libro nel libro. Non è andato in Canada con il fratello Franek, ma è rimasto in Polonia a combattere i nazisti prima, la fame poi. Harry che vaga per l’Europa e non si fa trovare è uno di quegli invisibili. “Benché non possa rivedere queste persone, potrebbero essere i miei vicini o i vostri, la donna licenziata la scorsa settimana o il tipo che invecchia sulla panchina alla fermata dell’autobus”. O perfino un consanguineo, Norman.

Le canne non si spengono per decreto

Pierre Clémenti : ISBN 9788887847123 © il Sirente

di Massimo De Feo (da ALIAS N. 6 – il manifesto, 11/02/2006)

Contro ogni evidenza scientifica, e contro il buon senso, il governo ancora in carica ripropone una legge contro le «droghe» che garantisce all’Italia un balzo indietro di mezzo secolo, quando per qualche spinello si poteva finire in galera per anni, come testimonia il piccolo, ma solo per dimensioni, libro scritto dall’attore Pierre Clémenti, rinchiuso agli inizi degli anni Settanta per 18 mesi nei carceri romani di Regina Coeli e Rebibbia. Ormai introvabile nell’edizione italiana, Quelques messages personnels è stato ristampato in Francia pochi mesi fa, e ora è alla ricerca di un editore italiano che lo rimetta in circolo. Vuole proibire, reprimere, punire, incarcerare i «drogati», non ci sono solo bassi calcoli elettorali, quanto il ricordo e la paura di quella «rivoluzione psichedelica» che per qualche tempo mise all’angolo ogni principio di autorità basato sulla forza e sulla prepotenza, affermando invece tolleranza, amore, rispetto per la natura, fiducia negli esseri umani, solidarietà, democrazia comunitaria, spiritualità non fondamentalista, pacifismo… Sono queste «utopie», queste «allucinazioni» a turbare i sonni e a rendere paurosi i tunnel nei quali si sono rinchiusi i reazionari di ogni colore. Ogni anno in Italia il consumo di alcool causa la morte di circa 40.000 persone, mentre altre 80.000 ne fa fuori il tabacco. Tutte le altre droghe messe insieme sono responsabili forse di mille decessi. Dov’è l’«emergenza droga»? Non c’è nessuna emergenza. C’è un problema, ma questo non può essere affrontato con ideologie d’accatto e bugie all’ingrosso. Dire che tra droghe pesanti e leggere non c’è differenza, prima che falso è criminale. Dire che la marijuana fa male alla salute è una balla in malafede, come testimoniano tutti gli studi promossi a più riprese dal governo degli Stati Uniti, come della Gran Bretagna e di altri paesi. Proclamare solenni che «drogarsi non è un diritto!» fa ridere: sono millenni che l’umanità ricorre al mondo vegetale per alterare la propria coscienza, vedere più in là, sperimentare, sognare, crescere, guarire, progredire, evolvere… Un tempo queste sostanze venivano chiamate sacramenti, non droghe, e come tali venivano trattati, con rispetto e timore. Non è solo questione di «riduzione del danno». Si tratta di riscoprire questa loro funzione, educare al loro corretto uso, sottrarle al narcotraffico. Alterare la propria coscienza è un diritto inalienabile di ogni essere umano. E non ci sono tantissime inquisizioni o emendamenti appesi a leggi per i Giochi olimpici invernali approvati con la fiducia in grado di impedirlo.

La guerra di Pierre

Quarta di copertina 

di Cristina Piccino (da ALIAS N. 6 – il manifesto, 11/02/2006)

Era il 1971 quando l’attore francese Clémenti, a Roma a girare «Necropoli» di Franco Brocani, venne arrestato per droga. Un blitz per distogliere l’attenzione dal caso valpreda. «Cosa di meglio che quei ragazzi stranieri coi capelli lunghi, sporchi, che non lavorano», scrive il poeta della rivoluzione nel suo diario dal carcere.

Era un mattino d’estate quando i carabinieri arrivarono nella casa dell’amica che ospitava pierre Clémenti a Roma: 24 luglio 1971, decennio a venire di antagonismi liberati dal 68, una rivoluzione di cui l’attore francese era icona e protagonista. In Partner di Bertolucci lo vediamo correre per le strade della capitale, era lui che raccontava qui già il maggio francese, irrequieto, ineffabile, un’insofferenza alle regole sin da piccolo che era il suo magnetismo. Bellezza androgina, potenza d’attore, sensibilità psichedelica che poi ne farà il protagonista «naturale» del magnifico Sweet Movie di Makavejev, aveva incantato oltre a Bertolucci (col quale girerà anche Il conformista, 70) Luis Buñuel (Bella di giorno, 66, La via lattea, 69), Marc’O (Les Idoles, 64), Philippe Garrel (Le lit vierge, 69, La cicatrice interiore, 70), Glauber Rocha (Cabezas scortadas, 70), Liliana Cavani (I cannibali, 69), Pier Paolo Pasolini (Porcili, 69). Il cinema insomma che più distillava immaginario e vita, di cui vissuto e sensibilità dell’attore erano incarnazione e alchimia perfetta. A Roma Clémenti stava girando Necropoli di Franco Brocani, ancora cinema italiano che lui adorava. Pasolini, intanto, «un san Paolo a suo modo che pensa di avere come missione l’affrancamento degli italiani dalle carcasse morali e dalle regole cattoliche che li hanno castrati per secoli rendendoli vergognosi della propria sessualità». Poi Fellini, Visconti (era stato anche nel Gattopardo), De Sica…

Quella mattina Clémenti dormiva, il figlio, Balthazar, un bimbetto di cinque anni, apre la porta. È un attimo. I carabinieri frugano determinati – «i vicini si sono lamentati» diranno a motivare l’irruzione da Anna Maria, così si chiama l’amica di Clémenti, una cosa dove c’era sempre un posto per tutti, cosa che da sola basta a giudicare, a dichiarare colpevolezza. Che cercano è facile immaginarlo: droga. E la trovano, naturalmente, un po’ di hashish, un pizzico di cocaina, roba da niente (e con tutta probabilità messa da loro stessi) che basta però a portare Clémenti e Anna Maria in galera. Un po’ quello che avverrà con la prossima legge Fini. Clémenti resterà in prigione diciotto mesi di cui otto attendendo il processo al quale viene prima condannato a due anni, e poi, in appello, assolto. Ma intanto passano altri dieci mesi, dieci mesi di abbrutimento, violenza, negazione di tutto. È in questo tempo tra regina Coeli – la prigione del popolo come lui la chiama – e Rebibbia, «il carcere modello», che Clémenti scrive Quelques messages personnels, qualcosa di più che un diario o un’autobiografia, un vero racconto del carcere ma soprattutto meccanismi che lo strutturano, e di quella repressione capillare e organizzata messa in atto da carabinieri e fascisti con il supporto degli apparati mediatici. Sono gli anni dei «casi» costruiti con sapienza, delle individualità demolite per colpire il movimento che mette sempre più in crisi la supremazia di una logica politica che è solo repressione a tutto campo. Valpreda accusato di strage anche se innocente, ma anarchico, dunque colpevole. Da Braibanti, primo colpevole di dissenso fino al «caso» del quali hashish e marijuana, e un incredibile clamore mediatico di mala informazione e fanatismo anticomunista. La droga ci dice Clémenti è il pretesto, il simbolo e la sintesi con cui annichilire le figure scomode e non assimilabili alle norme. La sua scrittura ci porta dentro a tutto questo, e lo fa partire da un vissuto (in prima persona) che mai è sovraesposto ma indignato, struggente, rabbioso con la dolcezza gentile di un poeta della rivolta. Che sa bene il paese in cui si trova rinchiuso, non diverso dalla sua Francia e dal resto del mondo che cerca di difendersi da chi mette in discussione sfruttamento, privilegio, negazione della consapevolezza. L’Italia che racconta Clémenti è quella del codice fascista Rocco, delle rivolte carcerarie finite in massacro, dell’istruzione negata in carcere come il lavoro o una qualsiasi specializzazione così che chi poi esce sia costretto a rientrarci. «perché quella mattina d’estate i poliziotti sono venuti a bussare proprio alla porta di Anna Maria?» si chiede più volte nel corso del racconto. E risponde: «ci voleva qualcosa che distogliesse l’attenzione dallo scandalo intorno alla condanna di Valpreda, molto rischioso per il sistema giudiziario e poliziesco (…) Cosa di meglio che dei ragazzi stranieri coi capelli lunghi, sporchi, che non vogliono lavorare e che si drogano, questi hippie…».

A Regina Coeli carcere duro, nessun diritto, letture e posta controllati, il rischio continuo della cella di isolamento (in cui finisce anche lui). Se si risponde si diventa subito elementi pericolosi. Clémenti rifiuta il mondo, smette di parlare, di leggere, di mangiare, non vuole visite. «Dopo il silenzio, e settimane di vita vegetativa, è arrivato il momento della rivolta. La sola arma che un prigioniero ha è il suo corpo» scrive. E ancora: «ho visto cose terribili a Regina Coeli. E uomini sublimi».

Quelques messages personnels, ripubblicato in Francia dalle edizioni folio, l’edizione originale uscita nel 1973 era ormai introvabile (in Italia l’ha pubblicato il Formichiere, ormai scomparso, ora si sta cercando un nuovo editore) si compone per istantanee in cui Pierre Clémenti detenuto incontra Pierre Clémenti attore: brucianti, la stessa incandescenza distillata nei suoi film. Che entrano nello «smascheramento» del carcere insieme a altri appunti di memoria, l’erranza nelle strade di Saint-Germain, l’incontro con Jean-Pierre Kalfon, i set di Buñuel per Bella di giorno… E le donne, «le stelle filanti» come le chiama, anche quelle italiane, «del popolo», incontrate nei vagabondaggi trasteverini, lui per scelta lontano dai salotti di piazza del Popolo e in affinità coi tavolini proletari di un quartiere allora ancora segno vitale di una metropoli non del tutto spossessata di sé. Cinema e vita insomma, cioè immaginario non pianificabile, che produce inquietitudine e per questo va cancellato. Clémenti prigioniero denuda anche i suoi «interlocutori»: i direttori del carcere per tipologie, mellifluo, o «sognatore», o smascherato di gentilezza che ti rovina. I poliziotti reclutati tra poveri e ignoranti, a cui si insegna a leggere e a picchiare, caricati a anfetamina prima delle manifestazioni, stessa tecnica usata dai francesi nella guerra di Algeria. «Il sistema ha paura dell’energia di massa. Bisogna bloccarla o canalizzarla cercando con ogni mezzo di riconvertire la potenziale energia creativa in repressione». Poi c’è la speranza, che è lotta per cambiarla la prigione, e che fa di Quelques messages personnels un libro combattente a ogni passaggio. E di evasione ma dal sistema verso l’utopia, che un giorno le prigioni scompaiano, che i ministri della giustizia siano tormentati da insonnia pensandoci, e che finisca l’ipocrisia. Clémenti non sarà più lo stesso una volta fuori. «Bisogna sapere andare molto lontano» aveva scritto. Resistenza estremista, quasi un’altra sperimentazione.

Così l’angelo nero di Buñuel a Roma scrisse le sue prigioni

Quarta di copertina 

di Marco Cicala (da Il Venerdì di Repubblica, 21/12/2007) 

Oltre che con il regista spagnolo, Pierre Clémenti aveva lavorato con Bertolucci e Pasolini. Viveva in Italia da antidivo. Ma un giorno, come raccontò in un libro ora ripubblicato, finì a Regina Coeli per droga. Uscì un anno e mezzo dopo. Ma mai davvero.
 SPESSO LE ROGNE arrivano la mattina presto. Come gli uffici giudiziari. O quelli del recupero crediti. O gli sbirri. Che il 24 luglio del 1971 irrompevano nell’abitazione romana dell’attore Pierre Clémenti e, dopo perquisizione, se lo portavano via in manette. Insieme a pochi grammi di cocaina e qualche briciola di hashish trovati, pare, nell’appartamento. È il primo atto di una vicenda non metaforicamente kafkiana che durerà diciotto mesi. Tanti ne passò in galera l’attore-icona della controcultura, faccia d’angelo ribelle che conquistò Buñuel, Bertolucci, Pasolini.

Due anni dopo la scarcerazione e il ritorno coatto in Francia, Pierre Clémenti raccontò quell’esperienza in un piccolo libro, Quelques messages personnels, che adesso viene ripubblicato in italiano col titolo Pensieri dal carcere. Lacerante resoconto autobiografico-esistenziale, riflessione sul sistema penitenziario, ma anche involontario spaccato di un’Italia, quella dei primissimi 70, formicolante di beatniks e neofascisti, livori proletari e paranoie perbeniste, vecchi malavitosi artigianali e nuovi faccendieri all’avanguardia.

Nel ’71 viene svelato il tentato golpe Borghese, s’infiammano i tumulti missini a Reggio Calabria, nasce il quotidiano il manifesto, scoppia lo scandalo degli appalti Anas (una paleo tangentopoli), Cefis espugna i vertici della Montedison, entra in vigore l’Iva, Giovanni Leone è eletto presidente della Repubblica anche grazie ai voti del Msi. Annota Clémenti, candidamente: «Avevo letto da qualche parte che Giovanni Leone, il presidente della Repubblica italiana, era stato avvocato, e mi dicevo: ecco uno che ha potere e conosce la realtà delle carceri. Farà qualcosa…». E invece, imputato si alzi: «Ai sensi della legge numero… lei è accusato di detenzione e uso di stupefacenti, avendo il rapporto di polizia stabilito…». Due anni di reclusione.

Clémenti ama l’Italia «pasoliniana» dei bulletti fragili e spavaldi, delle mamme arcaiche, dei terroni inurbati, delle mogli generose ma vendicative («Sanno bene che qualche volta l’uomo va con una puttana. Ma poi torna. E, se non torna, strappano ciò che difendevano. Impazziscono. Nelle carceri italiane ci sono centinaia di Medee». Ama quanto resta della savia e scollacciata plebe capitolina, quella che per secoli ha cantato il carcerato come un eroe a metà tra Virgilio e Gioacchino Belli («Dal cortile della prigione si scorge una terrazza della città dove ogni sabato le mogli, le fidanzate e le puttane dei detenuti vengono a mostrarsi nude, portando loro un po’ di consolazione»). Ama queste scorie di un’umanità in via di sparizione. E, da dietro le sbarre, gli piacciono ancora di più. Regina Coeli è Roma: «Per quanto spesse ne siano le mura… Essa è attraversata dalla vita della città, dai suoi rumori, dai suoi odori e persino dalle sue visioni».

Ma più toccante è forse la rievocazione dell’universo giudiziario di quegli anni. Immaginatevi una specie di Rimbaud-hippie finito da Parigi dentro un’aula di tribunale romano nel ’71: un suk togato fatto di avvocaticci paraculi col ghigno di Vittorio Gassman, giudici col cipiglio di Gino Cervi rimasti lì dal Ventennio, carabinieri coi baffi di Tiberio Murgia o Vittorio De Sica.

De Sica che, insieme a Fellini, andò a deporre in difesa di Clémenti. Ma niente da fare. Perché il bel Pierre è un tipo strano, troppo strano per un posto come Roma che, malgrado l’atavica noncuranza, resta pur sempre un paesone. Dove la gente mormora. I vicini protestano. Nella casa in cui abita Clémenti fa festa fino all’alba. Si incrociano ragazze nude sul pianerottolo. Grida d’amore risuonano. Poco importa se l’imputato si proclami innocente, occasionale fumatore di hashish ma contrario alle droghe («Non sono un viaggio ma una prigione»): Clémenti Pierre, «nato il 28 settembre 1942 a Parigi, XIV arrondissement, alle sei del mattino» da padre ignoto e madre portiera, ha capelli lunghi e barba, personalità e condotta che «dimostrano una predisposizione fisica e psicologica alla detenzione e al consumo di stupefacenti».

Ha lavorato con registi di fama, ma in film che all’epoca si chiamavano d’essai, perciò non ha un soldo. Il che lo rende massimamente sospetto. In carcere si arrovella, imbastisce teorie cospirazioniste («L’anarchico Valpreda si trovava in galera, da tempo si era certi della sua innocenza e la stampa dava grande rialto a questo scandalo… L’apparato di Stato italiano aveva bisogno di un diversivo»), spera, protesta, si tormenta («Il regime penitenziario è la negazione dell’essere umano… Significa far tornare l’uomo allo stato di feto, perché si riconverta in macchina benpensante… L’individuo che esce di prigione è minuziosamente fabbricato per farvi ritorno»). Considerazioni che riecheggiano il dibattito di quegli anni sul carcere, l’istituzione totale, Goffman, Focault… E che, le si condivida o no, ci ricordano quanto oggi la riflessione sulla prigione sia spaventosamente latitante.

Per Buñuel, Clémenti fu il diavolo-angelo della Via lattea e lo sprezzante amante tutto cuoio della Deneuve in Bella di giorno. Per Bertolucci lo sdoppiato rivoluzionario di Partner e lo chauffeur omosex del Conformista. Per Pasolini il cannibale di Porcile. In Italia iniziò col Gattopardo di Visconti, raccomandato da Alain Delon. Disse no a Fellini per Satyricon. Lavorò con la Cavani, Glauber Rocha, Jancsò, Makavejev, Ivory… Alla fine uscì dal carcere per insufficienza di prove. Ma in fondo non ne venne più fuori. Nemmeno con quel libro, quello sfogo terapeutico. È morto a Parigi nel ’99 per un tumore al fegato.

L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret

di Enrico Monier

“Immaginatevi un intero consiglio di musicisti rock, o di poeti o di commediografi”. Una “storia rock’n’roll anarchica” che elude i confini geografici e letterari e ha l’andatura di un concerto.

L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret, pubblicato nel 2003 in Canada e negli Stati Uniti, scritto “tra un soundcheck e l’altro”, è il diario on the road del rocambolesco tour europeo di Rhythm Activism, che suona in nove paesi in sette settimane. Il gruppo decostruisce e mescola avanguardia e danze popolari dell’Europa orientale, satira, farsa e rock squinternato; folk, punk e jazz, poesie, monologhi, leggende, citazioni di film e dalla cultura pop. “Immaginatevi un intero consiglio di musicisti rock, o di poeti o di commediografi”: una “storia rock’n’roll anarchica” che elude i confini geografici e letterari e ha l’andatura di un concerto.

Il racconto del tour tra quotidiane disavventure, alle prese con un pubblico eterogeneo in locali occupati, centri artistici e culturali ben organizzati, turbolente taverne di pirati, è anche quello delle storie di rom, lavoratori immigrati, rifugiati, artisti di strada, poveri che lavorano, emarginati giovani e anziani. I protagonisti di queste “fiabe urbane sulla sottoclasse multietnica europea” sono gli esclusi dal “benessere” del neocapitalismo e della globalizzazione, vittime dell’intolleranza e del razzismo. Mentre nelle periferie crescono disoccupazione e povertà, anarchici e squatters difendono gli spazi liberi che diminuiscono nel nome della “sicurezza”, del “decoro”, della speculazione edilizia. L’auto-organizzazione delle comunità locali è consolidata e diffusa: Norman e i suoi compagni possono così contare sul sostegno dei centri della “rete internazionale anarchica”, equivalenti agli “ateneos” gestiti dagli anarchici spagnoli prima e durante la rivoluzione del 1936-1939, messi fuori legge dai fascisti e tornati dopo la dittatura franchista.

Nell’Europa dell’Est percorsa dalla band coesistono ricchezza di tradizioni e trionfo del modello consumistico statunitense: qui Nawrocki cerca, come promesso al padre, il suo zio girovago in Europa, di cui pubblica le lettere mandate al fratello al tempo dell’occupazione nazista della Polonia, dove Harry ha fatto la Resistenza.
Il pensiero radicale dell’anarchismo di Michael Bakunin, della femminista Emma Goldman, di Enrico Malatesta, Buenaventura Durruti, del rivoluzionario Peter Kropotkin, fino a Noam Chomsky, tutti citati nel diario, muove dalla contestazione dell’ordine costituito e dalla denuncia delle sue iniquità. La battaglia per il giorno lavorativo di otto ore negli Stati Uniti del 1896 e la difesa dei diritti dei nativi nel Canada, la rivolta degli indigeni dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), nel 1994 in Chiapas, le mobilitazioni contro il nucleare in Germania, la denuncia delle condizioni di lavoro delle mondine nelle risaie, l’impegno di tutti i giorni nel rappresentare i dimenticati, costituiscono quindi altrettante testimonianze di lotta per un mondo libero, che si tratti di battersi contro l’imperialismo e le guerre, lo strapotere degli industriali e delle multinazionali, lo Stato autoritario e guerrafondaio, per la solidarietà con i lavoratori sfruttati e con gli oppressi.
La filosofia di questa “orchestra di notizie ribelli” ha radici nel cabaret “dissidente e sovversivo” di Bertold Brecht e si basa sulla commistione e distorsione dei generi, la collisione di lirico e prosaico, reale e immaginario, che caratterizzano sia il testo di Nawrocki sia la musica degli “attivisti del ritmo”: il chitarrista e polistrumentista Kangaroo, regista d’avanguardia; il poeta, bassista e “primo clown” Shack; il batterista e sassofonista Elvas; Martine, sassofonista e responsabile della vendita di cd, libri, video, magliette e poster autoprodotti; GBB, gigante gentile e abile tecnico del suono. L’ensemble di Rhythm Activism decostruisce e mescola avanguardia e danze popolari dell’Europa orientale, satira, farsa e rock squinternato; folk, punk e jazz, poesie, monologhi, leggende, citazioni di film e dalla cultura pop (“il peggio della tv” americana, pubblicità, pezzi da hit parade).
Il tratto di unione delle storie minori in cui la narrazione policentrica si ramifica è la possibilità di un rovesciamento sociale. E la “resistenza culturale”, a cui Nawrocki si richiama, è il mezzo più efficace per attuare una propagazione virale di controinformazione e rivolta contro i poteri insediati.

Pratt sul Nilo

| Il Sole 24 Ore | Lunedì 11 febbraio 2008 | Paola Caridi |

Esce la prima graphic novel egiziana, tra thriller e denuncia sociale. E tra i modelli, c’è anche il papà di Corto Maltese.È tutto dentro una frase. “Devi rendere sporca anche una rapina in banca”, dice Mr. Shihab, rapinatore ‘costretto’, software designer di professione, quando il politico corrotto gli propone un accordo per salvare la pelle e i soldi appena ricevuti come tangente, durante il colpo in banca. Devi sporcare tutto, anche quello che è già sporco, dice Mr. Shihab. E quella sentenza trasforma il politico corrotto nell’icona stessa della corruzione. Nel simbolo da esporre al pubblico ludibrio.
La prima graphic novel in versione egiziana non dimentica il fervore politico degli ultimi tre anni. Anzi. È proprio dal ribollire sociale e culturale che ha preso la sua “forza”, ammette Magdy al Shafee, l’autore di Metro, romanzo a fumetti ambientato in una Cairo appena evocata attraverso i simboli contemporanei della strada. Dai cartelloni pubblicitari all’insegna della metropolitana, dai telefoni pubblici ai ponti sul Nilo. Come a Shafee ha insegnato uno dei suoi maestri, il basco Golo, cartoonist anche lui di stanza al Cairo.
La trama è quella tipica di un giallo, riempita da una malinconia che ricorda uno dei maestri italiani del fumetto. “Sì, è vero, Hugo Pratt è stato uno dei miei modelli più importanti”, dice Magdy al Shafee, che a raccontare idee attraverso le immagini ci pensava sin da bambino. “Pratt mi ha insegnato che si può inserire un contenuto profondo in un’atmosfera da thriller”. E quel finto cinismo del padre di Corto Maltese c’è tutto, nel tratto elegante che narra la storia di due ragazzi del Cairo, magri, capelli corti, maglietta e jeans, costretti in una società imprigionata dall’”arrendevolezza”. “La trappola peggiore”, commenta Shafee.
Mr. Shihab, il software designer, non riesce a ripagare il debito contratto con un usuraio, e decide che la rapina in banca è l’unica strada che gli rimane. Poi il colpo, la giustizia popolare verso il politico corrotto, e il giorno dopo, nessuna notizia della rapina sulla stampa del Cairo. Forse per coprire il corrotto. La storia, però, non ha il lieto fine che ci si aspetterebbe: Mustafa, l’amico di Mr. Shihab, un ragazzo semplice della periferia cairota, se ne va. Con la refurtiva. “Me lo avevi detto tu, che dovevo liberarmi, e uscire dalla trappola”, gli dice ironico al telefono, mentre sta per prendere un aereo. Destinazione sconosciuta.
L’umanità del Cairo descritta da Shafee è tutto fuorché lo stereotipo corrente. Ricorda, semmai, le dimensioni urbane occidentali, la frammentazione. “Ma la colpa di questo stereotipizzazione degli egiziani non è della gente comune. È della generazione precedente che non ha mostrato l’altra faccia della storia. Di quello che stava accadendo da noi”, precisa Magdy al Shafee, a pieno titolo esponente di quell’underground (termine riduttivo, a dire il vero) artistico e culturale che va in onda al Cairo almeno dal 2004. Anche lui, figlio di quella blogosfera egiziana che a tutti gli effetti rappresenta un dissenso fecondo quanto quello dell’Europa orientale pre-1989.
I blog hanno cambiato tutto. “Non c’è bisogno di accennare le cose, di parlare tra le righe”, spiega Shafee. “Parliamo sulle righe, attraverso le righe”. Righe virtuali certo, quelle dei blog, ma pesanti quanto quelle sulla carta. E non è per nulla casuale che Metro, graphic novel di livello, sia uscita in Egitto attraverso una casa editrice nuovissima, nata appunto dal mondo dei blog. “Avevo ricevuto, a dire il vero, due offerte importanti. Una dalla casa editrice che pubblica grandi scrittori, come ad esempio Sonallah Ibrahim. E una da Dar Merit”. Dar Merit, editore di punta dei nuovi scrittori, il primo editore di Alaa al Aswani. Niente da fare. Shafee ha preferito pubblicare con un marchio piccolo, Malamih, ma immediatamente riconoscibile da quella generazione di ventenni che sta emergendo al Cairo.
Malamih è l’espressione del mondo dei blog. Anzitutto per il suo fondatore, Mohammed al Sharqawi, uno dei blogger politici più conosciti del paese. Protagonista, quasi due anni fa, delle proteste di piazza dell’opposizione a Hosni Mubarak, Sharqawi era stato arrestato e aveva accusato la polizia egiziana di averlo torturato, scatenando una campagna anche internazionale per difenderlo e farlo scarcerare. Ora, a due anni distanza, Sharqawi si è imbarcato assieme a sua moglie in un’avventura che dal messaggio virtuale passa alla dimensione fisica del libro. “Malamih è nata pochi mesi fa dal blogging, perché i giovani scrittori hanno prima usato la rete, strumento a poco prezzo, per esprimersi. Ora, li pubblichiamo su carta. In nome della letteratura libera e della libertà di espressione”, dice Nayra Sheykh, orgogliosa di un’avventura, e sostenuta da un pubblico che ha poco più di vent’anni. La stessa età, suppergiù, di Mr. Shihab e del suo amico Mustafa.