Jérôme Ruillier il 13 Novembre al Festival Nues – Nuvole dal Fronte

«Se ti chiami Mohamed» di Jérôme Ruillier

Confronti, ottobre 2015, articolo di Michele Lipori

Se ti chiami Mohamed è un fumetto edito dalla casa editrice Il Sirente (collana «Altriarabi») con il patrocinio di Amnesty international Italia. L’opera, nello stile di un reportage, racconta la storia dell’immigrazione maghrebina in Francia dal 1950 fino ai giorni nostri. Una storia fatta di vite che si intrecciano, di racconti di giovani uomini che – da soli, all’inizio degli anni ’50 – hanno lasciato i propri paesi d’origine (perlopiù Algeria, Marocco e Tunisia) per trovare fortuna in Francia. Uomini semianalfabeti, ma abbastanza robusti ed in salute per lavorare alla catena di montaggio della Renault e per far girare gli ingranaggi della fiorente industria automobilistica francese. Nonostante le difficoltà di integrazione, che hanno costretto questa prima generazione di immigrati a vivere in lugubri dormitori e sempre sotto stretta osservanza, è stato possibile fare della Francia una nuova patria, dove costruire una famiglia.

Nel fumetto la realtà viene affrontata nella sua complessità, ed infatti si evince come anche le nuove generazioni non siano affatto esenti dalla discriminazione razziale, e – d’altra parte – si descrivono anche i delicati processi di ripensamento e adattamento della propria identità culturale, specialmente sui temi dei diritti di genere. Nato nel 1966 a Fort-Dauphin in Madagascar, Jérôme Ruillier ha studiato all’Institut d’Arts Décoratifs di Strasburgo e ha scritto perlopiù libri per ragazzi. Si è basato, per la creazione di quest’opera, sulla raccolta di testimonianze del documentario e del libro Mémoires d’immigrés di Yamina Benguigui.

Ruillier, che è padre di una bambina portatrice di trisomia 21 (conosciuta comunemente come «sindrome di Down») ha esplicitato il modo in cui la sua esperienza di padre sia stata fondamentale per guardare la vicenda dell’immigrazione in modo critico: «Mia figlia – ha detto Ruillier – fa la stessa esperienza degli immigrati: ha difficoltà di integrazione e si sente differente. La differenza è il vero tema del mio libro. Quello che mi interessava raccontare era la paura dell’Altro, del diverso da sé». Se ti chiami Mohamed ha vinto il dBD Award 2012 per il miglior fumetto reportage.

“E SE FOSSI MORTO?” di Muhammad Dibo – NOVITA’ COLLANA ALTRIARABI

In uscita a Novembre per la collana Altriarabi dell’editrice il Sirente

E se fossi morto?” dell’autore siriano Muhammad Dibo 

(trad. dall’arabo di Federica Pistono)

«Se vivi in Siria, la morte può colpirti in ogni momento: puoi essere arrestato, essere colpito da una bomba, sparire in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti, considerati tra le prigioni più infami del mondo…»

Un mattino l’autore-protagonista viene svegliato da una strana telefonata, un’amica gli comunica che un giovane dal nome Mohammed Dibo è stato ucciso nella città di Duma, lo strano caso di omonimia lo costringe ad indagare e a ripercorrere i dolorosi anni siriani dal 2011 a oggi, costruendo un’opera di stretta attualità.

Mohammed Dibo, in un libro che è a metà strada tra il romanzo e un trattato politico ci offre una visione “dall’interno” della situazione siriana, il punto di vista di un testimone attore, in grado di avvicinare il lettore al modo di sentire del rivoluzionario e alle contraddizioni insite nella rivoluzione stessa.

Mohammed Dibo è un giornalista, scrittore e poeta siriano, nato nel 1977. Laureato nel 2005 presso la Facoltà di Economia dell’Università di Damasco. Ha partecipato fin dal marzo 2011, alla rivoluzione siriana contro il regime di Bashar al-Asad. Arrestato e torturato in carcere, è stato successivamente rilasciato. Si trova attualmente in esilio a Beirut. Collabora con numerose testate giornalistiche di rilievo internazionale, ed è l’editor in chief di Syria-untold, testata che si occupa di attivismo civile. “E se fossi morto?” (pubblicato in Siria nel 2014) è il suo ultimo libro.

L’autore presenterà il suo libro venerdì 13 Novembre al Festival NUES di Cagliari “NUVOLE DAL FRONTE”. La VI edizione di questo peculiare Festival internazionale dedicato ai cartoni e ai fumetti nel mediterraneo è dedicata quest’anno alla guerra e ai conflitti nei suoi molteplici scenari.

Sempre nella giornata del 13 Novembre all’interno della programmazione del Festival NUES sarà presente anche  Jérôme Ruillier, autore della graphic novel “Se ti chiami Mohamed“, titolo aprente della neonata sottocollana Altriarabi migrante.

A seguire Muhammad Dibo sarà a Roma Sabato 14 Novembre ore 18,30 presso la Libreria Griot (Trastevere), dove interverranno oltre all’autore, Federica Pistono (traduttrice del libro), Donatella Della Ratta (moderatrice), e Fouad Rouheia (interprete).

Domenica 15 Novembre sarà invece tra gli ospiti della kermesse letteraria Librinfestival presso La Casa della Pace di Monterotondo ore 17,00.

 

Novità Librarie – “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin

Disponibile in Libreria “Cani sciolti” di Muhammad Aladdin traduzione dall’arabo di Barbara Benini

Una storia illuminante sullo stato di salute

dell’attuale società egiziana

Per guadagnarsi da vivere, Ahmed fa lo scrittore di racconti pornografici. Ahmed ha due cari amici: El-Loul, regista televisivo e Abdallah, il suo amico d’infanzia, menefreghista nei confronti della vita.

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p style=”text-align: justify;”>Seguendo le vite di questi tre personaggi nelle intricate e vocianti strade cairote, nei locali notturni, 
nelle desert-roads lontane dalla grande metropoli, il lettore ha uno sguardo su una parte della popolazione egiziana:
i cosiddetti “cani sciolti”, giovani lontani dalla morale tradizionalista, liberi da ogni costrizione di natura sociale e abituati a cavarsela in ogni situazione. Sono i giovani venti-trentenni che hanno dato vita alle proteste di piazza e anche quelli che erano in piazza al soldo dei governi, come teppisti e picchiatori. Un ritratto realistico e trasversale dell’attuale società egiziana.

One of the six egyptian writers you don’t know, but you should” The Millions.com

Muhammad Aladdin (Il Cairo, 7 ottobre 1979) è un autore egiziano di romanzi, racconti e sceneggiature. Considerato tra i più brillanti esponenti della nuova generazione di scrittori egiziani emergenti, ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2003 e ad oggi è autore di quattro romanzi – Il Vangelo di Adamo, Il trentaduesimo giorno, L’idolo, Il piede – e tre raccolte di racconti – L’altra riva, La vita segreta del Cittadino M. e Giovane amante, Nuovo amante – sofisticati affreschi, spesso dai toni noir, di una società invischiata in segreti e reticenze. “Cani sciolti” è il suo ultimo romanzo.

Cover designed by Magdy El Shafee autore di Metro ed. il Sirente/collana Altriarabi

“La cattiva abitudine di spogliarsi” di Hassan Blasim

Tratto dalla raccolta  di racconti “Il matto di piazza della Libertà” di Hassan Blasim, traduzione di Barbara Teresi

“La cattiva abitudine di spogliarsi”

Come sapete, anche la paura ha un odore… Mentre mi raccontava la sua storia, quell’uomo emanava un odore di pesce affumicato. Mi rendevo conto che era sincero, onesto, ma la sua calma mi sembrava affettata. Non capita spesso la fortuna di incontrare una persona con una storia interessante e avvincente come quella di quest’uomo originale. Già, meglio dire “originale” che “folle”. Perché l’originalità consiste nel parlare agli altri dei propri incubi, malgrado la paura e il dolore.

Accadde l’inverno scorso. Rincasavo dopo il mio solito giro in centro, un giro a zonzo, il cui unico scopo è racimolare qualcosa. In genere raccattavo quel che si può trovare nei bar malfamati: quattro chiacchiere, una fica, una birra gratis, uno spinello, delle caotiche discussioni su questioni politi- che, una rissa con un altro ubriaco, oppure semplicemente la possibilità di molestare gli altri, così, per divertimento, con la scusa di essere ubriaco. Lo sai, l’importante è che la giornata trascorra e che in essa ci sia un qualche contatto umano, per quanto piccolo. Il giorno in cui è apparso il lupo ho conosciuto una ragazza strana… un gufo, un uccello del malaugurio. Tu ci credi nelle facce che portano sfiga? A volte si in- contrano facce che non sembrano neppure reali, somigliano piuttosto alle cose che si vedono nei sogni. Tu sei un artista, puoi figurarti facilmente quel che intendo dire, no? Voi artisti coltivate i sogni… Eh, sì! Io credo nei sogni più di quanto non creda in Dio. I sogni ti entrano dentro e poi vanno via, per tornare con nuovi frutti. Dio, invece, è soltanto un deserto sconfinato, nient’altro. Riesci a immaginare che un pittore indiano, a Delhi, in questo momento sta lavorando a un qualche soggetto che è lo stesso di cui si compone il sogno di un uomo che sta dormendo in una città del Texas? ok, fanculo tutto e tutti… Ma di certo sarai d’accordo con me sul fatto che tutte le arti si incontrano in questo modo. E forse anche l’amore e l’infelicità. Se, ad esempio, un poeta finlandese scrive una poesia sulla solitudine, questa poesia sarà il sogno di un’altra persona che dorme in un altro an- golo del mondo. Se ci fosse un motore di ricerca speciale per i sogni, come Google, allora tutti i sognatori potrebbe- ro rintracciare i loro sogni nelle opere d’arte. Al sognatore basterebbe inserire una parola o una breve sequenza di parole tratte dal proprio sogno per veder comparire migliaia di risultati nel motore di ricerca. Perfezionando la ricerca giungerebbe al suo sogno e così verrebbe a sapere cos’è stato in origine: un dipinto, un pezzo musicale o una battuta di un’opera teatrale. Inoltre potrebbe scoprire da quale Paese proviene il suo sogno. Sì… Lo sai… la vita forse… ok, fanculo tutto e tutti!

Quella ragazza aveva una faccia incredibile, era come se l’ago di una macchina per cucire l’avesse trafitta per ore e ore. La sua pelle era puntellata da dozzine di piccoli fori tondi. Prima mi ha detto di essere spagnola e poi, dopo cinque minuti, ha affermato che sua madre è egiziana e suo padre finlandese. Conosceva giusto quattro parole in arabo, e tutte avevano a che fare con gli organi sessuali, oppure era- no bestemmie, sempre contenenti la parola merda. Quella troia! Si è scolata tre boccali di birra a mie spese e poi si è messa ad aspettare in un angolo buio. Cosa aspettava secondo te? Di certo un altro cazzo, disposto a sborsare di più. Io avevo perso 20 euro alla macchinetta del poker. Mi sentivo esausto e affamato. Allora, facendo un cenno alla tipa dal viso malauguroso, con gesto teatrale e ironico, uscii gridando come se mi stessi rivolgendo a un vasto pubblico: “Viva la vita!”

Sulla via di casa, non riuscivo a togliermi dalla testa il volto di quella ragazza. Mi sembrava di averla già vista, tanto tempo fa, in qualche mercato popolare, al mio Paese. Non so perché, ma me la figuravo seduta a vendere peperoni ver- di e rossi, avvolta in un lungo mantello nero.

Sono sicuro che quel giorno tre o quattro cose insieme abbiano contribuito a portarmi sfortuna e cacciarmi in quel pasticcio. Sta’ a sentire… Non crederai alle tue orecchie! Come al solito, quando sono arrivato a casa mi sono spoglia- to e sono rimasto completamente nudo. Stavo andando in bagno, quando l’ho visto sbucare fuori dal soggiorno e correre verso di me. Con un balzo mi sono fiondato in bagno e ho chiuso a chiave la porta. Ero come uno che avesse appena visto l’angelo della morte. Era un lupo, giuro! Un lupo, an- che se tu dirai che forse era un cane…

All’inizio, quando ho guardato dal buco della serratura, non c’era. Tremavo. Per degli interminabili minuti regnò un silenzio terrificante. Dopo aver guardato diverse volte dal buco della serratura, fui certo che era un lupo. Prima lo sentii ansimare, poi lo vidi: stava annusando i miei pantaloni e le mie mutande davanti alla porta di casa. Poi si accoccolò, gli occhi puntati tristemente sulla porta del bagno.

Un lupo in carne e ossa, in città, in un condominio, e proprio nel mio appartamento! Seduto sul water, cominciai a pensare: “Nessuno, a parte me, ha le chiavi di casa; io abito al quarto piano, e anche ipotizzando che… ok… che sia riuscito a volare… e ad arrivare in balcone, ebbene la portafinestra del balcone, in soggiorno, sta sempre chiusa!” Mi scappò la pipì senza che me ne rendessi conto. Ero come paralizzato, nudo sulla tazza del cesso e con un lupo in casa. Che scherzo era quello?

Cominciai a rimproverare me stesso, a insultarmi anche: “Perché ogni volta che entro in casa mi spoglio come una puttana? Se avessi avuto con me il cellulare avrei chiamato la polizia e tutto sarebbe finito! Sono proprio un buono a nulla! Ubriacone, disoccupato, sto tutto il tempo in giro per i bar della città cercando di procurarmi di che vivere, ma da chi, poi? Da altri disgraziati che non fanno meno schifo di me! Da gente cui il mondo nuovo e scintillante ha tirato via il tappeto da sotto i piedi! Prendi per esempio una grassona di quasi quarant’anni in cerca di un rapporto occasionale con un immigrato ormai del tutto arrugginito. Noi non abbiamo il culo sodo e appetitoso, abbiamo soltanto un buco per la merda! Fanculo tutto e tutti! Persino la ragazza che ho incontrato oggi, quella col viso butterato, non si è accontentata del mio invito. Si è spostata in un altro tavolino e si è messa ad aspettare uno stronzo migliore. Se avesse accettato di scopare con me, sarebbe venuta qui nel mio appartamento e sarebbe fuggita a chiamare la polizia o i vicini. o forse il lupo l’avrebbe sbranata. Ma quale lupo? Non è possibile, devo essermi sbagliato, forse è soltanto un’allucinazione…” Così dicevo alla mia immagine riflessa nello specchio.

Tornai a guardare dal buco della serratura. Era sempre accucciato al suo posto. ormai mancavano poche ore all’alba. Pensai che il giorno dopo forse qualcuno si sarebbe preoccupato per la mia assenza. Era senz’altro un’idea ridicola, una consolazione fittizia, dato che da anni vivo da solo e non conosco nessuno, a parte quegli spaventapasseri dei bar. Quelli sono come me: soli, in cerca di qualcosa in giro per i bar. E se non trovano niente, allora se ne tornano nei loro sporchi letti a farsi divorare dalla tristezza e dalla notte. Gli unici che potrebbero bussare alla mia porta sono i testimoni di Geova. Ma anche quelli sono spariti da un pezzo. Forse li ho ridotti alla disperazione a forza di farmi continuamente beffe del loro Dio. Mi sommergevano con le loro rivi- ste, anche se per divertirmi bastava una sola frase di quelle montagne di libri e giornali. La cosa divertente nelle loro riviste erano quei tentativi disperati di collegare le scoperte scientifiche con le storie della Bibbia. Quelle che venivano a farmi visita erano due belle ragazze. La mia fantasia malata mi spingeva ad accoglierle con entusiasmo. Credevo che, se avessi instaurato con loro un vero rapporto d’amicizia, ma- gari poi il tutto sarebbe culminato in un focoso amplesso. Te lo immagini? Due ragazze testimoni di Geova, nude, nel mio letto… Una mi succhia il cazzo e l’altra offre il suo clitoride alla mia lingua mentre recita passi della Bibbia…

Parlavamo di molte cose. L’argomento che mi ha impressionato di più è che i testimoni di Geova rifiutano, come gli ebrei, le trasfusioni di sangue. Io scherzavo con loro, dicevo che il sangue è delizioso, è la bevanda dei vampiri. Parlavo dell’importanza del sangue. “Il direttore del centro di bioetica dell’Università della Pennsylvania afferma con gran freddezza scientifica: “Il sangue sta alla salute come il petrolio sta ai trasporti”. Pensate: mentre ogni anno miliardi di barili di petrolio vengono estratti dal sottosuolo per soddisfare il fabbisogno mondiale di carburante, dal corpo umano vengono prelevate circa novanta milioni di unità di sangue nella speranza di aiutare chi sta male. Questa cifra impressionante rappresenta il volume di sangue di circa otto milioni di persone. Ciononostante, proprio come il petrolio, a quanto pare anche il sangue scarseggia. La comunità me- dica mondiale avverte di questa carenza.” Questo cocktail di informazioni scientifiche o, per essere più precisi, le mie chiacchiere serie, avevano lo scopo di far capire alle due belle testimoni di Geova che io ero una persona davvero impor- tante nel mio Paese. Avevo detto di conoscere perfettamente l’ebraico e di aver tradotto alcuni fascicoli segreti per il Ministero della Difesa e per i servizi di intelligence del mio Paese, aggiungendo qualche dettaglio poliziesco e qualche avventura legata alla mia professione. Con loro blateravo a lungo e, tra il serio e il faceto, nel corso di quelle conversazioni tiravo in ballo tutto ciò che mi passava per la testa. Facevo anche domande, e mi rispondevo da solo, mentre le ragazze se ne stavano sedute, due colombe della pace, sor- ridendo come se fossero appena scese dal cielo. “Ma cosa accadrebbe se un’epidemia letale si diffondesse in tutto il mondo, e tutti quanti avessero bisogno di nuovo sangue?” E, prima ancora che la più grande delle due avesse il tempo di rispondere, io dichiaravo con l’aria di un esperto che parli di genetica: “Di certo scoppierebbe una nuova guerra mondiale.”

Ma non c’è ragione di temere: se si farà una guerra per il sangue, sarà una guerra pulita; sarà proibito l’uso di armi convenzionali o di ultima generazione, non si potrà neppure usare un coltello da cucina. La guerra sarà una sorta di torneo di football americano e i soldati indosseranno abiti sportivi, leggeri. È ovvio che una guerra in cui il sangue scorre inutilmente non servirebbe a nulla in un momento in cui il mondo ne ha un estremo bisogno, perciò, se un soldato facesse uso di armi, non ci sarebbe alcuna pietà nei suoi confronti. Ma che guerra sarebbe? Fanculo tutto e tutti! L’obiettivo degli eserciti sarebbe quello di catturare il maggior nume- ro possibile di soldati nemici. I soldati combatterebbero tra loro e ogni fazione cercherebbe di catturare nemici, per poi trasportarli nei furgoni in attesa nelle retrovie. Sarebbe l’ultima guerra e finirebbe con il prelievo del sangue dell’ul- timo uomo. I furgoni, carichi di soldati prigionieri, chiusi in gabbia, partirebbero alla volta dei laboratori per i prelievi, dopodiché il sangue verrebbe equamente distribuito tra i cittadini. Ma lasciamo perdere questa storia, altrimenti le mie chiacchiere ti faranno venire il mal di testa. Fanculo tutto e tutti!

ok… parlavo tra me e me, tremando: “Un lupo! oh mio Dio! Un lupo!” Quello non si muoveva dal suo posto, non andava neppure in cucina a cercare qualcosa da mangiare. Il suo unico movimento, mentre stava come pietrificato da- vanti alla porta del bagno, consisteva nell’annusare le mie mutande e poi guardare la porta con occhi assassini.

Di certo quella mia idea di lasciare la foresta per torna- re a vivere in città era stata un’idea merdosa… Ma era stata colpa delle zanzare, quei maledetti vampiri! Lo sai che è solo la zanzara femmina a nutrirsi di sangue umano? Il maschio si nutre solamente di linfa vegetale e nettare di fiori. Ho trascorso più di cinque mesi nella foresta. Durante il giorno pescavo nel laghetto vicino, e di sera traducevo un libro molto interessante sulle origini della lingua ebraica. Ero molto felice della mia solitudine e del dono che la foresta mi aveva elargito: dimenticare il mondo degli uomini. Bevevo vino rosso, ma con moderazione. Il guaio però era che tutti gli unguenti con cui mi spalmavo il viso e il corpo non riuscivano a fermare gli attacchi delle zanzare. E come potevo sentirmi in pace mentre un nugolo di zanzare mi aleggia- va intorno alla testa per tutto il giorno, come l’aureola di Cristo nei quadri antichi? Di notte le femmine di zanzara penetravano sotto le lenzuola come una corazzata e mi succhiavano il sangue con ardore e avidità. Il padrone di casa, quando gli parlai delle zanzare, si prese gioco di me, disse che le zanzare mi amavano molto. Alla fine i miei sforzi nel combattere le zanzare furono coronati da violente coliche addominali. Il medico mi disse che si trattava semplicemente di disordini alimentari, e che avrei dovuto mangiare molta verdura. E aggiunse che avrei fatto meglio a tornarmene in città e vivere in mezzo alla gente, perché ovviamente lo stomaco risentiva anche del mio stato di isolamento. Da lui capii anche che parlavo di me stesso in modo strano. In breve, voleva dire che avevo bisogno di uno psichiatra. ok. Io sono quasi sempre un ottimo ascoltatore, e so apprezzare i consigli. Decisi di attenermi soltanto al primo consiglio del dottore, e così tornai in città e mi mescolai con i rifiuti della società, quelli dei bar malfamati. Al di fuori di una bottiglia d’alcol il mondo, per essere affrontato, sembra aver bisogno di un torero; dentro una bottiglia d’alcol, invece, il mondo è una commedia e ha bisogno solo di più pagliacci… e fanculo tutto e tutti!

In bagno c’erano solo un asciugamani e un mucchio di calzini e mutande sporchi. Io ero esausto e infreddolito. Controllai per esser sicuro che il mio ospite fosse ancora al suo posto, poi feci una doccia calda e tornai a riflettere sul- la faccenda. Se avessi avuto dei nemici, sarebbe stato logico pensare che uno di loro avesse portato il lupo in casa mia. Ma come si può portare un lupo in casa di qualcun altro? Il presunto nemico avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di qualcuno che lavora allo zoo, e di una macchina. Forse era un lupo domestico, come un cane… o forse io ero impazzito e mi stavo immaginando tutto. È mai possibile che una per- sona sana di mente creda a quello che ti sto raccontando? No, non dire che tu mi credi, ma… lo giuro su Geova e sui suoi angeli… era un vero lupo! Chissà, forse il dottore aveva ragione…

Mi coprii con l’asciugamani e piombai in un sonno pro- fondo, disteso su calzini e mutande. Mi svegliai in preda a una forte emicrania che mi crivellava la testa, simile a un assordante erpice. Doveva essere mezzogiorno. La cosa assurda, incredibile, è che il lupo era ancora lì! Merda… Ma non aveva fame? Perché stava lì, immobile come la Sfinge? L’idea della fame strisciò nella mia mente come una serpe. Ero in preda al panico e mi misi a gridare. Sarei rimasto chiuso in bagno fino a morire di fame? Ma in questo caso anche il lupo sarebbe morto di fame! Ma no, è risaputo che i lupi sopportano la fame meglio degli uomini. Io però in bagno avevo l’acqua, mentre a lui il rubinetto della cucina non sarebbe servito a niente. Ma allora io sarei morto di fame e lui di sete… No, no… in cucina, sul tavolo, c’era una scodella di zuppa. Chissà se gli sarebbe piaciuta la zuppa della sera pri- ma. Comunque sul tavolo c’era anche del pane, se lo avesse voluto…

Di colpo una tremenda isteria si impadronì di me. Mi misi a colpire con forza la porta e a gridare chiedendo aiuto. Di tanto in tanto spiavo dal buco della serratura le reazioni di quel maledetto lupo. Dov’erano i vicini? Anche da loro erano entrati i lupi? No, no… non potevo morire lì, in bagno. Pensai che sarebbe stato meglio farmi sbranare piuttosto che morire in quel modo orribile. E poi perché avrebbe dovuto mangiarmi? Sempre davanti allo specchio, cercavo di scacciare le mie paure. Magari lo avrei affrontato, lottando contro di lui e riuscendo a scappare. Forse si sarebbe accontentato di ferirmi. E se anche mi avesse amputato un braccio, sarebbe pur sempre stato meglio che marcire lì in bagno. Mi bagnai la faccia e poi rimasi per più d’un quarto d’ora a lavarmi i denti e scrutare con attenzione il mio viso allo specchio. Colpendo le pareti, urlavo e imprecavo. Poi mi venne un’idea: perché non aprire la porta, gettar via l’asciugamani e vedere cosa sarebbe successo? Ma non avevo il coraggio di fare una cosa simile. E se il lupo mi fosse balzato addosso, rapido, impedendomi di fuggire? Allora ricominciai a gridare e dar colpi alle pareti, usando tutti i flaconi di shampoo finché non si rompevano. Sfinito, tornai a sedermi sul water. Bevvi dal lavandino curvando le mani a mo’ di tazza, poi scoppiai in singhiozzi.

Mi distesi sulle fredde mattonelle del bagno, raggomitolandomi su me stesso, come uno che abbia smesso di credere e desideri soltanto sparire da questo mondo.

A notte fonda – la seconda notte – decisi di porre fine a quella pagliacciata. Che mi mangiasse, o che io mangiassi lui! Mi sentivo addosso un’energia formidabile, una sete di vendetta che si agitava dentro di me. Avrei fatto a pezzi quel lupo inutile e vigliacco, e avrei arrostito la sua carne e persino la sua testa! Fanculo tutto e tutti!

Aprii lentamente la porta del bagno. Il lupo si alzò in piedi e io, correndo con tutta la forza che mi era rimasta, gli balzai contro. L’ultima cosa che ricordo è l’istante in cui il lupo mi saltò addosso…

C’era un buio freddo, tetro. Un buio sordo. Ad aiutar- mi in quelle tenebre c’era soltanto il ricordo di quel che era accaduto in quegli ultimi istanti, sebbene il terrore di non esistere più fisicamente mi paralizzasse nei miei tentati- vi di essere paziente e aspettare la misericordia di Dio in quell’oscurità. Quel che so è che, contrariamente a quanto mi stava accadendo, quando muori non rimane più nessun ricordo, né alcuna consapevolezza della vita vissuta, anche se la morte intesa come annichilimento totale è soltanto una supposizione, nulla di più. Avrei voluto gridare per chiedere aiuto, ma non sapevo dove fosse la bocca, né come fare a lanciare un grido. Qual era il meccanismo, il movimento che bisognava compiere per riuscire a gridare? Come potevo farmi da capo un’idea di dove fossero i piedi o di come trovare i capelli per poterli poi toccare?

Ero veramente morto? Il vero dilemma in quell’oscurità non riguardava la mia capacità di muovermi o di fare qualunque altra cosa; il guaio era che gli strumenti erano spariti, persi in un mare di tenebre. Uno sa come guardare senza però conoscere il metodo o gli strumenti per farlo. Ma io sentivo, allo stesso tempo, di esistere ancora, seppure come un minuscolo punto cosciente, da qualche parte nel mondo. Non so quanto tempo sia durato. Il punto minuscolo cominciò ad allargarsi e io percepivo che la mia pelle riacquistava il suo calore e il mio respiro, dapprima molto lento, si faceva gradualmente più veloce.

A quanto pare, avevo sbattuto la testa contro lo spigolo del comodino e avevo perso conoscenza. Mi era anche usci- to un po’ di sangue. In casa non c’era nessun lupo. Era spa- rito, come evaporato. La porta di casa era chiusa, solo quella del bagno era spalancata. Indossai una camicia e presi il telefonino dalla tasca dei pantaloni buttati per terra, nel punto in cui c’era stato quel lupo che si era poi dissolto nel nulla. Mi misi a girare per casa con circospezione, ma non c’era nessuno a parte me. Mi sedetti sul divano e accesi la televisione. C’era la replica della cerimonia degli oscar e l’attore Brad Pitt, cingendo la vita di Angelina Jolie, parlava delle sue chance di vincere l’oscar.

Ho deciso di tornare nella foresta: meglio affrontare le zanzare piuttosto che rischiare che mi appaia, che so, un coccodrillo… Fanculo tutto e tutti! Questo è l’ultimo bicchiere che bevo con te… Sei proprio un uomo strano, e forse mi somigli un po’: hai un’incredibile capacità di ascoltare gli altri… Secondo me tu… ok, forse mi faccio un altro bicchiere con te prima di andarmene. Fanculo tutto e tutti. Non so neanche come ti chiami! Io sono Salmàn…

–Hassan Blasim, piacere.

 

Hassan Blasim incontra il pubblico al Festival di Internazionale a Ferrara

Il pluripremiato autore iracheno Hassan Blasim incontra il pubblico al Festival di Internazionale a Ferrara

Hassan Blasim autore di “Il matto di piazza della Libertà” ed. il Sirente, collana Altriarabi sarà a Ferrara per un doppio appuntamento il 3 e 4 Ottobre.

Sabato 3 Ottobre ore 14,30 Teatro Nuovo

“I sogni di Baghdad” introduce e modera Gad Lerner.

La letteratura irachena prova a raccontare un paese che sprofonda nella guerra

Intervengono: Hassan Blasim, Inaam Kachachi, Ahmed Saadawi.

Domenica 4 Ottobre ore 10,45 Cortile del Castello

“Diari di libertà” in diretta con Radio3Mondo

intervengono: Hassan Blasim, Lizanne Foster, Asif Mohiuddin, lettura a cura di Marco Sgarbi

Hassan Blasim è nato a Baghdad nel 1973. E’ un poeta, regista, blogger e scrittore. Dal 2004, in seguito a problemi scaturiti dalla realizzazione del film Wounded Camera, ha dovuto lasciare l’Iraq e si è rifugiato in Finlandia, dove vive tuttora. Nel 2014 ha vinto l’Independent foreign fiction prize con il libro The Iraqi Christ (Comma Press 2013). Per le nostre edizioni ha pubblicato “Il matto di Piazza della libertà” (2012).

“Il matto di piazza della Libertà” Immaginate un uomo rapito e costretto a dichiarare in video di aver commesso atroci crimini in nome della religione. Oppure un viaggio di clandestini diretti in Europa che si trasforma in una carneficina. Immaginate un soldato che, rimasto chiuso in una stanza per diversi giorni con la sua amata, per sopravvivere si nutre del suo corpo e del suo sangue. Cadaveri che parlano, lupi mannari, teste mozzate, corpi dilaniati o scuoiati, padri che avvelenano le figlie, figli che portano in valigia lo scheletro della madre, morti che scrivono romanzi, suicidi, esplosioni di autobombe, neonazisti che in Europa picchiano a sangue gli immigrati. E poi matti, matti dappertutto, e un confine labile tra il reale e l’irreale. Provate a immaginare tutto questo e altro ancora. Immagini raccapriccianti e scene da brivido, come nella migliore letteratura gotica. Ma questa non è semplicemente letteratura gotica. Questo è l’Iraq. O l’Europa deirifugiati iracheni. Talvolta, sembra dirci Hassan Blasim in questo suo splendido libro d’esordio, la realtà supera la finzione in orrore e crudeltà.

 

La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro | La città del piacere

La rivista di Arablit | 1 febbraio 2011 | Ada Barbaro

‘Izzat al-Qamḥāwī, Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere), Hay’at quṣūr al-ṯaqāfah, al-Qāhirah 1997; seconda edizione Dār al-‘ayn, al-Qāhirah 2009, pp. 102.

città_del_piacere«Questo libro appartiene ad una scrittura nuova e ad una visione ancora più innovativa, dove originalità si mescola a modernità, cultura celata dei sentimenti a lingua moderna e traboccante; questo romanzo rappresenta una voce forte e ben distinta, che si accompagna ad altre voci nel panorama letterario contemporaneo, fondato su una scrittura nuova e su prospettive capaci di contenere le ansie dell‟uomo e del reale, espresse in modi differenti»(1).

Questo il giudizio di Ğamāl al-Ġīṭānī, tra le voci più autorevoli della letteratura araba contemporanea, quando il romanzo è apparso la prima volta nel 1997, pubblicato dalla casa editrice cairota Hay’at Quṣūr al-Ṯaqāfah. Il testo è giunto ad una seconda ristampa nel 2009 ed è considerato oggi una delle espressioni più particolari della produzione letteraria egiziana.

L’autore, ‘Izzat al-Qamḥāwī, è un noto scrittore e giornalista: nella sua vasta produzione letteraria Madīnat al-laḏḏah (La città del piacere) spicca per originalità tanto nello stile che nelle tematiche affrontate, per ricercatezza linguistica ed espressività letteraria. Il lettore ne rimane ammaliato e avvinto, vittima di quello che, con una forse non troppo casuale assonanza dei temi, il critico letterario francese Roland Barthes aveva teorizzato come “il piacere del testo”(2).

Protagonista di questo romanzo è una città fuori dal tempo e dallo spazio, moderna realizzazione di una sorta di utopia, plasmata in fretta e furia da un abile architetto. Consacrata alla Dea del Piacere che qui aveva costruito la sua roccaforte, questa località può, con le sue sembianze e il suo candore, ingannare i visitatori che si apprestano a lasciarsi condurre nei suoi sentieri. Non vi sono personaggi particolari che restano impressi nella mente del lettore: gli abitanti sono delle ombre, catturate nella loro intima essenza. Vi è una felicità mista a malinconia che alberga nei cuori di questi uomini, dediti alla pratica del piacere, imprigionati in corpi leggeri fatti di luce abbagliante.

L‟autore indulge in descrizioni che sfiorano la poesia per rendere percepibili le sfumature della vita di questo luogo, dove non vi è tempo per la tristezza, poiché gli occhi non potranno piangere, accecati dai colori dell‟arcobaleno che si riflettono nei cristalli delle vetrine.

Ecco dunque al-Qamḥāwī disposto a ricostruire la storia di questa città, tessuta attraverso rimandi ai racconti di anziani, all‟intrecciarsi di miti, leggende e versi d‟ispirazione coranica, che rendono il testo quanto mai suggestivo. Gli anziani assicurano che la città del piacere fu costruita dai ginn, la cui essenza si manifesta nella razionalità delle costruzioni. Nei libri di storia si attesta che la città rimase vuota per settantamila anni, fino a quando la Dea del Piacere non vi scese per infondere la sua bellezza, preannunciando una sua nuova apparizione dopo un identico arco temporale, quando il desiderio sarebbe stato sul punto di dissolversi tra gli abitanti. Sicché questi ultimi, ammaliati dalla bellezza della dea, ne divennero schiavi.

al-Qamḥāwī prova poi a ricercare le cause della graduale rovina di questa remota località piena di simboli: in essa l‟autore recupera la dimensione mitologica del labirinto, sulla cui costruzione si fondono storie diverse. Secondo la tradizione, un indovino predisse al sovrano l‟imminente crollo del suo regno dovuto ad un uomo e una donna, dediti ai piaceri dell‟amore. Fu allora che il re, intimorito, ordinò la realizzazione di un dedalo in cui rinchiudere i due amanti. Ma le leggende riportate dall‟autore sono a tal proposito contrastanti. Alcuni ricordano che fu un ministro, impietosito dalla vicenda dei due amanti, a far erigere il labirinto, di modo che, lì rinchiusi, i due potessero vivere senza problemi; per altri ancora furono proprio i due amanti a realizzare il labirinto, per serbare la loro anima; per altri, infine, fu la Dea del Piacere ad edificarlo, quando si accorse che la propria bellezza scatenava l‟invidia altrui. Questo intricato dedalo di strade sembrerebbe avere le stesse caratteristiche della città: lì gli amanti continuerebbero a vagare ancora oggi nel regno del piacere che in esso alberga. Intorno a questa immagine al-Qamḥāwī intreccia la sua storia, dimenticando la mitologica presenza del labirinto per buona parte della narrazione fino a quando, sul finire del libro, la voce narrante incontra un anziano uomo ormai impazzito a causa delle istituzioni di questo luogo: sarà proprio l‟uomo a svelare l‟ultimo lato nascosto di questa remota località. E così la città, un tempo impenetrabile, è pronta ad essere contaminata dal fascino di due folli invenzioni: le patatine fritte e la pepsi-cola.

Il romanzo di al-Qamḥāwī si pone dunque come una sorta di sperimentazione nella narrativa araba contemporanea: la dimensione sociale del testo è apparentemente celata eppure, con una narrazione che a tratti ha quasi il sapore di una fiaba, l‟autore affronta questioni piuttosto scottanti, lasciando divenire questa città un luogo in cui si condensano i difetti e gli errori dell‟uomo moderno.

Ada Barbaro

NOTE
1 Si veda a tal proposito la presentazione fatta al testo di al-Qamḥāwī dalla casa editrice Dār
al-„Ayn quando l‟opera è stata ristampata nel 2009. Si rimanda al link www.elainpublishing.com

2 Roland Barthes, Variazioni sulla scrittura. Il piacere del testo, Einaudi, Torino 1999.

Parole chiave: Città del piacere – Letteratura araba

Due titoli per capire meglio l’immigrazione in Francia | Portobello’s News | Mercoledì, 3 giugno 2015 | Claudia Spadoni

Due titoli per capire meglio l’immigrazione in Francia | Portobello’s News | Mercoledì, 3 giugno 2015 | Claudia Spadoni

Se ti chiami Mohamed
di Jérôme Ruillier
(Il Sirente, 2015)

Una graphic novel che racconta la storia dell’immigrazione
maghrebina in Francia dal 1950 a oggi attraverso
ruiller_02le vicende dei diretti interessati: giovani che partono,
spesso analfabeti e con una scarsa conoscenza del
francese, destinati a lavori di bassa manovalanza (“Se
ti chiami Mohamed finisci alla catena di montaggio”),
parcheggiati in enormi dormitori; donne che sperano in un futuro migliore in Francia; le nuove generazioni in cerca del loro posto nel mondo. Basato sul noto Mémoires
d’immigrés di Yamina Benguigui e tradotto da Ilaria
Vitali, è la storia dei tanti Mohamed, Abdel, Ahmed ma
anche di donne come Zorah e Fatma e dei più giovani Farid
e Mounsi a scorrere nelle pagine, ognuna con il proprio
carico di speranze e illusioni. Andrebbe fatto leggere nelle
scuole (e in molte case).

Ruiller_03

Jérome Ruillier, nato nel 1966 in Madagascar, ha compiuto gli studi presso l’Institut d’Arts Décoratifs di Strasburgruillero. Ha scritto e illustrato molti libri per ragazzi. Pubblicato nel 2011 Les Mohamed è il suo secondo fumetto dopo Le coeur-enclume (2009), entrambi pubblicati da Sabarcane. Con Les Mohamed, tradotto in Italia con il titolo “Se ti chiami Mohamed“, Ruillier ha ottenuto nel 2012 il dBD Award per il miglior fumetto reportage.

Parole chiave: Immigrazione – Francia – Ruiller – Graphic Novel

NIHAD SIREES presenta “IL SILENZIO E IL TUMULTO” al PISA BOOK FESTIVAL

SABATO 8 NOVEMBRE LO SCRITTORE SIRIANO NIHAD SIREES PRESENTERA’ IL SUO LIBRO AL PISA BOOK FESTIVAL

Pubblicato per la prima volta in Libano nel 2004, censurato in Siria, tradotto in tedesco, francese e inglese, ha ricevuto il Premio Pen Writing in translation nel 2013. Un atto di coraggio di un brillante scrittore siriano.

Il silenzio e il tumulto è un romanzo sulla vita sotto e durante la dittatura: è l’affresco vivido di un popolo dominato dalla paura. Una storia urgente da raccontare, sensuale, capace di far sorridere anche in un periodo dominato dalla violenza.

La forza della sua allegoria politica porta il romanzo in un lignaggio formidabile di finzioni che illuminano gli angoli bui della dittatura, repressione e accecante burocrazia.”

“il sesso e lo humor sono le uniche armi possibili”   Nihad Serees

Sabato 8 Novembre ore 17 Sala Pacinotti, Palazzo dei Congressi

La stagione della migrazione ad Arkadia

La stagione della migrazione ad Arkadia

Mohamed Aladdin
Muhammad Aladdin

di Muhammad Aladdin

traduzione dall’arabo di Barbara Benini

 

Fu amore a prima vista. Non troveremmo migliore descrizione del momento in cui Mastro Hamza vide la giacca di pelle marrone scuro – che alcuni, talora, definiscono “bruciato” – che fasciava alla perfezione il corpo del cliente entrato per caso, per fortuna o malasorte, all’interno della sua piccola officina meccanica sul Nilo.

Alcune persone intendono “l’amore a prima vista” come “la chimica” tra due esseri viventi o come pura attrazione sessuale. L’idea di una reazione chimica tra un uomo e una giacca può anche passare – specialmente se si pensa, per esempio, all’ossessione che un uomo può avere per il suo accendino e all’importante teoria della proiezione in psicologia – tuttavia, l’idea di un uomo che scopa una giacca è, in un qualche modo, bizzarra.

Contemporaneamente, Luza, l’apprendista di Hamza, stava provando lo stesso genere di spontaneo, burrascoso, “naturale” amore per la compagna del proprietario della giacca: la bellissima donna dai seni prosperosi accoccolati in una maglietta di cotone che, in quanto ad aderenza e costo, poteva competere con la giacca incollata al torace del suo amico, mentre il fondoschiena finemente arrotondato, era avvolto in costosissimi jeans attillati, avversari di tutto rispetto su entrambi i piani. La maggior parte delle persone lo riterrebbero un paragone azzardato, ma per l’incantato Mastro Hamza calzava a pennello: il suo apprendista Luza era profondamente innamorato, come chiunque altro, di quella splendida bellezza dal seno abbondante, arrivata dal lontano – seppur limitrofo – mondo aldilà del ponte, mentre lui era follemente innamorato della giacca.

Ognuno aveva i suoi motivi, che comunque erano sensati per entrambi: se Luza era stato attratto dalla grazia fisica della ragazza, Hamza era stato vittima della pelle morbida, delle tasche a forma di cuore sul petto – che gli ricordavano quelle dei jeans Lee, una marca popolare tra quelli della sua generazione – della cerniera con il tiretto non troppo piccolo né troppo grande, ben fatto e timidamente lucente, del tessuto stretch che avvolgeva i polsi e il girovita del cliente, della robusta fodera, involontariamente orgogliosa, che teneva insieme ogni parte della giacca, per non parlare della cinghia in pelle, con gli automatici, che girava attorno al colletto appuntito.

Ognuno dei due maschi incantati aveva le proprie ragioni di natura fisica per essere profondamente innamorato, ma c’era un altro importante elemento, che chiameremo simbolicamente “grazia”, nel tentativo di accorciare la distanza concreta da un mero “valore” di natura economica. La bella, infatti, emetteva grazia da tutti i pori, con i suoi costosi occhiali da sole, da cui spuntavano due occhi color miele, truccati alla perfezione e la chioma biondo oro, le cui ciocche ondeggianti le cascavano sulle spalle, solo che la giacca, agli occhi incantati di Hamza, emetteva lo stesso valore.

Per essere onesti, Mastro Hamza provò a mettere freno a questa ossessione concentrandosi sulla riparazione della delicata automobile tedesca del cliente, che si era fermata, inerte, vicino alla sua piccola officina, tuttavia in quei momenti, ben noti a tutti gli amanti, Hamza aveva occhi solo per la sua nuova amata. Di nuovo cercò di annientare quell’ ossessione dopo che il cliente se ne fu andato, cliente che, peraltro, si era dimostrato un grande avaro al momento di pagare, malfidente verso chiunque voglia mettere le mani in tasca ai ricchi. In ogni caso, come tutti i clienti di Hamza, non era riuscito a evitare il sovrapprezzo del servizio, ma si era sentito felice e orgoglioso di se stesso, che a quanto pare è ciò che conta di più.

Mastro Hamza cercò di dimenticare il suo amore perduto, ma mentre i vicini parlavano della bella ragazza sexy, domandò in giro con insistenza, dove trovare la giacca del suo amico, tentando di non pensare a quando l’aveva chiesto al cliente e allo sguardo di compassione che gli aveva lanciato senza rispondergli. Hamza se l’era presa con se stesso, per essersi fatto intimidire – come tutti gli appartenenti alla classe operaia, quando si rivolgono a un membro dell’elite – ed essere rimasto in silenzio con il sorriso vago del cliente che gli pesava addosso come un macigno. Le cose non cambiarono finché un amico, solito a sedersi con lui in un piccolo caffè dietro l’angolo, lo vide triste e malinconico. L’amico, un po’ più giovane di lui, non era figlio di un meccanico e non aveva avuto la fortuna di ereditare l’officina di famiglia. Lavorava come guida turistica abusiva e gigolò, con gli stranieri che gironzolavano per il centro città lì vicino, abituato com’era a quella giungla. La giovane guida stava passando per caso di lì quando la bella e il suo amico si erano fermati. Ovviamente la ragazza aveva catturato il suo sguardo, ma dato che la sua professione si basava sulle apparenze, anche la giacca aveva avuto un suo ruolo nell’attirarne l’attenzione. Disse ad Hamza che un tal genere di giacca si poteva trovare in posti come il City Stars, o da Beymen all’hotel Four Seasons, nel Centro Commerciale Arkadia o in negozi più piccoli sulla via El Gezira nell’isola lì vicino. Poi arrivò la questione più importante: il prezzo. La giovane guida turistica rispose alla domanda di Hamza con il tono di un Angelo della Morte: una giacca come quella non sarebbe costata meno di cinquemila sterline egiziane, o anche di più. Mastro Hamza non era in uno stato di reale indigenza – e per questo era solito ringraziare Dio – ma era da sempre ossessionato dall’idea di modernizzare la “bella del vicinato”, la vecchia Vespa avuta in eredità da suo padre, una 200cc, una vera bell’italiana che, però, aveva bisogno di riparazioni e di una revisione, almeno secondo lui. Sua moglie Naìma non era d’accordo, per lei l’intera questione – che poteva costare al budget familiare una cifra ben superiore alle migliaia di cui sopra – era una stronzata: era una “finta bella”, come aveva urlato una volta in presenza di sua madre, non abbastanza saggia da tenere per sé questo giudizio severo, o forse volendo di proposito litigare davanti a lei.

Naìma pensava che il vero oggetto delle loro cure dovesse essere il loro neonato figlio Mahmoud, venuto alla luce tre mesi prima per diventare compagno di giochi di Khadigia – che portava il nome della nonna materna – che da cinque anni giocava da sola. Hamza, però, aveva capito che la solitudine di sua figlia non c’entrava proprio niente e che al contrario si trattava di un altro colpo inferto alla sua indipendenza, un’assicurazione per l’insicura Naìma, consapevole che il loro matrimonio era solo frutto dell’eccitazione delle loro sveltine consumate sulla terrazza del suo palazzo, il tipo di eccitazione destinato a svanire con l’abitudine. Quando saltò fuori un maschio, bastò a placare l’inconfessata ostilità di Hamza verso l’intera questione, leggermente sollevato dall’orribile sensazione di essere stato imprigionato per sempre.

E così fu che Hamza si innamorò perdutamente e, come in tutte le grandi storie d’amore, c’erano ragioni logiche da renderlo difficile, o addirittura proibito. Di nuovo tentò di non lasciarsi sopraffare dalla questione, cercò di concentrarsi sulla routine quotidiana, lasciando a una parte di se stesso la seguente consolazione e cioè, che una volta cresciuto il bambino, quando Naìma si fosse dimenticata della Vespa e quando avrebbe risparmiato una somma così grande da non averne bisogno, si sarebbe comprato la sua cara amata giacca.

Come in ogni grande storia d’amore, vi fu un’altra coincidenza che assomigliava alla prima: il fato guidò Hamza al Centro Commerciale Arkadia, che non era troppo lontano dalla sua piccola officina, per riparare la macchina di un dirigente. Il pasha, come lo chiamavano tutti, si stava stancando dell’“arroganza” del suo solito meccanico, che viveva nel misero quartiere alle spalle del lussuoso centro commerciale e quando questi gli disse che aveva da fare e non si sarebbe liberato prima di due ore, seguì il consiglio di un suo collega e ne cercò un altro per riparare la sua macchina guasta, parcheggiata nel garage dell’Arkadia. Il collega del pasha chiamò un amico che a sua volta gli raccomandò Hamza – bisogna ammettere che Hamza ha la reputazione di essere un bravo meccanico – e si prese la briga di portarlo al centro commerciale.

Quando Hamza prese con sé la sua borsa degli attrezzi e, assieme al suo apprendista, arrivò sulla Corniche, un inspiegabile malessere si impossessò di lui. Si disse che doveva essere una specie di chiaroveggente quando, un’ora più tardi, si trovò in uno strano ascensore, che a lui sembrava una capsula antibiotica trasparente, per andare a prendere soldi dal pasha all’ultimo piano. Pasha che non amava pagare il dovuto a nessuno, ma dobbiamo ammettere, per essere onesti e aldilà delle nostre solite critiche nei confronti delle intenzioni dei personaggi, che il pasha voleva veramente invitare Hamza a bere un caffè o una bevanda ghiacciata, solo che, con suo grande stupore, Hamza si aggrappò al suo rifiuto con un no che significava no, non quello finto che gli uomini usano qualche volta con le donne e i ricchi con i poveri. Mastro Hamza insisteva così tanto nel voler lasciare l’ufficio, aveva così tanta fretta (sebbene questo non gli impedì di contare il denaro con attenzione), da sopprimere anche la leggera obiezione del suo apprendista, il cui no in realtà era un sì: sì a una bevanda ghiacciata o a una delle donne che passavano per l’ufficio – clienti o impiegate che fossero – con le loro gonne relativamente corte che ne svelavano le grazie.

Ancora una volta Mastro Hamza e il suo apprendista furono d’accordo sull’adorare la grazia, solo che l’ammirazione del ragazzo lo spingeva a rimanere, mentre quella di Hamza ad andare via. Tuttavia accadde, mentre si trovava nella capsula antibiotica trasparente, che vide l’amore dei suoi giorni nella vetrina di un negozio di lusso del secondo livello. Dobbiamo ammettere che le coincidenze hanno giocato un ruolo importante in questa storia, come il fatto che se l’ascensore di servizio non fosse stato guasto, Hamza non avrebbe mai avuto alcuna occasione di essere nel centro commerciale con addosso la tuta da lavoro sporca, la stessa che gli fece guadagnare l’occhiata dall’alto in basso del commesso che, dimenticando il proprio ruolo, rispose con fermezza, proprio come fosse il proprietario, alla domanda ansiosa di Hamza: settemila sterline egiziane.

All’interno del negozio, però, accadde che il commesso ebbe la tendenza a riconsiderare il proprio status e così passò da un atteggiamento snob, all’essere geloso del mestiere estremamente remunerativo di Mastro Hamza, come la leggenda metropolitana, di solito a ragione, lo descrive, così rispose alla domanda sulla marca della giacca, pronunciando un nome che Hamza non riuscì proprio a ripetere, ma gli sembrava “Romani”, come il cognome di un suo vecchio amico.

La giovane guida turistica si sbellicò dalle risate quando Hamza gli disse che era una giacca di Romani da settemila sterline. Gli ripeté la corretta pronuncia della marca, ma stranamente Hamza non fece molta attenzione al vero nome della sua amata. Lo pronunciò correttamente una paio di volte e poi tornò a quello che preferiva, il primo: Romani. Potremmo anche aggiungere qui che Hamza non fu per niente soddisfatto della giovane guida turistica, perché il ragazzo gli rideva in faccia anche se Hamza era più vecchio di lui di alcuni anni e guadagnava molti più soldi, ma soprattutto – e questa era la cosa più importante – i suoi guadagni erano frutto del sudore, non dello sfruttamento di vecchie turiste straniere, cui, si diceva, facesse da “accompagnatore”.

Tale risentimento si deve essere mostrato con un gesto di stizza, o un tono severo, oppure questo ragazzo ha un cuore buono – o le tre cose insieme – fatto sta che la giovane guida turistica si offrì di accompagnare Hamza al grande mercato di abiti usati, lì dietro l’angolo, dove avrebbero potuto trovare una giacca simile, anche se vagamente, alla perduta Romani. Conosceva Ashraf, Hamdy e Abdallah, amici e vicini dei commercianti del mercato, forse avrebbero potuto trovargli quello che voleva. Ci sarebbe andato con Ahmed Abdulraùf per aiutarlo a comprare smaglianti abiti di gusto europeo, perché doveva portarlo a una festa a casa di una delle sue “amiche” straniere, nel quartiere di Maadi, il venerdì successivo.

Ovviamente quest’idea frullò nella testa di Hamza per un bel po’, mentre si rigirava nel letto di fianco a sua moglie, che come al solito russava, tuttavia una speranza infantile – lo stesso spirito che lo spingeva ad aspettare le nuove collezioni, per il Piccolo Bairam, al termine del Ramadan – gli dette la forza di resistere: voleva una giacca nuova, nuova esattamente come la giacca del cliente con la bellissima ragazza e la lussuosa macchina tedesca. La voleva così tanto che pensò seriamente di mettersi a dieta, per eliminare quella pancetta che aveva messo su da quando si era sposato. Voleva a tutti i costi assomigliare al cliente, con il suo torace sportivo cui la giacca aderiva alla perfezione, altrimenti avrebbe insaccato la pancia, come faceva suo suocero quando indossava il vestito estivo di taglio maoista. Talora alcuni pensieri lo distraevano da questo suo chiodo fisso: che senso aveva mettersi una giacca così aggraziata nel suo quartiere povero? C’era forse un posto di lusso dove poterla indossare? Poi però si rammentava dell’esempio del Signor Taìma, il dandy del quartiere, che era solito vestirsi veramente elegante anche quando si sedeva al loro misero caffè dietro l’angolo, ma andò anche oltre, decise di comprarsi una maglietta e un paio di jeans costosi come quelli del cliente, e anche degli scarponi con il rinforzo di sicurezza sulla punta, esattamente come i Redwing, che gli piacevano tanto quando era un adolescente. Così il suo lato infantile costruì un’alta barriera davanti all’idea di una giacca di seconda mano.

Quando la giovane guida turistica abusiva glielo propose di nuovo, aggiungendo quanto costava la giacca, il rifiuto infantile di Hamza si sgretolò un poco, per lasciare spazio a una voce, dal tono apparentemente serio, che rifletteva sulla differenza tra una giacca leggermente usata (quasi nuova, come diceva lei) e una nuova, più costosa del dovuto. La voce grave continuò dicendogli che sarebbe stato veramente furbo se fosse riuscito a trovare una giacca di seconda mano che assomigliasse all’amore perduto e per giunta costasse molto meno.

Questo gli girava in testa mentre aspirava profondamente dalla sua shisha, ascoltando la giovane guida turistica abusiva, seduta vicino all’entrata della sua officina.

Rapidamente Mastro Hamza appoggiò il bocchino della shisha sulla sedia, lasciò il negozio a Luza e uscì con la guida, che chiamò Ahmed, per incontrarsi dietro l’angolo e dare un’occhiata ai banchi del mercato. Andarono da tre commercianti diversi e Hamza era esausto a forza di descrivergli cosa voleva, mentre i due giovani cercavano di aiutarlo e contemporaneamente sceglievano una camicia blu di una marca famosa e una paio di jeans scoloriti per Ahmed. Ognuno dei tre commercianti ascoltò e, se pur invano, cercò in tutti i modi di essere d’aiuto. Mentre stavano vicino al negozio di Ashraf, videro due donne straniere, una matura e una che sembrava sulla ventina: due pesci fuor d’acqua, anche se entrambe davano l’idea di sapere perfettamente come si comportano gli uomini egiziani tra la folla. La giovane guida turistica lanciò ad Hamza uno sguardo di vittoria: anche gli stranieri con le loro valute preziose venivano a comprare nei mercati di abiti usati. Ahmed, invece, stava guardando la ragazza straniera: fantasie volteggiavano nella sua mente al pensiero della festa prevista.

Ma Mastro Hamza non trovò ciò che desiderava e mentre con frustrazione esaminava la merce che i venditori gli mostravano, la voce infantile tornò a farsi sentire, assicurandolo che nessuna di quelle giacche era alla stregua della sua amata Romani. Hamza infatti non era di certo rapito come lo era stato davanti alla vetrina del negozio dell’Arkadia quando, inchiodato al pavimento, assieme a Luza, aveva ispezionato ogni centimetro della giacca, ricordando come vestiva il corpo del cliente. Aveva osservato la lucentezza della sua fine e morbida pelle costosa, mentre Luza, che lo tirava per andare via, imbarazzato dagli sguardi della folla, si era sorpreso quando Mastro Hamza, al contrario, lo aveva spinto dentro il negozio, secondo lui con una mossa coraggiosa, per chiedere al commesso informazioni sulla giacca.

Mentre Hamza sprofondava nella delusione, un canto lontano lo raggiunse e così, come altri attorno a lui, lasciò quel che aveva in mano per osservare il gruppo di persone, principalmente giovani che, provenendo dalla lunga strada, urlavano slogan contro il presidente e il regime. Molti uomini gli gironzolavano attorno – e Hamza sapeva bene che alcuni erano poliziotti in borghese – con la scusa di registrare, con i loro cellulari, la marcia e le sue insolite invettive. Hamza insieme ad altri come lui, stava osservando attentamente questo corteo, che aveva ormai attirato tutto il vicinato. Abdallah sorrise guardando i manifestanti, poi si girò verso Hamza. Ahmed e la giovane guida turistica maledirono sia il presidente che la folla che cantava: un abile ladro e una manica di imbecilli. Il giovane disse loro che un gruppo di residenti del centro città e molti altri giovani avevano protestato il giorno prima nell’enorme piazza lì vicino, per poi essere inseguiti dalla polizia fino ai quartieri a sud.

Cercarono di ignorare ciò che stava succedendo, ma il canto aumentava sempre di più, mentre il gruppo si muoveva attraverso il mercato, gridando i propri slogan, finché due veicoli blindati della Sicurezza Centrale spuntarono da non si sa dove e si piazzarono davanti al Ministero degli Affari Esteri. Quello fu il momento in cui i lacrimogeni, una strana novità per Hamza e la maggior parte del vicinato, cominciarono a piovere su di loro, mentre il gruppo di giovani si era chinato sul marciapiede mezzo dissestato per spaccarlo in piccoli pezzi da lanciare contro i soldati. Molti nel quartiere, tra cui loro tre, si ritirarono nei vicoli limitrofi, dato che i lacrimogeni non erano riusciti a scacciare la loro curiosità, ma quando ci fu il blackout e le forze di sicurezza inseguirono i giovani negli stessi vicoletti bui, per Hamza e i suoi amici fu tempo di tornare a casa, di allontanarsi da quelle diavolerie dei poliziotti e dalla stupidità dei manifestanti.

La mattina dopo, mentre era concentrato a riparare la macchina di lusso di un altro cliente, Hamza realizzò che si stava tenendo un’altra protesta vicino all’albergo a cinque stelle non lontano da lì. Sembrava che la gente si stesse dividendo in gruppi riguardo all’invito a partecipare alle imponenti manifestazioni previste dopo la preghiera del venerdì successivo: alcuni erano molto eccitati, altri inveivano contro tutto e altri ancora erano indifferenti, come Hamza. Tutti però concordavano su un fatto: avevano forti dubbi sull’utilità di ciò che stava accadendo e addirittura non erano certi che sarebbe successo. Quando Hamza, quella sera, si sedette al caffè, giravano voci sull’arresto di alcuni ragazzi del quartiere, durante le manifestazioni dei giorni precedenti; si diceva persino che tra loro fosse finito anche chi non aveva nulla a che fare con le proteste, si era solo trovato da quelle parti, al momento degli scontri. Si conosceva il luogo in cui erano stati portati alcuni di loro, ma altri sembravano spariti nel nulla. Hamza stava ascoltando tutto mentre rifletteva su quanto chiedere al nuovo cliente snob, soppesando l’idea di avvicinare la tariffa al prezzo della sua amata Romani. La giovane guida andò da lui a tarda notte con una bottiglia di whiskey irlandese che aveva avuto da una “cliente”, mentre Hamza preparò due canne di hashish – che in quei giorni era difficile da trovare – una ciascuno. Il ragazzo aveva accompagnato Ahmed da un barbiere che conosceva, lì vicino e gli aveva fatto tagliare i capelli in modo che il suo look facesse buona impressione sugli europei con cui avevano appuntamento il giorno dopo.

Il giovane, esitando, disse ad Hamza che la mattina successiva avrebbe partecipato alla manifestazione che si teneva dopo la preghiera di mezzogiorno, mentre la sera, con Ahmed, sarebbe andato alla festa degli stranieri. Dalle narici di Hamza esplose quel tipico grugnito di disapprovazione mista a incredulità seguito a ruota da una domanda: da quando aveva preso a frequentare la moschea? E con che coraggio poteva presentarsi alla preghiera del venerdì, dopo aver passato la notte a bere e fumare? Hamza gli ricordò che per quaranta giorni la sua bocca sarebbe stata impura. La giovane guida turistica abusiva disse che quella regola era un’invenzione e non aveva nulla a che fare con l’islam. Mastro Hamza lo fece tacere con un altro grugnito, seguito da un “vaffanculo!” e da un’altra domanda: com’è che improvvisamente era diventato un manifestante e un uomo pio, contemporaneamente? La combinazione di grugnito, “vaffanculo!” e ulteriore domanda in meno di dieci secondi, bastò a porre fine alla conversazione.

Quando Hamza lasciò il giovane per ritirarsi di sopra, dove montò la moglie per un lasso di tempo che sembrò ore, non stava pensando alla giacca, o alle proteste, o a quando le preghiere possano considerarsi valide. Era eccitato dal viso di una famosa presentatrice di talk show che assomigliava all’attrice sexy Soad Hosny e che lui stava cercando, invano, di fondere con quello di sua moglie. Nel mentre, la sua consorte si stava chiedendo se quel genere di sesso, tra i fumi dell’hashish e dell’alcol, avrebbe mai portato un terzo bambino e se fosse il caso, o meno, di comprare un nuovo passeggino.

Quando Hamza si svegliò, nel tardo pomeriggio del venerdì, tossendo per via dei lacrimogeni che avevano impestato l’aria della sua stanza, sembrava il Giorno del Giudizio. Sua moglie gli stava dicendo che le proteste erano partite da quasi tutte le grandi moschee della città vecchia e che i giovani arrabbiati erano piombati nelle vie laterali, maledicendo il presidente e invocando la caduta del regime e che la stazione di polizia lì vicino era stata attaccata, come era successo a molte altre in città. Stavano tutti soffocando per i gas che piombavano giù da ogni dove, il caos regnava nelle strade da quando i giovani avevano iniziato ad attaccare il ministero. Il personale di polizia e i loro informatori, assieme ai bulli che usavano durante le elezioni, tutti quanti erano improvvisamente svaniti nel nulla. Quando Hamza scese in strada per vedere cosa stesse succedendo, notò due giovani che con indifferenza si stavano rollando una canna d’erba, poi vide il Signor Taìma, che cercava di conservare un aspetto pulito nonostante le circostanze e gli domandò della giovane guida turistica abusiva. Taìma non ne sapeva nulla e lo stesso risposero tutti quelli cui chiese informazioni sul ragazzo. Si domandò se il giovane fosse veramente andato alla manifestazione, o non si fosse invece addormentato come lui, aspettando, assieme ad Ahmed, la festa delle ragazze straniere. Cercò di telefonargli, ma con sua grande sorpresa scoprì che la linea telefonica dei cellulari non era attiva.

L’agghiacciante eco degli spari della piazza non lontana, confuso con il suono sommesso dei lacrimogeni, li raggiunse. Tutto sembrava crollare e fondersi, così, all’improvviso e sempre all’improvviso vide apparire il suo apprendista Luza, trasportato da alcune persone, tra cui riconobbe Abdallah, il proprietario del negozio di abbigliamento nel mercato. Il corpo di Luza era ricoperto di sangue.

Dalla gente che si trovava all’ospedale veterinario lì vicino, dove alcuni medici avevano trasportato i feriti per generosità e senza fare alcun rapporto alle autorità, Hamza seppe che Luza aveva protestato con una folla di giovani davanti alla vicina stazione di polizia e si era preso la sua dose di proiettili. Sua madre Hamìda, che nonostante l’età, era ancora una bella donna e di solito faceva impazzire il padre di Luza, stava urlando a destra e a manca, vicino all’ingresso dell’ospedale, maledicendo suo figlio e i manifestanti, domandandosi se ciò che stavano facendo avrebbe sistemato le cose, o se per caso Luza avesse un padre primo ministro che lo avrebbe salvato dalle conseguenze delle sue azioni.

Anche Hamza stava per imprecare contro Luza ma, quando si avvicinò al corpo, disteso su una lettiga vicino all’entrata, alla vista del volto giallognolo e consumato dal dolore, del sudore che lo ricopriva e delle bende imbevute di sangue su braccia e gambe, si zittì e diede una leggera pacca di conforto al suo apprendista, che lo ricambiò con uno sguardo di gratitudine. Alla fine, però, Hamza lo maledì comunque, a dispetto delle circostanze.

Mastro Hamza sentì molte voci dai ragazzi del vicinato, che giunsero feriti, o in quanto familiari dei feriti, o semplicemente curiosi, ma una sola notizia attirò la sua attenzione anche più dell’esercito che si stava muovendo verso il palazzo della televisione di stato e il ministero lì vicino: gruppi di persone stavano attaccando il Centro Commerciale Arkadia. Alcuni vicini stavano già partendo come missili, sulle loro motociclette cinesi da due soldi o sulle loro costose Vespe, come la sua, diretti all’elegante edificio sul Nilo.

L’immagine della bella, la giacca Romani, tornò di nuovo a occupare la mente di Hamza, quella sottile e fine pelle bruna o “marron bruciato”, le tasche a cuore, la cinghia con gli automatici attorno al colletto appuntito. La bella lo aspettava nell’edificio lì vicino.

Non è difficile immaginare cosa accadde dopo: Hamza corse alla sua Vespa, parcheggiata sul cavalletto, nell’ androne di casa sua, ci salì sopra e guidò fino a raggiungere un branco di motociclisti che scheggiavano verso il Centro Commerciale. Al branco non gliene fregava niente dei giovani ribelli attorno al palazzo della TV di stato e nella piazza lì vicino, o dei militari della Sicurezza Centrale che, spogliatisi delle divise cominciavano a sparpagliarsi nelle strade o a nascondersi negli androni dei palazzi. Ai motociclisti non gliene fregava niente dei blindati della Guardia Presidenziale, che stavano spuntando lungo la Corniche. Non gliene fregava proprio niente, esattamente come a tutti gli altri, del coprifuoco imposto dal vecchio regime corrotto. Il branco era sulla via per la Terra Promessa, non tanto lontana, dove c’erano latte e miele, apparecchi elettronici e molto altro ancora.

Hamza arrivò al centro commerciale trovandone gran parte in fiamme: il fumo pesante saliva nell’aria. Orde di persone uscivano trasportando tutto quello che potevano, pesante o leggero che fosse. Parcheggiò la Vespa all’entrata, assieme a molte altre motociclette e corse dentro l’Arkadia come preso in un incantesimo. Con la punta delle dita sfiorò il coltello nella tasca dei jeans e la sua intuizione risultò essere corretta: tra le orde di formiche che sollevavano i propri trofei, c’erano molte risse, specialmente davanti alla gioielleria, in cui avevano fatto irruzione, come in molti altri negozi del centro commerciale. I corpi dei cercatori di diamanti erano impilati uno sull’altro, mentre i più forti e più violenti avevano preso tutto.

Hamza stava salendo le scale lungo la scia della folla, tra cui riconobbe alcuni visi, mentre altre persone stavano scendendo, trasportando tutto quello che potevano, persino sedie di pelle da ufficio e scrivanie. Raggiunse il negozio desiderato, anch’esso distrutto, estrasse il suo coltello con una leggiadria risalente ai lontani giorni dell’adolescenza e si mise a cercare l’amata. Con lo sguardo prese a rovistare in giro per il locale distrutto, mentre la gente intorno a lui afferrava vestiti con avidità e trovò l’ultima rimasta in un armadio alla sua destra. Ondeggiò il coltello in faccia a un giovane che stava per afferrarla e gli intimò di andarsene con tono rude e minaccioso. Il ragazzo tremando si dileguò, lasciandogli via libera e Hamzà afferrò la giacca. La osservò a lungo: finalmente aveva ottenuto la sua amata, finalmente la mano sinistra ghermiva con fermezza quella sottile pelle lucente, mentre il tiretto della cerniera oscillava libero. Il tintinnio luccicante del metallo colmò d’estasi il cuore di Hamza che non riuscì a trattenersi e nonostante il delirio che gli stava intorno e gli occhi che sicuramente aveva addosso, corse verso i camerini. Si chiuse alle spalle l’elegante porta di legno e attento a non ferire l’imbottitura della giacca, tuffò la mano destra con il coltello all’interno del fine tessuto, facendo scivolare la manica nel minor tempo possibile. Fece lo stesso con l’altra, si sistemò addosso la giacca e chiudendo la cerniera, impettito, si guardò allo specchio alla sua sinistra. Un senso di frustrazione si impossessò di lui: era di una taglia troppo grande e così non aderiva perfettamente al suo torace, ma non si lasciò sconfiggere, alla fine era riuscito ad avere la giacca.

Con la medesima foga con cui era entrato nel negozio, uscì: una folla di persone lo circondava nello stesso stato di eccitazione. Era il paradiso, era fare giustizia su quegli egocentrici bastardi egoisti; su quei ladroni, con il loro denaro, frutto di ruberie, nei loro enormi conti in banca; sulle sventole tutte curve, dalla pelle bianca, che si scopavano; sui loro club esclusivi; sulle scuole internazionali dove mandavano i loro piccoli bastardi. I pasha, gli dei delle stazioni di polizia, che baciano il culo dei potenti, mentre appendono per le caviglie i ladruncoli, o chiunque la malasorte abbia guidato tra le loro mani. Quello era il giorno di coloro che stavano ai loro piedi: i piccoli delinquenti, i diseredati, quelli che sognavano lo stile di vita che gli veniva mostrato nei film che arrivavano dal lontano Nord. Estasi e brutalità scorrevano assieme tra la folla, un rapimento simile a quello che Hamza sentiva mentre si faceva Naìma sulla terrazza, attento che non arrivasse nessun indesiderato visitatore o qualche vicino dalle orecchie lunghe.

Corse fuori e l’adrenalina gli riempiva le vene. Richiamò alla mente l’immagine di un lupo, un lupo feroce che, nonostante i cani che da sempre lo assediavano, aveva ottenuto tutto ciò che voleva nella foresta della vita.

Quando uscì dalla porta del centro commerciale, scattando verso lo spiazzo in cui erano parcheggiate le motociclette, la nuda verità lo colpì brutalmente: la sua Vespa era andata.

 Il Cairo, Egitto, 2 giugno 2013, ore 11:37.

Cronistoria del padiglione egiziano a Venezia

| Venezia | Agosto 2005 | Chiarastella Campanelli |

Padiglione Egiziano_biennale Venezia 2005

Il padiglione Egiziano alla Biennale di Venezia fu comprato nei lontani anni in cui l’Egitto era ancora una monarchia, a capo della quale c’era re Fouad.

La Biennale di Venezia è basata su un sistema secondo il quale ogni padiglione è affidato ad una Rappresentanza Ufficiale della nazione che porta il suo nome, e questo fa sì che la selezione passi per degli organi governativi. Negli Stati in cui la libertà d’espressione è latente, la scelta dei partecipanti diventa un dilemma politico, basato sull’interesse personale, più che su dei reali criteri artistici qualitativi.

In Egitto, l’organo di selezione è il Consiglio Supremo della Cultura a capo del quale, in questo momento, c’è Hosni Faruk (Ministro della Cultura). Tale consiglio è diviso in vari comitati che si occupano dei diversi settori artistici: teatro, letteratura, arti visive, ecc.

Il Comitato per le arti visive, composto da 15 membri, tutti rappresentanti del mondo dell’arte, si divide in due sezioni: la prima si occupa degli acquisti di opere d’arte, mentre la seconda della selezione degli artisti per mostre e concorsi sia su suolo nazionale che estero.

A seguito della lettera di partecipazione alla Biennale, viene eletto un commissario incaricato della scelta degli artisti che andranno a partecipare all’evento. Per questa edizione è stato scelto Sarauat al Bahr (ex Direttore del Museo d’Arte Moderna), a cui si deve la selezione dell’artista Adel el Siwi.

Quest’ultimo ha coinvolto nel progetto i giovani artisti Sherif el Azma e Ahmed Askalany, con i quali ha lavorato per tre mesi alla realizzazione di un’opera dal titolo “Acqua”.

Il Comitato, senza neanche visionare il loro lavoro, ha scartato i tre artisti. A partecipare alla Biennale è stato “casualmente” un membro del comitato, che si è eletto autonomamente ricevendo pieni voti da parte dell’assemblea. Sono seguite le dimissioni del commissario e la rabbia e lo sdegno del mondo artistico egiziano.

INTERVISTA AD ADEL EL SIWI – giugno 2005

 Rientrando al Cairo dopo un breve soggiorno italiano, mi sono posta come obiettivo quello di riuscire a parlare con gli artisti Adel el Siwi, Sherif el Azma e Ahmed Askalany selezionati per la Biennale di Venezia. Dopo varie ricerche è emerso che questi erano quasi completamente sconosciuti al mondo artistico egiziano e alle critiche internazionali.

Proseguendo nella mia indagine mi trovo a parlare con William Wells, direttore della Townhouse Gallery, il quale mi consiglia di andare ad incontrare i tre artisti scartati dal Comitato.

Riesco ad avere un appuntamento con Adel Siwi. Lo studio di Adel el Siwi è in uno di quegli antichi palazzi decadenti del centro che risentono di un gusto coloniale di inizi Novecento. Arrivo al quarto piano, Adel mi viene ad aprire con dei jeans ancora sporchi di vernice.

Dalla sua stanza arrivano una serie di suoni indistinti, radio, rumore di stoviglie. Distesa a terra una lunga tela che si allunga sul pavimento coprendo l’intera superficie del piccolo interno.

Mi offre un tè verde e con calma inizia a spiegarmi la “questione Venezia”.

Da cosa è dipeso l’improvviso rigetto del comitato?

Adel el Siwi: Dunque, diciamo che il problema ero io. Nel ’97 facevo parte del Consiglio Supremo della Cultura. Dopo qualche tempo mi sono reso conto che le selezioni che il comitato faceva non avvenivano su dei criteri qualitativi, bensì su dei meri calcoli politici e d’interesse.

Per fare un esempio, tutte le persone presenti nel comitato sono o artisti o critici d’arte, e sono loro a stabilire i prezzi delle loro opere che poi il comitato acquista. In poche parole, acquirenti e venditori sono le stesse persone.

Sdegnato da questo sistema malsano ho rassegnato le mie dimissioni con una lettera – che al tempo creò uno scandalo – dove spiegavo dettagliatamente i motivi del mio abbandono. Ho seguitato a criticare il Consiglio e i suoi sistemi attraverso tutti i media pubblici dove sono stato coinvolto e tra le righe del quotidiano dove scrivo, ‘Akbar al-Adab’.

Appena il Consiglio si è accorto che Sarauat al Bahr mi aveva selezionato per Venezia ha scartato senza ambagi la mia candidatura e quella dei due artisti da me proposti.

Direi che sono per loro come il “nemico del popolo” di Ibsen.

Qual era il vostro progetto per la Biennale di Venezia?

A. S.: Il progetto s’intitolava “Acqua” e voleva coinvolgere le doti creative di tre artisti tra loro molto differenti, per età, sensibilità e tecniche usate. Sherif al Azma fa installazioni di video arte; Ahmed Askalany lavora prevalentemente su delle sculture fatte usando dei materiali naturali come canne di bambù; infine io, di un’altra generazione, mi sarei occupato della parte pittorica. L’idea era quella di creare una sinergia di forze e talenti diversi che potessero rappresentare l’Egitto di oggi.

Abbiamo lavorato per tre mesi. Ci vedevamo nel mio studio e in quello di Sherif e la collaborazione procedeva molto bene. Il progetto è rimasto nelle mani di Sarauat senza nessun visto per Venezia.

Cosa pensi invece della Biennale di Venezia?

A. S.: Penso che l’arte oggi dovrebbe svincolarsi dai limiti nazionali, statali, soprattutto per quanto riguarda gli Stati dove c’è una cronica mancanza di libertà d’espressione, per non parlare delle dittature, dove l’artista e le sue idee sono poste al vaglio governativo. L’idea della Biennale di rinchiudere i vari artisti in dei padiglioni nazionali, poteva avere un senso quando è nata, ma oggi mi sembra un’idea sorpassata, che più che altro pone degli ostacoli.

Il centro deve essere l’arte, un’idea, un tema; è un po’ come le nazionali di calcio, all’interno di una squadra ci sono ormai dei giocatori di tutte le nazionalità.

Una rappresentazione che stimo molto in Europa è Documenta in Germania.

Mentre Adel finisce di parlare, guardo delle foto delle sue opere sparse sul tavolo, dei ritratti che cercano di carpire la dignità interiore dell’uomo, quella che si raggiunge arrivando alla completezza della persona, e da questa si diffonde nello spazio, raggiungendo l’osservatore, che ne rimane meravigliato e inspiegabilmente attratto. E’ la dignità profonda, che ritroviamo nei tratti degli antichi egizi e che alcuni egiziani ancora conservano.

PADIGLIONE EGIZIANO – GIARDINI – VENEZIA – agosto 2005

Sono arrivata a Venezia in una giornata piovosa di fine estate, quando la laguna è capace di sprigionare tutta la sua malinconia. Il vaporetto mi ha lasciato di fronte i cancelli dei giardini, da lì con passo sicuro mi sono diretta verso il padiglione Egitto.

Entrati nel padiglione egiziano si ha l’impressione di tornare nell’era faraonica, le due opere di Nagi Farid e Salah Hammad sono pregne del simbolismo e dei messaggi presenti in tutta l’antica civiltà egizia. L’idea della circolarità tempo, la concezione della morte come passaggio in un’altra vita, la vita dell’al di là oltre la sponda occidentale del Nilo, dove c’era il regno dei morti, in ultimo l’austerità e la ricerca di perfezione, che l’arte egizia, con i suoi templi, monumenti, pitture, rilievi dallo stile sempre uniforme, cercava di trasmettere.

I titoli delle opere, “waiting the time” e “going another time”, sono espliciti, ci consegnano un significato univoco e ribadiscono il messaggio che lo spettatore coglie guardando le opere.

“Aspettando il tempo” di Nagi Farid, occupa l’ala sinistra del padiglione, cinque statue senza viso si presentano in fondo alla sala, di fronte al visitatore. Alla destra abbiamo altre cinque statue, più amorfe delle precedenti, che si ergono dirimpetto a tre cubi, richiamando alla mente le tre piramidi, oltre a sottolineare il senso di continuità evocato dalla forma cubica. Le sculture, sono realizzate in marmo grigio, e nelle cavità alcune presentano delle incastonature in metallo, collegamento tra cielo e terra, e idea faraonica di immortalità. Anche al vertice delle tre piramidi di Giza c’erano delle lastre di metallo, che riflettevano a migliaia di chilometri la luce solare. Il sole per gli antichi egizi era la divinità centrale, e il metallo che rifletteva la sua luce rappresentava il desiderio faraonico di unità con l’universo, armonia e connessione con la divinità.

La seconda opera, “andando in un altro tempo” di Salah Hammad, rappresenta una barca di legno corredata da corde e remi. Una musica orientale accompagna l’osservazione.

La barca del sole per gli antichi egizi rappresentava l’ultimo viaggio del faraone verso l’al di là; la barca, veniva utilizzata per trasportare la mummia del faraone dall’altra parte del Nilo (la sponda dei morti). L’imbarcazione era quindi sotterrata accanto alla piramide affinché il faraone potesse disporre di un mezzo di trasporto nel regno dei morti, appunto “andando in un altro tempo”.

I due lavori presentati a Venezia come simbolo dell’arte egiziana contemporanea, incarnano un ritorno completo alla tradizione, che propone gli stessi messaggi e non ne porta nessuno di nuovo, quasi ci fosse stato un “gap” con la nuova maturazione raggiunta da alcuni artisti egiziani nell’ultimo quinquennio.

La situazione della politica egiziana è molto complessa; i risultati delle presidenziali di mercoledì 7 settembre 2005, hanno confermato ancora una volta la presidenza a Hosni Mubarak, che si avvia verso i 30 anni di guida del paese. Questo fa riflettere su quanto, specialmente in un paese come l’Egitto, sia impossibile un legame tra politica e arte.

 

“FRIDAY I’M IN LOVE” DIBBATTITO SU ARTE E ISLAM

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|il Cairo | Maggio 2006 |Chiarastella Campanelli |

Per noi occidentali l’arte non deve avere limiti, siamo pronti a perdonare tutto se passa sotto il nome di arte. L’arte è il libero sfogo dell’artista che nel momento dell’ispirazione da vita alla sua creazione. Il ritratto di una donna o un uomo nudo non è scandaloso, né volgare e non va contro la morale: è arte. Non esistono blocchi o inibizioni particolari nella libera espressione artistica, e ci riesce difficile immaginare un’artista che fermi il suo impulso creativo per paura di andare contro la morale o la religione. La raffigurazione di vignette sarcastiche è, un modo come un altro, di esprimersi. A volte è un efficace strumento per sdrammatizzare questioni particolarmente problematiche. Lungi da noi il pensare che la pubblicazione delle vignette del profeta Maometto su un giornale danese lo scorso settembre, poteva andare ad intaccare due punti delicatissimi della cultura di un terzo della popolazione mondiale, quello del divieto di qualsiasi rappresentazione di Maometto, e il fatto ancora più terribile di rappresentarlo come un criminale. L’occidente è rimasto esterrefatto di fronte il disdegno e la rabbia che hanno infuocato le manifestazioni di giovani islamici, contro quella che loro ritenevano una gran mancanza di rispetto, l’ennessima offesa del potente occidente. I cittadini del mondo moderno e globalizzato di oggi hanno interpretato la pubblicazione come semplice e spontanea “libera espressione” artistica e sarcastica del profeta Maometto, così come poteva essere del Papa, e non immaginavano neanche lontanamente che ci fosse una tale differenza di sentire tra loro e “l’altro”. La questione è complessa e ha portato più lontano di quanto nessuno si era immaginato.

 Questo è stato il pretesto per riflettere sull’intricato e difficile tema dell’immagine e la creazione artistica nell’Islam, e su come dei giovani musulmani e al tempo stesso artisti vivono l’arte e la loro libertà creativa.

Il punto di partenza di questa ricerca è stato l’incontro con un gruppo di giovani artisti egiziani, al tempo stesso praticanti e devoti musulmani, “The one or united shot”.

LA CREAZIONE ARTISTICA NELL’ISLAM

Fin dagli albori dell’Islam la questione della libertà creativa dell’artista è stata un punto controverso e difficile. Nell’epoca precedente alla nascita della religione islamica nella penisola arabica erano presenti varie forme di idolatria, che ponevano delle minacce alla nascente religione monoteistica, da qui la necessità del profeta Maometto di salvaguardare l’integrità dei neofiti musulmani da ogni forma di feticismo.

Nelle fonti primarie dell’Islam il Corano e Sunna (le tradizioni di ciò che ha detto e fatto il profeta Maometto), si trovano i riferimenti alla nodosa questione della creazione artistica nell’Islam, è però solo nelle tradizioni orali del profeta Maometto (hadith, raccolte e perfezionate nei due secoli successivi alla morte del profeta) che troviamo un vero e proprio divieto.

E’ nelle accreditate raccolte di Hadith di Muslim e Abu Daud che si fa un riferimento esplicito al divieto di creazione artistica, precisamente la 48° sura del libro degli abiti di Abu Daud, versetto 4152 “…Le statue e ogni tipo di rappresentazione figurale presente nelle vostre case impedirà agli angeli di farvi visita, e tutti coloro che si cimenteranno alla rappresentazione figurale di uomini e animali il giorno del giudizio saranno destinati all’inferno…”, e il libro dei morti “non costruite monumenti sulle tombe, né statue, e se ci sono nascondetele o distruggetele”. La catena di Muslim cita invece degli episodi in cui il profeta aveva vietavo alla moglie prediletta Aisha di tenere delle rappresentazioni figurative di uomini o animali in casa.

Il Corano non tratta direttamente l’argomento, troviamo un breve accenno alla proibizione di abbandonarsi all’idolatria nella sura cinque, “sura della Tavola”, verso 90, mentre nella sura 34 “sura di Saba” ai versi 10-13 è elegantemente espressa la bellezza della natura e la necessità per alcuni profeti di riflettere e meditare sulla bellezza della vita e dell’universo.

La stessa architettura delle moschee con pianta in genere quadrangolare e una spaziosa corte interna, le rende un luogo ideale per la meditazione: in diretto contatto con il cielo e l’assoluto.

A cavallo tra il XIX e il XX secolo ai tempi in cui l’Egitto viveva un periodo di importante apertura intellettuale, sotto il reggente turco Mohammad Alì, il grande imam di Al azhar Mahmoud Abdu (la moschea/università di Al Azhar è la massima istituzione sunnita del mondo islamico), in una fatwa dichiarava la libertà creativa dell’artista, eccezion fatta per la diretta rappresentazione di Dio e dei profeti. Con il suo gesto relegava il contenuto degli hadith al periodo storico in cui viveva Maometto, in cui i fedeli di recente formazione erano ancora molto propensi ad abbandonarsi all’idolatria del periodo pre islamico.

Diversi passi indietro sono stati invece fatti dall’attuale grand imam di Al Azhar Alì Gomua, il quale in una fatwa di pochi mesi fa proibiva l’arte scultoria, quest’ultima fatwa si mescola al mosaico di contraddizioni che pervadono il mondo islamico a causa della pregnante invasività dell’islam su tutta la vita del credente, in cui non esiste la possibilità di separare religione da politica, cultura, arte e società, questo da’ vita a considerevoli contraddizioni come quella del credente che è allo stesso tempo artista.

“THE ONE OR UNITED SHOT” – INCONTRO CON UN GRUPPO DI GIOVANI ARTISTI OSSERVANTI ISLAMICI

Il gruppo di studenti del professor Abdel Aziz Gundi rappresenta una formazione atipica nella facoltà di Belle Arti dell’Università di Elwan (Cairo), ragazze e ragazzi musulmani, particolarmente osservanti che hanno deciso di dedicarsi all’arte.

Si ritrovano ogni venerdì in un punto particolare del Cairo per disegnare dal vivo: schizzi, acquarelli, istantanee della dinamica e pacifica vita della megalopoli. Ogni ciclo d’incontri ha il suo tema, e così dal 2000 ad oggi hanno collezionato i soggetti più vari: Il teatro delle marionette (tradizione ben radicata in Egitto), schizzi di darb al laban (letteralmente via lattea, nome di un quartiere popolare nella periferia del Cairo).

Il tema di questa sessione è “l’uomo e la sedia”. Due volte l’anno riuniscono i dipinti più belli in un’esposizione collettiva. Il ciclo d’incontri “l’uomo e la sedia” terminerà con l’esposizione nel mese di maggio 2006 nei terreni dell’opera del Cairo.

Questo venerdì l’appuntamento è alle 8 a Bab Zweila (porta Zweila), quartiere situato nelle strette stradine del vecchio Cairo Islamico, nei pressi della moschea di Al Azhar, nonché quartiere descritto con dovizia di particolari nei romanzi del nobel egiziano Nagib Mahfouz.

Numerose strade, stradine e vicoli si intrecciano nell’armoniosa vita del venerdì mattina, giorno dedicato alla preghiera come la domenica per i cristiani. Un via vai continuo di uomini e donne, carretti, animali, venditori ambulanti.

Ad un osservatore distratto questo mucchio di voci e colori potrebbe apparire come un groviglio di cose senza ordine, accatastate le une sulle altre, ma quest’apparente babilonia orientale nasconde una sottile euritmia che vive incontrastata da anni, una legge non scritta che permette un pacifico equilibrio.

E come per incanto, il vociare dei venditori scompare nel tedio di un caffé, quasi addormentato nel sopore mattutino.

Gli studenti del Professor Gundi sono disseminati per tutto il quartiere, cercando di cogliere l’atmosfera del venerdì Islamico. Tutte le ragazze vestono rigorosamente il velo e alle 12.00 a.m. con instancabile precisione si dirigono in una delle tante moschee dei dintorni per partecipare alla preghiera e predica del venerdì.

Dopo la preghiera, gli studenti si riuniscono intorno al professore per discutere e commentare i frutti della giornata e i prossimi progetti e obiettivi che “The one or united shot” si propone. Colgo il momento di distensione collettiva per fare qualche domanda al professor Abdel Aziz.

 Come vive il rapporto con i divieti contenuti nelle fonti dell’Islam, (Corano e Sunna). Questo pone dei problemi ad approvare e capire le religioni che non pongono ostacoli alla rappresentazione di immagini sacre?

Per quanto riguarda il divieto alla creazione artistica, intesa come scultura ed immagine, penso che vada circoscritto ai tempi del profeta, quando l’idolatria era ancora molto presente e si cercava di salvaguardare la religione monoteistica islamica.

C’è poi un problema relativo all’interpretazione dei testi religiosi (Corano e Sunna), alle origini dell’Islam le lettere non avevano né punti diacritici né vocali, cosicché la parola poteva assumere fino a 20 significati differenti, cambiando interamente il senso della frase. Credo quindi che da parte dei più intransigenti religiosi islamici, ne siano state fatte interpretazioni travisanti il significato originario che secondo me si riferiva solo agli idolatri, quelli che non hanno creduto nella vera fede.

Per quanto riguarda la raffigurazione di Dio, Maometto, Gesù e gli altri profeti venerati dalla religione islamica, anche questo è legato all’idea di idolatria. Era vietata la rappresentazione figurativa per evitare di venerare le immagini come se fossero dei feticci.

E’ da dire poi che nel Corano sono presenti molte citazioni che riguardano l’importanza data alla meditazione e alla bellezza del creato. Uno stimolo all’ispirazione artistica, alla contemplazione, e anche il divieto di rappresentare Dio assume in questa concezione sfumature diverse, è quasi un invito all’uomo a non porre limiti nella propria relazione con la spiritualità, senza confini di linee, lasciare quindi spazio all’immaginazione.

Io rispetto profondamente le altre culture e le altre religioni. Il fatto che la religione cristiana o altre religioni si esprimano attraverso delle immagini sacre non mi crea nessun problema.

In quanto artista e uomo di fede al contempo qual’è il tuo rapporto con l’arte. L’arte ha dei limiti?

No, non mi sento limitato ed ho un libero rapporto con l’espressione artistica, ma in quanto uomo di fede rispetto i valori della mia religione. Per esempio non farei mai ritratti di nudo, o raffigurerei qualcosa che potrebbe andare contro l’islam, come appunto Dio o i profeti. Rispetto la libera interpretazione artistica di chi non segue i miei principi, ma mi limito ad esserne un osservatore esterno, non partecipe.

Nell’arte ci deve essere dignità ed etica e deve trasmettere un significato.

La pubblicazione delle vignette sarcastiche del Profeta Maometto ha creato una reazione estremamente negativa in tutto il mondo arabo, cosa pensi al riguardo? E’ stato giusto rispondere con violenza?

Riguardo alle vignette pubblicate in Danimarca, credo che l’intera faccenda sia stata frutto di un “misunderstanding”, chi ha pubblicato quelle vignette non aveva capito l’importanza che il profeta Maometto riveste per la religione islamica e non si può condannare chi non conosce, come afferma lo stesso Corano.

Certo condanno le violenze come l’incendio dell’ambasciata danese in Siria, ma approvo le manifestazioni pacifiche che ci sono state, come quelle del Cairo.

Il mondo musulmano vive un momento di profondo malessere, accentuato dallo scoppio di ogni bomba etichettata con lo slogan di fondamentalismo islamico e con l’inevitabile e semplicistica equazione dell’occidentale medio: terrorismo uguale islam.

Un mondo che si sente minacciato da un vicino potente e globalizzante.

Per il popolo di questi Paesi, in cui i problemi impediscono spesso una vita normale, la religione è l’unica bandiera per esprimere con violenza un dissenso, e un’identità che sentono di perdere e che vogliono sfoggiare per non sentirsi soffocare dall’uniformità del mondo moderno occidentale, che non gli regala niente e che spesso in occidente non lo aiuta ad integrarsi, si ha un rigetto, come è successo quest’anno nella banlieu parigina.

Il mondo islamico offre mille sfaccettature diverse, in tutti i campi, non ultimo quello dell’arte. “The one or united shot” è una di queste sfaccettature.

La video-arte di Wael Shawky

Wael Shawky
Wael Shawky

| Marzo 2005 |Chiarastella Campanelli |

Incontro Wael Shawky di fronte al Greek Club, un vecchio stabile frequentato da artisti ed intellettuali egiziani, al centro del Cairo. Di passaggio per la capitale egiziana, Wael vive e lavora prevalentemente ad Alessandria. “è lì che ho il mio studio: un grande spazio completamente vuoto, è lo spazio dove di volta in volta costruisco le mie installazioni”.

Wael Shawky si occupa da diversi anni di video arte, ma la sua non è solo video arte, “la mia idea è quella di creare un ambiente, uno spazio territorialmente limitato, una dimensione all’interno della quale colloco le mie installazioni, voglio dare allo spettatore la sensazione di controllare questa dimensione. E’ come se ricreassi una piccola società”.

Il progetto alla base del lavoro di Shawky è quello di studiare la trasformazione dallo stato di nomade, allo stato sedentario, la progressiva modernizzazione che sta attraversando i paesi arabi, che però rimangono pregni di tanti elementi della cultura tradizionale. “Dieci anni fa ero in Arabia Saudita ed era strano ed interessante vedere il contrasto di un nomade, vestito con un abito tradizionale, che guidava una cadillac”. Shawky ha vissuto per un periodo anche alla Mecca, dove la commistione fra tradizione, rituali religiosi ed elementi della vita moderna occidentale sono frequentissimi.

Wael fa parte di quei pochi artisti egiziani, che si sono riusciti ad inserire in un contesto internazionale, rimanendo in ogni modo molto legati alla loro terra d’Egitto. Ha già fatto alcune esposizioni in Italia. Ha partecipato alla 50° Biennale di Venezia e a maggio esporrà al MACRO di Testaccio, (Roma).

Qual è l’idea centrale alla base del tuo ultimo lavoro “the Green Land Circus”?     

L’idea alla base del mio ultimo lavoro nasce dal “Fric shaw”, particolare tipo di circo caratteristico in USA dove si usavano delle persone con difetti fisici (nani, persone senza braccia ecc). Questo è l’elemento storico, nelle mie opere ha sempre molta importanza l’elemento storico.

Centrale in questo lavoro è lo studio di come le persone si rapportano con il proprio corpo. Ci sono tre video-installazioni.

In uno schermo sono riprodotti una serie di provini televisivi, le persone si devono vendere “vendere il loro corpo”, la loro apparenza fisica, per essere scelti. Il secondo schermo proietta le stesse persone all’interno di un talk shaw.

Nell’ultimo schermo, le persone selezionate dai provini, recitano in una sorta di film, si picchiano, e un osservatore concentrato ad osservare unicamente questo schermo, pensa che alla base della lotta ci sia qualche motivo concreto ma in realtà guardando l’evoluzione dei due schermi precedenti si capisce che è una costruzione, una fiction, si picchiano perché stanno recitando.

L’idea è quella delle guerre che sembrano mosse da motivi religiosi, tribali, e se si vede più attentamente, si capisce che è una costruzione che nasconde dei giochi di potere economici.

Negli ultimi cinque anni in Egitto si è delineata una nuova generazione d’artisti che porta avanti un tipo d’arte indipendente e sperimentale, prima completamente assente, secondo te questa evoluzione a cosa è dovuta?

È esattamente dal 1999, prima di quella data l’artista per lavorare era costretto a collaborare unicamente con istituzioni statali, anche le trasferte degli artisti all’estero erano decise e selezionate da un ente statale, situazione d’estremo controllo e poca libertà. Un esempio, la Biennale d’arte del Cairo: per quest’evento esisteva un’unica persona che sceglieva e stabiliva tutto nei minimi dettagli.

Dopo questa data sono andate nascendo una serie di gallerie private, tra cui spicca la Townhouse, che hanno svincolato quegli artisti, che portavano avanti delle scelte indipendenti e sperimentali, dal loro legame con lo Stato. Dopo due anni le gallerie sono diventate, nel contesto artistico, più forti dello Stato, che adesso lascia lavorare liberamente gli artisti, anche perché ci tiene che sia percepita dall’ambiente nazionale e internazionale, una parvenza di democrazia.

 Come artista egiziano, ti senti portatore di un ruolo sociale?

Il mio ruolo è quello di “trasmettitore d’idee”, io sto osservando il fenomeno della globalizzazione, le trasformazioni del contesto sociale, e voglio trasmettere queste idee in una forma leggibile, attraverso il video, attraverso le mie installazioni, rappresento quello che vedo, non do delle soluzioni, non indico la strada giusta e quella sbagliata, rappresento e ricreo una società in piccolo.

Ha un’importanza straordinaria per me lavorare in Egitto e presentare i miei lavori agli egiziani, vedere come reagiscono. I miei lavori vengono dall’Egitto, che è la fonte di tutte le mie idee ed è importante che ritornino all’Egitto, siano assorbite, vissute e capite da un pubblico egiziano, che va a vedere le mie esposizioni, ed ha per lo più una reazione dolorosa.

Mentre sorseggia piano la sua birra Stella ( la più famosa birra egiziana), mi confida che l’indomani partirà per gli Stati Uniti, anche se non ne ha ancora la certezza, “dipende dalla carta di soggiorno, è sempre un gran problema per un egiziano riuscire ad ottenere una VISA per gli States”. Va in Arizona per lavorare al suo nuovo progetto, un video che racconta il percorso di un nomade che da Darfur risale a Edfu, attraverso una strada che era usata nei tempi antichi e si chiamava la strada dei 40 giorni: 40 giorni di cammello.

Intervista di Chiarastella Campanelli – Il Cairo  Marzo 2005

Biografia di Wael Shawky

Wael Shawky è nato ad Alessandria nel 1971.  Ha completato i suoi studi alla facoltà di Belle Arti nell’Università di Alessandria, frequentando in seguito un Master in arte all’Università di Pennsylvania (USA). Nel 2004 ha vinto un premio all’interno del concorso “Arte del Mondo Islamico”. Nel 2001 ha vinto il premio onorario del simposio internazionale Rita Longa (Cuba). Negli ultimi anni ha esposto i suoi lavori a New York (Spazio Artistico), Venezia (50° biennale), Vienna (Museo Kunst), Londra (Serpentine Galleries),  Los Angeles (Hammer Museum), Berlino (KW Institute for contemporary Art), Liverpool (Walker Art Gallery), Biella (Fondazione Pistoletto), Kassel (dOCUMENTA 13), Instanbul (Biennale). Nel 2011 ha ricevuto il premio Abraai Capital Art Prize e il Schering Foundation Art Award. Nel 2010 ha fondato MASS ad Alessandria (Egitto), un programma di residenza e studio per giovani artisti.

La letteratura è una sfida – intervista allo scrittore iracheno Hassan Blasim

C magazine | Lunedì 31 marzo 2014 | Agnese Trocchi |

“Agli inviti dei pochi amici critici rispondeva citando lo scrittore ungherese Béla Hamvas: “In casa impari a conoscere il mondo, mentre in viaggio impari a conoscere te stesso.” A quasi cinquantasette anni, Khaled al-Hamràny non aveva mai lasciato la sua citta.” (Hassan Blasim, Il Mercato delle Storie in Il Matto di Piazza della Libertà, il Sirente ed.)

Se Khaled al-Hamràny, personaggio del racconto Il Mercato delle Storie, non si è mai mosso dalla piazza del mercato della sua città, lo stesso non si può dire del suo autore, lo scrittore iracheno Hassan Blasim. Continua la lettura di La letteratura è una sfida – intervista allo scrittore iracheno Hassan Blasim

Ramzy “Maestro indiscusso di Darabouka” al Teatro del Respiro

Hossam Ramzy sarà al Teatro del Respiro di Fiano Romano dal 4 al 6 aprile per una tre giorni di lavoro su danza, cultura e sonorità orientali

Hossam Ramzy con darabouka
Hossam Ramzy con darabouka

Hossam Ramzy, è uno spirito poliedrico, universalmente apprezzato per la sua inimitabile capacità di trasformare in note lo spirito del medioriente. È nato al Cairo ed ha scoperto la sua passione per la musica a tre anni. Nel corso del tempo questo sensibile polistrumentista si è costruito una carriera ricca di successi, fondata sul suo straordinario talento e supportata da anni di studi ed approfondimenti sulla cultura musicale mediorientale e dalla sua capacità di mescolare insieme i caldi ritmi percussivi egiziani alle sonorità occidentali. Continua la lettura di Ramzy “Maestro indiscusso di Darabouka” al Teatro del Respiro

Mediterranea Marocco-Egitto-Palestina

MEDITERRANEA Marocco-Egitto-Palestina
di Chiarastella Campanelli
Gennaio 2006

Sono trenta immagini, scattate in tre paesi arabi, che si affacciano sul Mediterraneo: Marocco Egitto Palestina. Foto esposte nell’intento di comunicare un’idea del mondo arabo, con la certezza che è l’arte l’unico strumento per vincere i conflitti e  comunicare disinvoltamente con l’altro.

Le foto sono accompagnate da scritti. Gli scritti non vogliono spiegare le immagini bensì dialogare con le immagini, in un continuo scambio, per il quale gli scritti offrono immagini, e le foto sensazioni e parole per definirle.

Le foto descrivono, raccontano per andare a volte al di là del tempo e dello spazio dell’istantanea e immergersi in altre storie e dimensioni.

Foto e scritti sono il frutto di un cammino nel mondo arabo attraverso l’occhio e lo spirito.

Istantanee.
Appunti, cercando di cogliere un’idea del mondo arabo.
Dedicata al momento. Al lungo attimo nudo, su cui si distende la vita degli arabi.
Alla lirica di un momento, consegnato ad un delicato soffio d’aria.
Aria, che scorre leggera tra le dita di una bambina.
All’essenza di un’istante.

“On m’a volé mon âme,
On m’a volé l’amour,
et toi, dis-moi que tu m’aimes,
et dis-le moi toujours,
……….il n’y à pas de lendemain.”
-Inch’Allah-ça va-

L’autunno, qui, è magico e immenso (25 gennaio – 2 febbraio)

L’autunno qui, è magico e immenso

Tour poetico del poeta siriano Golan Haji

«Torneresti affamato, come un’idea che temi possa morire. Se aprissi una porta qualunque, per rassicurarti o andartene, apriresti la strada al dubbio»

Il poeta curdo-siriano Golan Haji è in un tour italiano per la presentazione del suo libro L’autunno, qui, è magico e immenso, edito nella collana Altriarabi (collana di narrativa mediterranea) per le edizioni il Sirente la prima raccolta europea di poesie, finora apparse solo in rivista, risalenti per la maggior parte agli ultimi due anni.

Dal 25 gennaio al 2 febbraio il poeta sarà coinvolto in scambi poetici, artistici, poetici-filosofici, con varie personalità della scena culturale italiana: il musicista Paolo Fresu, i poeti Giacomo Trinci e Alberto Nessi…
Golan Haji è abituato a lavorare con artisti visivi e con musicisti, con un’idea della traduzione molto aperta e, con una, altrettanto aperta appartenenza culturale

Il tour inizia da Trieste, la città sognata. Il 25 gennaio alle ore 19 presso la Libreria-caffè San Marco (via Battisti 18). Interverranno il poeta Golan Haji, la curatrice del volume Costanza Ferrini, reading poetico a cura di Marina Moretti e musica di Fabio Zoratti.

Bologna, 28 Gennaio ore 18, Sala della Cappella Farnese, Piazza Maggiore. Partecipano il poeta Golan Haji, Paolo Fresu, Giacomo Trinci e Costanza Ferrini.

Chiasso, 29 gennaio ore 18, Foyer Cinema Teatro, via Dante Alighieri 3b. Introduce Marco Galli (coordinatore di Chiasso lettararia), intervengono Golan Haji, Alberto Nessi, Luisa Orelli e Costanza Ferrini.

Firenze, 2 febbraio ore 12, caffè letterario Le Murate, piazza delle Murate. Intervengono Golan Haji, Giacomo Trinci, Brunella Antomarini e Costanza Ferrini.

Un’occasione per riflettere sulla banalità del male, la normalità della follia e l’ironia necessaria per sopravvivere.

Golan Haji è nato nel 1977 a Amouda, una piccola città curda nel nord est della Siria. Ha studiato medicina all’Università di Damasco. E’ patologo di formazione, ma ha una presenza letteraria importante che include numerose raccolte di poesia, con la prima Na’ada fi azzolemat (Chiamò nelle tenebre) (2004) si è aggiudicato il premio Mohammed al-Maghut. La seconda raccolta apparsa nel 2008 in occasione di “Damasco città della cultura” s’intitola Thammata man yaraka wahshen (C’è qualcuno che ha visto in te un mostro). La terza raccolta bayti al-bared al-ba’id (La mia casa è fredda e lontana) è pubblicato presso la casa editrice Dar-al Gamal a Beirut 2012, Adulterers, Forlaget. Korridors, Copenhaghen 2011. Traduttore di classici inglesi tra cui Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde in arabo, ma anche frammenti racconti e poesie di italiani attraverso la lingua inglese quali Pavese, Saba, Ginzburg, Levi, Calvino, Montale.

Siria. E poi venne l’inverno, nella poesia di Golan Haji

| Osservatorio Iraq | Domenica 22 dicembre 2013 | Chiara Comito |

Quella stessa neve che non ha risparmiato i campi profughi in cui vivono centinaia di migliaia di siriani in fuga da un paese lacerato da due anni di guerra civile e vittima dell’indifferenza del mondo.
È impossibile non pensare ai tanti bambini, uomini e donne intirizziti o morti per il freddo tagliente quando si leggono le poesie del poeta curdo siriano Golan Haji contenute nella raccolta L’autunno, qui, è magico e immenso (Il Sirente, 2013), dove i versi scandiscono i tempi di stagioni terribili, fatte di polvere, lacrime, pioggia, sangue, dolore e desideri irrealizzati.
E di neve. La neve su cui camminano, ad esempio, i soldati della poesia “Scrigno di dolore” in cui il poeta, parlando della condizione degli esiliati che egli stesso vive dal 2011, scrive: “Ora sei una storia raccontata dove manchi./La tua gola,scrigno di dolore,/è piena di ossa e piume./Nel bianco dell’occhio/hai una macchiolina di sangue arrugginita/simile a un sole che tramonta lontano/su un campo di neve/calpestato da lunghe file di soldati affamati”.

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Altriarabi

Dedicata al mondo arabo contemporaneo e con ciò caratterizzata da una forte identità di contenuti è la neonata collana “altriarabi”. La sua “missione” è far conoscere in Italia le realtà del vicino e del medio oriente, le sue sofferenze, i suoi problemi, le sue energie. Realtà non soltanto letterarie, ma anche artistiche, con pubblicazioni dedicate alle correnti artistiche arabe, così poco note in Italia. In ambito letterario intendiamo offrire ai lettori le novità emergenti di queste terre, caratterizzate da un taglio moderno e da uno stile attuale, consapevoli che attraverso gli scrittori, gli artisti e gli intellettuali è possibile creare un ponte di dialogo e di scambio tra culture diverse. E appunto, sarà un viaggio nella sociologia urbana della capitale egiziana, Taxi di Khaled Al Khamissi, il primo titolo della collana.